Polonia nel G20 al posto del Sudafrica. Il volo delle due Aquile nell’Europa di ferro
Non ha tardato a fare il giro del mondo e delle cancellerie l’ultimo articolo del Dipartimento di Stato Usa, firmato dal Segretario Marco Rubio.
All’apparenza l’argomento è dei più noiosi e cerimoniosi: organizzazione del prossimo G20 a Miami nel dicembre 2026.
Roba da addetti ai lavori, si penserà. Niente di più sbagliato. Nel paper Rubio mette nero su bianco una significativa svolta in materia di politica estera e multilaterale americana, con forti ricadute anche sull’Europa: fuori il Sudafrica dal G20, dentro la Polonia.
Dall’ombra di Mosca alla luce del libero mercato
I lettori storici si ricorderanno della nostra predilezione per il racconto degli affari sarmatici. Illo tempore abbiamo sviscerato i segreti politici, economici e sociali della rinascita del “Cristo delle nazioni” dall’oblio sovietico, seguendo passo passo l’evoluzione dell’ormai più affermato “hub innovativo” del continente.
Il 2025 è stato un anno importante, segnato dalla semestrale presidenza del Consiglio europeo e in particolar modo dalle elezioni presidenziali, vinte al secondo turno dal candidato del PiS Karol Nawrocki.

La ritrovata cohabitation, insieme all’intensificarsi delle operazioni ostili guidate da Mosca all’interno del paese (su tutte lo sconfinamento parte di decine di droni russi dello scorso settembre), non hanno rallentato la crescita del paese, anzi.
Secondo il FMI, nel 2025 il PIL polacco supererà i 1000 miliardi di dollari, certificando l’ingresso del paese nel “club dei trilionari“.
Questo dato eccezionale permetterà alla Polonia di entrare a far parte delle venti maggiori economie mondiali per Pil nominale.
Non è un caso che la prima ex repubblica satellite di Mosca ad entrare in questa ambita cerchia sia proprio la Polonia. Il cui merito sta nel modello di transizione critica applicato dal paese nel passaggio dal comunismo al libero mercato.
Modello che ha premiato l’imprenditorialità piuttosto che la corruzione oligarchica, in una conversione capitalistica ben diversa da quella avvenuta nella maggior parte dei passati stati sovietici.
I numeri della risalita
Anche quest’anno, secondo le analisi di ING, la crescita polacca overperformerà quella europea di più di due punti. Un Paese che nel 1989 non aveva nulla, ora trascina un intero continente che fatica a tenere il passo.
Nei rapporti relativi al terzo trimestre 2025, il Pil polacco è dato in aumento del 3,7% su base annua, con una proiezione di crescita complessiva del 3,5%. La media europea si attesta tra l’1,3 e l’1,5%, con paesi come Italia e Ungheria attesi a valori tra lo 0,5 e 0,6%.
A trainare il rialzo sono i consumi interni sostenuti e i continui miglioramenti dell’attività industriale, che cresce nonostante la debolezza continentale del manifatturiero, che in Polonia invece tiene.
Il segreto? Vantaggi fiscali alle imprese, agevolazioni tributarie delle imposte sui guadagni e sul lavoro, investimenti nella formazione dell’imprenditorialità e garanzie di tempi certi nell’espletamento delle pratiche burocratiche private.
Questa lenta transizione dal modello collettivista a quello capitalista, aiutata nella sua gradualità dalla diffidenza marcatamente polacca rispetto al nuovo, come tutt’oggi testimonia la freddezza con cui i polacchi accolgono i traguardi economici del paese (studio ARC Rynek i Opinia), ha consentito lo sviluppo di un modello vincente in un territorio di natura fertile. Diviso su molte cose, ma concorde sul proprio destino.
Atomizzata ma unita: la Politica polacca di fronte alle grandi sfide
Il giovane sistema democratico polacco, sancito dalla Costituzione del 1997, non è di certo immune alle debolezze tipiche dei paesi in fase di transizione.
L’atomizzazione del sistema dei partiti, con il continuo sorgere e morire di movimenti politici post-ideologici di tendenza politica centrifuga, tipica dei primi anni 2000, ha trovato recente bilanciamento in due fattori: la stabilità del semi-presidenzialismo e l’emersione di due soggetti predominanti, il PiS e Piattaforma Civica.
Sembrerebbe paradossale, ma l’equilibrio è garantito proprio dalla primazia di questi due soggetti ideologicamente lontani, attualmente detentori uno della Presidenza con Nawrocki e l’altro della guida del governo con Tusk.
I due schieramenti divergono, anche vigorosamente, sulla maggior parte dei temi di politica interna ed economica, ma hanno il merito di unire il paese di fronte alle grandi sfide.
Idea di nazione, avversione anti-Mosca, vicinanza a Washington e all’Ucraina. Non vedremo mai la politica e l’opinione pubblica dividersi su questi temi, come invece accade sempre nei paesi dell’Europa del sud.
Per questo, in linea con il diffuso orgoglio nazionale, Tusk, Nawrocki e la società civile sono allineati nel rivendicare e perseguire l’ingresso della Polonia tra i “grandi venti” del mondo. In quello che non è un esercizio di stile cerimoniale, ma un vero obiettivo diplomatico e politico nazionale.
Il G20 tra economia e diplomazia
A leggere le parole di Rubio obiettivo raggiunto, si direbbe. La realtà, come spesso accade soprattutto quando parliamo dei proclami dell’amministrazione americana corrente, è un po’ più complessa.
E’ doveroso ricordare che il G20, attivo dal 1999 per riunire i governi e le economie più floride di tutto il mondo, non ha alcuna statualità propria e si configura come una pseudo-organizzazione internazionale di tipo informale.
In assenza di trattati, il criterio di appartenenza è dettato dalla consuetudine, tendente a privilegiare l’equilibrio e la rappresentanza di tutte le aree globali piuttosto che rigide classifiche di indicatori economici. Ciò detto, ogni paese ospitante ha la facoltà di invitare paesi osservatori o, come preannunciato da Rubio, di escludere partecipanti storici.
A tanto si deve la storica membership del forum di paesi come l’Argentina e il Sudafrica. Certamente sistemi economici meno ricchi di diversi paesi europei non-membri permanenti, ma essenziali per garantire la rappresentanza di America latina e Africa.
Aquila o lupo, Varsavia sempre più tra Bruxelles e Washington
Gli USA sono dunque liberi di ignorare il Sudafrica nei lavori 2026, ma la sostituzione con la Polonia resta difficile. Lo scenario più probabile vede per la repubblica sarmatica l’attribuzione dello status di ospite permanente, come già avvenuto per Spagna e Paesi Bassi, al fine di non creare “un eccesso di Europa” nel forum.
Risultato che sarebbe comunque di portata storica, a testimonianza della nuova proiezione di potenza del paese nello scacchiere globale.
Mai prima d’ora l’aquila yankee e quella polacca sono state così allineate. Oggi Varsavia rappresenta l’alleato più affidabile per Washington nel vecchio continente, pur godendo di ampia autonomia strategica. Resta da sciogliere il rapporto con gli altri stati europei: saremo noi a polonizzarci o loro ad europeizzarsi?
Come diceva un vecchio proverbio polacco degli anni della guerra fredda: “tra Washington e Mosca, scegliamo Varsavia!”. Oggi quel bivio è anche il nostro, a noi la scelta tra aquile e orsi: Europa!








