Cina, il prezzo del potere assoluto di Xi Jinping

Yuri Brioschi e Guido Gargiulo
03/11/2026
Interessi

Nel settembre 2025, durante una conversazione captata accidentalmente dai microfoni, Xi Jinping e Vladimir Putin si ritrovarono a discutere di trapianti, biotecnologie e di un futuro in cui vivere fino a 150 anni potrebbe diventare possibile.

Nel dialogo affiorò persino l’idea dell’immortalità.

A giudicare dagli effetti di alcune scelte compiute da Xi negli ultimi anni, l’Occidente potrebbe quasi augurarsi che quella prospettiva si realizzi. Dopotutto, pochi avversari della Cina sarebbero riusciti a mettere così seriamente alla prova le sue ambizioni quanto il suo stesso presidente.

Dietro l’ironia si nasconde però una questione ben più seria.
Per anni la Cina è stata raccontata come una potenza destinata a superare inevitabilmente gli Stati Uniti, forte di una crescita economica apparentemente inarrestabile, di un’immensa capacità produttiva e di un’influenza internazionale sempre più estesa.

Pechino sembrava avere dalla propria parte il tempo, mentre le democrazie occidentali apparivano incapaci di tenere il passo con la velocità delle sue trasformazioni. Oggi quello scenario appare decisamente meno scontato, e il perché merita di essere raccontato.

“Se il tuo avversario sta facendo un errore, non interromperlo”


La Cina resta una potenza economica, industriale e militare di primo piano. Sarebbe ingenuo confondere le sue difficoltà con un declino irreversibile, soprattutto considerando la capacità del Paese di dominare settori strategici e condizionare le catene di approvvigionamento globali.

Eppure, dietro l’immagine di solidità che il Partito comunista continua a proiettare, emergono contraddizioni sempre più difficili da ignorare. La crisi immobiliare, la debolezza della domanda interna, le difficoltà delle amministrazioni locali e le tensioni commerciali con l’estero raccontano un’economia che fatica a ritrovare lo slancio del passato.

A rendere il quadro ancora più delicato è la crescente concentrazione del potere nelle mani di Xi.
Il presidente cinese ha progressivamente rafforzato il controllo del Partito (PCC) sull’economia, sulle istituzioni e sulle forze armate, subordinando sempre più apertamente le priorità economiche agli obiettivi politici e di sicurezza nazionale.

Una scelta che ha consolidato la sua autorità, ma che solleva fortissimi interrogativi sulla capacità del sistema di riconoscere i propri errori e correggerli.
Quando il potere si concentra attorno a un solo leader, anche ammettere che una decisione sia stata sbagliata può diventare politicamente difficile.

“Tu e quale esercito?”


Le epurazioni che continuano ad interessare i vertici militari aggiungono un ulteriore elemento di incertezza.
Presentate da Pechino come parte della lotta alla corruzione, hanno coinvolto figure di primissimo piano dell’apparato di difesa. Non dimostrano necessariamente una perdita di controllo da parte di Xi, ma mettono in discussione la stabilità e l’affidabilità di un sistema che dovrebbe garantire disciplina e continuità, soprattutto mentre la Cina aumenta la pressione su Taiwan e rivendica un ruolo sempre più ambizioso nell’Indo-Pacifico.

È proprio qui che emerge il paradosso della leadership cinese.

Xi ha costruito la propria legittimità sulla promessa di una rinascita nazionale, presentandosi come l’uomo capace di restituire alla Cina la centralità perduta nella storia.
Ma l’ambizione di rafforzare il Paese attraverso un controllo politico sempre più rigido rischia di compromettere alcuni dei meccanismi che ne avevano favorito l’ascesa. Il dinamismo economico, la fiducia degli investitori e la capacità di adattarsi a un contesto internazionale mutevole non possono essere garantiti soltanto attraverso la disciplina del Partito.

La grande muraglia dei debiti: oltre il 300% del PIL


Valutare la tenuta della Cina analizzando soltanto il bilancio statale sovrano offre una narrazione distorta. Il quadro contabile di Pechino cela insidie ben più opache e pericolose.

