Sì, il programma economico di Vannacci è proprio il nulla che ti aspettavi

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Yuri Brioschi
21/08/2026
Interessi

C’è un momento meravigliosamente spietato in cui la propaganda smette di essere un teatrino per tifosi da bar e sbatte contro la realtà dei numeri. Per il movimento di Roberto Vannacci quel momento coincide esattamente con l’accensione di una banalissima calcolatrice da sette euro.

Vendere agli elettori la storiella del “Reddito produttivo di maternità” o del “Mutuo tricolore” significa scommettere con un cinismo spaventoso sul presunto e totale analfabetismo finanziario del proprio pubblico. Basta una manciata di secondi per capire che ci troviamo davanti a un’opera d’arte della truffa contabile: spazzatura demagogica pensata per arringare le pance nei comizi ed evitare accuratamente qualsiasi potenziale contatto con il cervello.

I paradossi dell’assistenzialismo tricolore

La farsa comincia da un ridicolo maquillage semantico.
Il manifesto del movimento propone l’istituzione del “Reddito produttivo di maternità per le madri di almeno due figli che scelgano di dedicarsi prevalentemente alla famiglia”, affiancato al magico “Mutuo tricolore, a tasso zero o calmierato”.

Ora, definire “produttivo” un banale sussidio statale è una vera e propria perversione del linguaggio economico. In qualsiasi angolo del mondo civile, staccare un assegno pubblico senza ricevere in cambio beni o servizi si chiama spesa corrente assistenziale.
Potete avvolgere il bancomat nella bandiera italiana e cantare l’inno a squarciagola ad ogni prelievo, ma resta una marchetta elettorale a fondo perduto.
Promettere uno stipendio di Stato a chi fa figli significa aprire un buco da decine di miliardi all’anno in un Paese già affogato da oltre 2.900 miliardi di debito pubblico. Risultato? I mercati finanziari ci riderebbero in faccia, lo spread schizzerebbe alle stelle e il conto salatissimo di questa demenza verrebbe scaricato direttamente sulle spalle dei soliti BTP e dei figli che si finta di voler tutelare.

L’illusione del credito per decreto


Non meno grottesca è l’idea di addomesticare il sistema bancario e i mercati a colpi di proclami con il “Mutuo tricolore”.
Nel mondo reale — quello in cui il credito non si calcola con i gradi militari né con le medaglie — le banche non regalano soldi in base al tasso di patriottismo dei clienti.

I tassi d’interesse dipendono dal costo del denaro stabilito dalla BCE e dal rischio di credito del debitore. Se si promettono mutui gratis senza spiegare chi paga la differenza, la presa in giro è palese e le opzioni sono due: o si pretende che gli istituti di credito lavorino in perdita (e buonanotte alla stabilità del sistema bancario), oppure la differenza ce la mette lo Stato. Cioè noi. Il grande regalo “patriottico” si rivela così per quello che è: l’ennesima rapina a mano armata alle tasche dei contribuenti.

La fuga codarda dai numeri


Quando poi si commette l’incredibile sfrontatezza di chiedere dove si prendano i soldi per coprire questa fiera dei desideri, la leadership del movimento mostra tutta la sua reale consistenza: il nulla.
Liquidare la richiesta di coperture finanziarie ruggendo un patetico “non sono ragioniere” è la scusa miserabile di chi si è presentato all’esame senza aver mai aperto il libro di testo.
La contabilità pubblica non è una pignoleria per burocrati noiosi, ma la linea di demarcazione che separa uno Stato serio dal fallimento economico. Rispondere a domande elementari con un’alzata di spalle significa ammettere candidamente che il programma è carta straccia stampata per fare il pieno di consensi a costo zero.

La truffa contabile tra benzina e Ucraina


Raggiungiamo il picco della comicità involontaria sui temi di politica estera.
Lo slogan da curva ultras  recita: “interrompere immediatamente l’invio di armi all’Ucraina per destinare tali risorse alla riduzione immediata delle accise sui carburanti”.
È una truffa contabile da imbonitori di fiera di paese. Gli aiuti militari a Kiev costano all’Italia un pugno di mosche, poche centinaia di milioni di euro all’anno. Dall’altra parte del tabellone ci sono le accise sulla benzina, che garantiscono alle casse dello Stato circa 26 miliardi di euro all’anno.

Mettendo i numeri uno accanto all’altro, azzerando del tutto gli aiuti all’Ucraina copriremmo il taglio delle accise per la maestosa durata di dieci giorni.
Il giorno undici gli automobilisti tornerebbero a farsi salassare al distributore e l’Italia avrebbe confermato la sua fama di partner inaffidabile e cialtrone sul piano internazionale. Senza contare il piccolo dettaglio neuro-funzionale: i proiettili d’artiglieria e i corazzati fermi nei depositi della Difesa non si possono versare nel serbatoio di un Suv.

La schizofrenia dello statale-populismo


Sotto la vernice del finto rigore si nasconde una schizofrenia economica da ricovero immediato. Da una parte si promette la “riduzione drastica della pressione fiscale tramite Flat Tax e taglio del cuneo”, dall’altra si promette di inondare la popolazione di mance, sussidi e stipendi di Stato.
Se tagli le entrate e contemporaneamente aumenti le uscite, l’unica conseguenza matematica è il collasso finanziario della nazione. Per evitare il default bisognerebbe piallare la spesa pubblica vera: ossia tagliare sanità, scuola e pensioni. Ma siccome dire agli elettori che gli si chiuderà l’ospedale sotto casa fa perdere voti, la propaganda si rifugia nella logora barzelletta del “taglio agli sprechi della burocrazia centralizzata”, fingendo che licenziare tre usceri a Roma possa finanziare la Flat Tax per sessanta milioni di persone.

L’autarchia dei disperati


Il delirio si completa con il gran finale xenofobo e autarchico. Si esige la “cancellazione immediata delle direttive del Green Deal europeo”, sventolando una ridicola “sovranità fiscale e legislativa”.
Incolpare Bruxelles dei problemi delle nostre imprese serve unicamente a nascondere una dolorosa verità nazionale: decenni di incapacità industriale, zero investimenti in innovazione e una produttività del lavoro ferma al palo.

Isolarsi dal mercato unico e dalle filiere europee non salverà la nostra economia, ma la trasformerà in un reperto bellico fuori dal tempo. E la perla assoluta resta l’idea di finanziare gli incentivi fiscali con i presunti “risparmi derivanti dalla progressiva remigrazione della popolazione straniera”. Un capolavoro di finanza fantastica che fonda i bilanci dello Stato su deportazioni di massa immaginarie, mentre il tessuto produttivo italiano implora quotidianamente manodopera che non riesce più a trovare.

Il verdetto


Quello di Futuro Nazionale non è un programma politico: è un insulto aperto all’intelligenza umana. Promettere meno tasse per tutti, più sussidi a pioggia e isolamento economico non è sovranismo: è circonvenzione d’incapace applicata su scala nazionale, destinata a squagliarsi miseramente al primo impatto con la realtà della prima manovra di bilancio (o, speriamo, con le urne).