Rogoredo, la verità oltre la tifoseria: perché lo Stato di diritto non può avere scorciatoie
All’inizio sembrava una storia già scritta. Un quartiere difficile, Rogoredo. Un poliziotto che spara. Un pusher che cade a terra. La parola chiave che arriva immediata: legittima difesa. Da una parte “il buono” in divisa, dall’altra “il cattivo”, lo spacciatore. Un copione fin troppo familiare, pronto per essere rilanciato nei talk show e nei post indignati.
Poi, come spesso accade quando si lascia spazio ai fatti, la narrazione si incrina.
Il poliziotto è stato posto in stato di fermo e indagato per omicidio volontario. Dai rilievi e dalle testimonianze di altri agenti emergerebbe che il pusher non fosse armato. La presunta arma sarebbe stata una pistola finta e, secondo le ipotesi investigative, potrebbe essere stata collocata sulla scena in un secondo momento. Un dettaglio che cambia tutto. Non un particolare tecnico, ma il cuore stesso della questione: c’era davvero un pericolo attuale e concreto tale da giustificare l’uso letale della forza?

In uno Stato di diritto, questa domanda non è un fastidio ideologico. È l’essenza della giustizia.
Eppure, certa politica non ha atteso neppure le prime risultanze investigative prima di schierarsi apertamente. Dichiarazioni immediate, sostegno “senza se e senza ma”, invocazioni automatiche della legittima difesa. Per una parte della destra securitaria, la formula sembra semplice: se indossa una divisa e dichiara di aver sparato per difendersi, la questione è chiusa. Fine del discorso.
Ma la legittima difesa non è un’autocertificazione.
È un istituto giuridico che richiede accertamenti rigorosi: proporzionalità, necessità, attualità del pericolo. Non basta pronunciare la parola magica perché questa si materializzi nei fatti. Trasformare la legittima difesa in una presunzione automatica significherebbe svuotarla del suo fondamento giuridico e trasformarla in uno scudo politico.
È proprio qui che si inserisce il tema, tornato ciclicamente nel dibattito pubblico, dello “scudo penale”. L’idea, ancora non tradotta in una norma definitiva ma più volte evocata nei suoi contorni, è quella di garantire una protezione rafforzata a chi, nell’esercizio delle proprie funzioni o nella difesa personale, invochi la legittima difesa. Ma se questa protezione si traducesse nell’impossibilità stessa di avviare un’indagine preliminare, il rischio sarebbe enorme: basterebbe dichiarare di aver agito per difendersi per sottrarsi a ogni verifica.
Nel caso di Rogoredo, con uno scudo penale di questo tipo vigente, il poliziotto non sarebbe stato indagato. E se davvero – come emergerebbe dalle prime ricostruzioni – l’uomo ucciso fosse stato disarmato, e se addirittura dovessero trovare conferma le testimonianze che parlano di possibili rapporti pregressi tra l’agente e il mondo della piccola criminalità locale, un eventuale omicidio volontario non sarebbe mai venuto alla luce.
È questo il punto che dovrebbe inquietare chiunque abbia a cuore la sicurezza vera, non quella declamata nei comizi
Un conto è stare con la Polizia, con le forze dell’ordine, contro la criminalità. È un dovere civile e istituzionale. Le donne e gli uomini in divisa operano ogni giorno in contesti complessi e rischiosi, e meritano rispetto e strumenti adeguati. Ma un altro conto è trasformare il sostegno in tifo da curva, in un riflesso automatico che prescinde dai fatti. Soprattutto quando a farlo sono esponenti che ricoprono alte cariche istituzionali.
Le istituzioni non possono permettersi atteggiamenti da ultras. Perché quando chi governa si schiera prima che parlino le indagini, trascina nel ridicolo l’istituzione che pro tempore rappresenta e manda un messaggio pericoloso: la legge vale, ma non per tutti allo stesso modo.
La sicurezza non si costruisce sospendendo le garanzie, ma rafforzando la credibilità dello Stato. E la credibilità passa dalla capacità di distinguere, sempre, tra chi fa il proprio dovere e chi eventualmente lo tradisce. Anche – e soprattutto – quando indossa una divisa.
Uno scudo penale concepito come automatismo rischia di produrre un doppio danno
Da un lato, cittadini paradossalmente meno sicuri, non solo davanti ai criminali ma anche davanti ai tutori dell’ordine, se questi fossero sottratti a qualunque verifica. Dall’altro, le stesse forze dell’ordine, che avrebbero meno strumenti per individuare ed espellere le – fortunatamente poche – mele marce al proprio interno. Lo stesso Questore di Milano in conferenza stampa ha dichiarato: “abbiamo dimostrato di avere gli anticorpi”. Perché la fiducia si difende con la trasparenza, non con l’immunità.
Il caso di Rogoredo non è solo una vicenda giudiziaria. È uno specchio. Ci ricorda che lo Stato di diritto non è un impaccio burocratico, ma una conquista fragile. Che la giustizia non può essere amministrata sull’onda dell’emotività o della convenienza politica. E che la vera forza delle istituzioni non sta nel chiudere gli occhi davanti ai dubbi, ma nell’aprirli fino in fondo, anche quando è scomodo.
Aspettare le indagini non è debolezza. È civiltà giuridica.