Dal periodo post-pandemico a oggi, il debito pubblico ufficiale ha superato il 110% del PIL, accumulandosi al ritmo di 25.000 dollari al secondo. Ma è solo la punta dell’iceberg. Per finanziare la propria espansione, la dirigenza cinese ha fatto un uso massiccio dei LGFV (Local Government Financing Vehicles), società d’investimento provinciali nate per raccogliere capitale sul mercato e nel sistema bancario ombra (shadow banking).

Garantiti ponendo a collaterale i terreni pubblici, questi veicoli hanno alimentato una gigantesca bolla infrastrutturale. Con il crollo del mercato immobiliare e i default di colossi come Evergrande, le entrate locali si sono prosciugate, lasciando un’esposizione sommersa stimata dal FMI tra i 9.000 e i 10.000 miliardi di dollari. Sommando questo debito “fuori bilancio” a quello ufficiale, l’indebitamento pubblico reale raggiunge la quota vertiginosa del 160% del PIL.

Il cortocircuito dell’offerta: sussidi industriali vs. consumi anemici


Al deficit delle province si aggiunge quello del comparto aziendale, il cui debito sfiora il 150% del PIL, trainato dalle imprese di Stato (SOE) che godono di credito illimitato a tassi agevolati.

Questa liquidità a basso costo è stata scientificamente riversata nei settori strategici stabiliti dalle direttive centrali: batterie, robotica, fotovoltaico e veicoli elettrici. Il risultato è una fortissima sovraccapacità produttiva che il mercato interno non è in grado di riassorbire. A differenza dell’Occidente, che nelle crisi sostiene la domanda e i redditi, Pechino sussidia esclusivamente l’offerta e la produzione.

Ciò ha generato uno squilibrio profondo: i consumi interni delle famiglie cinesi rappresentano appena il 37% del PIL, contro una media occidentale superiore al 60%. Costretta a riversare l’eccesso di beni sui mercati esteri a prezzi di dumping, la Cina sta innescando durissime reazioni tariffarie globali.

Sommando debito pubblico ufficiale, veicoli provinciali, passività aziendali e debito privato, l’indebitamento complessivo cinese ha ormai superato la soglia critica del 300% del PIL.

Il rischio della trappola giapponese


L’illusione che la pianificazione statale possa sostituire la logica di mercato sbatte contro la legge dei rendimenti decrescenti: oltre il 300% di debito/PIL, ogni nuovo yuan di credito genera una crescita marginale quasi nulla.

Questa necessità di esportare la sovraccapacità industriale si intreccia con una precisa strategia geopolitica. Nel tentativo di affrancarsi dal dollaro e dall’egemonia finanziaria occidentale, Pechino sta riducendo i titoli di Stato americani in portafoglio, accumulando riserve auree e potenziando reti di pagamento alternative come il CHPS. Tuttavia, finché il mercato interno rimane soffocato dal debito e incapace di consumare, ogni proiezione di potenza globale rischia di poggiare su basi d’argilla.

Il pericolo principale per Pechino non è un crash improvviso stile 2008 — impedito dal controllo statale sulle banche —, ma una lunga fase di stagnazione secolare e deflazione da bilancio (stile Giappone anni ’90).  Senza riforme che trasferiscano risorse dalle imprese di Stato al potere d’acquisto delle famiglie, la Cina rimarrà prigioniera di un circolo vizioso: produrre ciò che il mondo rifiuta, accumulare debito per sostenere fabbriche improduttive e soffocare la propria domanda interna.

Mai vendere la pelle dell’orso


Per l’Europa, tuttavia, sarebbe un errore trasformare queste difficoltà in una rassicurante previsione di sconfitta cinese.
Una potenza che rallenta non diventa automaticamente meno pericolosa, così come un’economia in difficoltà non implica necessariamente una politica estera più prudente.
Al contrario, la necessità di preservare il consenso interno e dimostrare la forza della leadership potrebbe rendere ancora più importante il richiamo al nazionalismo e alla competizione con gli Stati Uniti.

La questione, allora, non è stabilire se la Cina sia prossima al collasso, ma capire se e quanto il modello costruito da Xi Jinping sia ancora capace di sostenere le ambizioni che lui stesso ha alimentato.

Gli ultimi sviluppi economici e politici suggeriscono che le difficoltà non siano più riconducibili soltanto ad una fase sfavorevole. Per capire quanto siano profonde, e quali conseguenze possano avere sugli equilibri internazionali, occorre partire dai dati.