Riflessioni da un altro pianeta, la Cina
Mi trovo a Shenzhen durante la visita di Donald Trump in Cina. In camera, la televisione è accesa in sottofondo. A un certo punto colgo uno scorcio del suo intervento. Il presidente americano racconta con straordinaria enfasi che l’America è piena di ristoranti cinesi, e che questo sarebbe un fatto molto importante, quasi una prova tangibile della grande apertura americana verso il mondo.
In platea, davanti a lui, siedono i più alti rappresentanti delle big tech statunitensi, esibiti come trofei, forse per esercitare una forma di pressione sulla controparte cinese. Lo storytelling dell’innovazione occidentale al gran completo, impacchettato e consegnato alla scena internazionale.
Dall’altra parte, Xi Jinping ascolta impassibile, con la consueta postura da mandarino imperiale che i media occidentali riducono spesso a freddezza o opacità autoritaria.
Mentre in TV scorrono le immagini della cerimonia, fuori dalla finestra Shenzhen pulsa. In pochi decenni, da villaggio sul Delta del Fiume delle Perle a metropoli futuristica: grattacieli, snodi di metropolitana, centri commerciali iper-digitalizzati, campus aziendali che non hanno nulla da invidiare alla Silicon Valley, strade intasate di auto elettriche e motorini silenziosi che consegnano cibo, pacchi, servizi in ogni angolo della città.
Da qui, il discorso di Trump sui ristoranti cinesi suona quasi surreale
È come se l’America, per parlare con la Cina, potesse ancora appoggiarsi sulla immagine rassicurante di un “altro” che esiste soltanto come decorazione esotica dentro il proprio mondo. Mentre, nel frattempo, quel “altro” è diventato un universo autonomo, un sistema completo, un laboratorio sociale, tecnologico e politico di proporzioni gigantesche.
La realtà cinese, quella quotidiana, quella che si respira nelle città come Shenzhen, continua a rimanere in gran parte sconosciuta alle opinioni pubbliche occidentali. Non è solo una questione di censura o propaganda – che pure esistono, e sarebbe ingenuo negarlo. È anche la somma di pigrizie, filtri culturali, abitudini mediatiche: nei nostri notiziari la Cina appare come una sagoma sfocata, un misto di fabbriche inquinanti, centri commerciali sterminati, telecamere di sorveglianza e qualche stereotipo pittoresco sul Capodanno lunare.
Quello che manca quasi completamente, invece, è la percezione della profondità del cambiamento in corso: l’ascesa di una classe media urbana che vive, consuma, aspira; la trasformazione digitale della vita di tutti i giorni; l’efficienza – spesso brutale, a volte impressionante – con cui decisioni politiche e investimenti si traducono in infrastrutture, linee ferroviarie, quartieri interi.
Quando visiti o anche solo ti fermi un po’ in città come Shenzhen, Shanghai, Chengdu, ti rendi conto che non sei semplicemente “in un altro Paese”: sei in un altro pianeta nel pianeta. Il modo di pagare, di muoversi, di parlare con la pubblica amministrazione, di fare acquisti, di curarsi, di studiare, è diverso. Non necessariamente migliore in ogni aspetto – sarebbe ingenuo idealizzarlo – ma radicalmente diverso. E soprattutto, è un mondo che non chiede più di essere validato dallo sguardo occidentale.
Per molto tempo abbiamo coltivato l’illusione che il percorso fosse lineare e unico: sviluppo economico, liberalizzazione del mercato, democratizzazione in stile occidentale, convergenza dei valori. La Cina, in questa narrazione, era una sorta di adolescente ribelle che, prima o poi, sarebbe rientrato nei ranghi della “storia giusta”. Oggi, guardando Shenzhen di notte dal finestrino di un taxi, quella storia appare sempre più come una favola che raccontiamo a noi stessi per non ammettere che il mondo ha ormai definitivamente preso altre strade.
Perché dietro le statistiche, dietro le analisi geopolitiche, c’è un fatto semplice e potente: un sistema che, con tutti i suoi limiti e le sue ombre, sta producendo per centinaia di milioni di persone livelli di benessere materiale mai sperimentati prima. Migliori condizioni di vita, accesso ai consumi, mobilità sociale, servizi digitali capillari, infrastrutture funzionanti. E questo avviene senza aderire al “manuale” occidentale, anzi spesso rivendicando una traiettoria autonoma.
Finché questa realtà rimane sfocata alle opinioni pubbliche occidentali, si può continuare a liquidarla come un’anomalia temporanea, un “miracolo” destinato a sgonfiarsi, o peggio come qualcosa di irrimediabilmente viziato, quindi non degno di essere preso sul serio. Ma questa rimozione non potrà durare a lungo.
Il punto di svolta arriverà quando diventerà chiaro, in modo innegabile, che la Cina non è solo la fabbrica del mondo, un grande mercato da conquistare o un oggetto di paura nei notiziari. Quando sarà evidente che è davvero un altro mondo nel mondo: un ecosistema coerente, un blocco di civiltà con un proprio centro di gravità economico, tecnologico e culturale. E che, nel frattempo, il suo sistema – pur con tutti i suoi costi umani e politici – sta producendo livelli di benessere diffuso che molte società occidentali faticano persino a immaginare di poter garantire ai propri cittadini in futuro.
Quel momento – che è già iniziato, ma non è ancora stato interiorizzato – produrrà in Occidente un colpo fortissimo all’autostima collettiva, quasi esistenziale. Perché metterà in crisi una convinzione radicata: l’idea che sviluppo, libertà, benessere e giustizia seguano un unico modello – il nostro – e che gli altri, prima o poi, debbano per forza convergere verso di esso.
Di fronte a una Cina che funziona, almeno su alcuni piani, molto meglio di noi, la domanda sarà: e se avessero ragione loro?
Questa domanda fa paura non solo per ragioni geopolitiche, ma per ragioni identitarie. Perché obbliga le società occidentali a guardarsi allo specchio e a interrogarsi su quanto delle proprie certezze sia frutto di valori universali e quanto, invece, di un lungo predominio storico che ora si sta inesorabilmente erodendo. Quando non si è più il centro del mondo, diventa improvvisamente meno scontato considerare la propria storia come la destinazione finale di tutte le altre.
La combinazione tra controllo politico, capitalismo di Stato e innovazione tecnologica, di fatto, funziona ed ha prodotto risultati più tangibili di un modello frammentato, lento, e paralizzato dai conflitti interni come il nostro.
Quello che sta per arrivare non è soltanto una nuova fase di competizione globale tra potenze. È, più profondamente, la fine della possibilità di ignorare ciò che la Cina rappresenta. Non potremo più ridurla a una manciata di immagini televisive, a qualche dato di export, a uno spauracchio da evocare a seconda delle convenienze politiche del momento. Dovremo farci i conti, come con uno specchio che restituisce un’immagine del mondo in cui non siamo più protagonisti ma semplici attori secondari.
La sensazione qui è di trovarsi su un altro mondo
È come se alieni atterrati da un altro pianeta si stiano costruendo un futuro autonomo a nostra insaputa. Prima o poi questa realtà emergerà in modo travolgente.
In quel momento, quando la realtà apparirà chiara alle opinioni pubbliche occidentali il contraccolpo sarà fortissimo. Forse sarà proprio da lì, da questo incombente terremoto dell’autostima occidentale, che potrà nascere una nuova consapevolezza: meno arroganza, più curiosità, meno desiderio di esportare modelli, più capacità di capire. E magari, paradossalmente, una forma più adulta e meno fragile di fiducia in noi stessi.









