L’Europa a velocità diverse: quanto conta essere vicini al cuore del mercato
L’Unione europea è un mercato unico, ma non per questo uno spazio economico uniforme. Tra regioni e Paesi persistono profonde differenze nella produttività, nella capacità di attrarre investimenti e nell’accesso ai principali mercati. Per comprenderle non basta guardare ai confini nazionali: anche la geografia conta. Essere vicini ai principali centri urbani e produttivi europei può facilitare l’accesso a infrastrutture, filiere e flussi commerciali. La domanda, allora, è quanto la distanza dal cuore del mercato europeo pesi ancora oggi sulle opportunità di sviluppo dei territori.
La geografia economica conta ancora
La crescente digitalizzazione potrebbe far pensare che la distanza abbia perso importanza. Comunicare e scambiare informazioni è diventato più semplice e veloce, ma molte attività continuano a dipendere dalla prossimità fisica: trasportare merci, coordinare filiere, raggiungere clienti e fornitori o collegarsi ai principali nodi logistici comporta ancora costi.
È su un’intuizione simile che si fondano i modelli gravitazionali applicati al commercio e alle interazioni economiche nello spazio. In termini semplici, economie più grandi tendono ad attrarre maggiori scambi, mentre la distanza tende a ridurli. Questa relazione, ricostruita da Capoani (2024) nell’ambito del commercio internazionale, può essere letta anche oltre i singoli rapporti bilaterali. Il concetto di campo gravitazionale commerciale, sviluppato da Capoani (2023), permette infatti di considerare contemporaneamente l’attrazione esercitata da più Paesi e di rappresentare nello spazio le forze commerciali che agiscono all’interno di un mercato.
La distanza, però, non si misura soltanto in chilometri. Anche all’interno del mercato unico, raggiungere i principali mercati europei può richiedere tempi e costi molto diversi da una regione all’altra. Diventa quindi decisiva la qualità dei collegamenti: Freiria, Sousa e Calvo-Poyo (2022) mostrano come, in diverse regioni europee, migliori condizioni di accessibilità possano associarsi a performance economiche più favorevoli.
Centro e periferia nel mercato europeo: oltre le classificazioni nazionali
Questa prospettiva aiuta a capire perché non tutte le regioni europee partecipino al mercato unico dalla stessa posizione. Un territorio vicino a grandi bacini di domanda e ben collegato può raggiungere più facilmente mercati, fornitori e opportunità di investimento. Le regioni periferiche devono invece sostenere maggiori costi e tempi di accesso.
La posizione geografica, tuttavia, non basta a spiegare lo sviluppo di un territorio. Qualità delle istituzioni, efficienza del mercato del lavoro, capacità tecnologica e specializzazione produttiva possono rafforzare o attenuare gli effetti della distanza. Non a caso, il Regional Competitiveness Index della Commissione europea valuta la competitività regionale attraverso numerosi fattori, che spaziano dal capitale umano alle infrastrutture, dalla dimensione del mercato all’innovazione.
Guardare alle regioni permette così di cogliere differenze che le classificazioni nazionali tendono a nascondere. Negli anni della crisi del debito sovrano si diffuse l’acronimo, oggi discusso e spesso considerato improprio, “PIGS”, utilizzato per indicare Portogallo, Italia, Grecia e Spagna. È interessante osservare come questi quattro Paesi occupino anche una posizione relativamente periferica rispetto al baricentro economico dell’Unione europea e dell’eurozona, pur con importanti differenze al loro interno.
Madrid, Catalogna e Paesi Baschi, per esempio, rappresentano poli particolarmente competitivi in Spagna, mentre in Portogallo emerge l’area metropolitana di Lisbona. L’Italia offre forse l’esempio più evidente di quanto le medie nazionali possano essere fuorvianti. Nel 2022, il Regional Competitiveness Index della Commissione europea collocava la Lombardia leggermente sopra la media UE, fissata a 100, con un punteggio di 103,2, mentre la Calabria registrava 58,8. Più in generale, la stessa Commissione sottolinea come, in molti casi, le differenze di PIL pro capite tra regioni dello stesso Paese possano essere paragonabili a quelle osservate tra Stati diversi. Le medie nazionali, quindi, raccontano solo una parte della storia.

La Blue Banana e i nuovi equilibri della competitività europea
Per molto tempo la geografia economica del continente è stata descritta attraverso l’immagine della cosiddetta Blue Banana: la grande dorsale urbana e produttiva che comprende il Benelux, l’area renana e altre zone dell’Europa centrale, estendendosi fino all’Italia settentrionale. In questa fascia si è concentrata una parte importante della popolazione, delle imprese, delle infrastrutture e delle attività produttive del continente.
Questa rappresentazione ha descritto a lungo uno dei principali poli economici europei. Oggi però non basta più, da sola, a interpretare gli equilibri competitivi del continente.
Un recente studio dell’European Youth Think Tank (Capoani e Lakócai, 2026) mostra che alcune regioni del nucleo tradizionale mantengono una posizione competitiva forte, mentre diverse regioni dell’Europa centrale e orientale, soprattutto quelle delle capitali, hanno ridotto parte del divario. Un segnale nella stessa direzione emerge dalla Nona relazione sulla coesione economica, sociale e territoriale della Commissione europea: il PIL pro capite dell’Europa centrale e orientale è passato dal 52% della media UE nel 2004 a quasi l’80% nel 2021.
Anche le regioni nordiche mostrano i limiti di una lettura basata soltanto sulla centralità geografica. Pur lontane dal tradizionale centro economico continentale, diverse di esse registrano livelli di competitività superiori alla media. In questi territori, infrastrutture efficienti, digitalizzazione, capitale umano, capacità innovativa e qualità delle istituzioni contribuiscono a ridurre almeno in parte il peso della distanza.
Un’Europa a diverse velocità
Parlare di un’Europa a “diverse velocità” significa quindi guardare non solo alle differenze tra Paesi, ma anche alla posizione delle singole regioni nel mercato europeo. Il punto non è stabilire semplicemente quali territori siano più o meno centrali, ma capire quanto la loro collocazione continui a incidere sulle possibilità di sviluppo all’interno del mercato unico. La questione è allora fino a che punto le politiche europee possano attenuare i vincoli legati alla posizione geografica e impedire che la perifericità si traduca in uno svantaggio permanente.
Il mercato unico ha ridotto molte delle barriere tra le economie europee, ma non ha eliminato i costi legati alla distanza. La sfida per l’Unione è dunque rendere questa distanza sempre più superabile, rafforzando collegamenti ferroviari e portuali, reti energetiche e digitali, connessioni tra città e investimenti in ricerca e innovazione. Se l’Europa vuole aumentare la propria competitività complessiva, non basta rendere più forte il suo centro: occorre fare in modo che anche le periferie possano raggiungerlo più facilmente.
Autori
Luigi Capoani è economista, ricercatore e docente di Economia Internazionale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. È fondatore e presidente dell’European Youth Think Tank (EYTT), una piattaforma indipendente e senza scopo di lucro che riunisce giovani ricercatori europei e promuove la ricerca interdisciplinare e la collaborazione internazionale. Collabora inoltre con Engel & Völkers Treviso nel settore immobiliare, combinando la propria formazione accademica in economia con un’esperienza diretta nel mercato immobiliare italiano.
Chiara Moriconi è un’analista presso lo European Youth Think Tank (EYTT). I suoi interessi di ricerca riguardano i mercati finanziari, il rischio sistemico e la stabilità finanziaria, con particolare attenzione ai meccanismi di trasmissione del rischio e alle dinamiche che influenzano la resilienza del sistema economico.








