Una lente di ingrandimento sulla “svolta” di Luca Zaia

Marco Campione
06/01/2026
Orizzonti

L’ex Presidente della Regione Veneto, Luca Zaia ha pubblicato sul Foglio del 5 gennaio il suo “Appello per una svolta a destra”, quello che il quotidiano diretto da Claudio Cerasa ha definito il suo “manifesto politico”.

L’ho letto con attenzione perché volevo capire cosa propone chi si potrebbe candidare a modificare gli equilibri interni al centrodestra che governa il Paese (e che secondo me lo governerà ancora a lungo). Il manifesto sembra (almeno sul breve periodo) pensato più per aggregare consensi in chiave interna al proprio partito che per sfidare la leadership di Giorgia Meloni, che infatti viene elogiata spesso. Però è evidente che una Lega a guida Zaia e non più Salvini condizionerebbe anche la campagna elettorale e le scelte di tutto il centrodestra.

Di seguito, per punti, la mia valutazione di ciò che ho apprezzato e ciò che non mi ha convinto, a cominciare da quello che manca.



L’uso cosmetico delle politiche giovanili

Sarà una mia deformazione professionale, ma la prima cosa che mi ha colpito è che in tutto il testo non si parla mai di scuola e istruzione se non come titolo in un elenco di politiche delle quali dovrebbe occuparsi una destra attenta ai giovani, definiti “la vera infrastruttura nazionale”. Si citano -senza proporre nulla di concreto- casa, lavoro e -appunto- formazione. Un po’ poco se si afferma che “le leggi devono essere pensate anche per chi non è maggioranza elettorale” e che “senza giovani non c’è futuro; senza futuro, la bellezza [dell’Italia] diventa scenografia”.

Evidentemente anche per Zaia, al di là delle astratte petizioni di principio, non vale la pena correre il rischio di spaventare i più anziani con proposte concrete, visto che sono -loro sì- maggioranza elettorale.

Politica internazionale: zero (o quasi) novità sul campo

Il capitolo dedicato alla politica estera non è particolarmente originale: ripete concetti già espressi in moltissimi frangenti dalla stessa Lega (non solo Salvini, ma anche Vannacci), cosi come da tante altre forze politiche “centriste” (per esempio Renzi, Calenda, Bonino e altri esponenti del’ex Terzo Polo, ovvero dalla cosiddetta componente riformista del Pd, come Picierno, Gori, Quartapelle o Alessandro Maran).

L’Europa -si legge nel manifesto- dovrebbe avere più peso nello scenario internazionale perché “non siamo una potenza militare, ma possiamo essere una superpotenza di diplomazia ed equilibrio”. L’aspetto che differenzia Zaia dalla tradizione euroscettica del suo partito è quello che gli fa dire che il fine resta quello di un’Europa forte; a differenziarlo dalle posizioni liberali e riformiste invece è la consueta strizzatina d’occhio al sovranismo.

Questa la sintesi proposta: “non esiste un’Europa forte senza stati forti, responsabili, autorevoli. L’Italia può essere ponte tra Europa e Stati Uniti, e di conseguenza baricentrica nella diplomazia del Mediterraneo”.

L’Autonomia come responsabilità

La parte che mi sento di sottoscrivere è quella sull’autonomia. A cominciare dalla premessa, “L’autonomia non è una concessione né un capriccio identitario. E’ prevista dalla Costituzione repubblicana dal 1948.”  Condivisibile la ricostruzione storica (“il modello centralista che si è affermato è figlio della paura e della fragilità di un paese uscito martoriato dalla Seconda guerra mondiale poteva avere una logica allora”).

Condivisibile la lettura degli esiti (“Il centralismo ha prodotto due Italie, senza risolvere né la questione meridionale né quella settentrionale. Ha deresponsabilizzato i territori, ha reso inefficiente la spesa pubblica, ha trasformato le diseguaglianze in diseguaglianze strutturali.”). Ma soprattutto è condivisibile la riflessione finale, ispirata a una considerazione fatta anni fa dal Presidente Emerito Sen. Giorgio Napolitano, “Credo che l’autonomia sia, prima di tutto, assunzione di responsabilità”.

Per poi aggiungere che “Avvicinare le decisioni ai cittadini significa ridurre le catene decisionali e rendere chi governa misurabile sui risultati. Significa costruire uno stato più adulto.”  Importante e apprezzabile anche il passaggio sulle garanzie per il Meridione quando, dopo aver bollato una eventuale secessione dei ricchi come un “atto di egoismo”, Zaia scrive che “solidarietà e sussidiarietà sono complementari. Nord e Sud non sono avversari, sono parti dello stesso destino nazionale, sono gemelli siamesi. La morte o la vita dell’uno è la morte o la vita dell’altro.”.



La sicurezza, ancora di stampo salviniano

La parte meno coraggiosa, dalla quale emerge una adesione acritica dell’estensore al pensiero tradizionale della destra e che non ho apprezzato per niente è quella sulla sicurezza, dove vengono ribadite le solite parole d’ordine: certezza della pena; il sovraffollamento si risolve costruendo nuove carceri; più forze dell’ordine nelle nostre città; la microcriminalità non esiste, c’è solo la criminalità; non siamo contro gli immigrati, siamo contro i criminali; il buonismo finisce con il giustificare i crimini.

Non un’idea nuova, non un guizzo, non uno straccio di proposta su come intervenire non solo sul crimine ma anche sulle cause del crimine (temo che Zaia arruolerebbe anche Tony Blair nell’esercito dei buonisti).

Libertà e diritti

Più originale il capitolo conclusivo, che aspira a una rivoluzione copernicana sul piano ideologico e culturale, volta a mutare il nesso tradizionale (ma forse l’aggettivo più corretto è ‘arcaico’) tra destra e libertà. Mi ha ricordato per certi versi il tentativo analogo compiuto a suo tempo da Gianfranco Fini, già con AN ma soprattutto quando fondò il suo movimento politico FLI, uscendo dal PDL allontanandosi da coloro che successivamente avrebbero fondato Fratelli d’Italia. Tutto il capitolo è interessante e ne consiglio una lettura integrale senza pregiudizi, ma ne riprendo i passaggi che hanno catturato di più la mia attenzione :

“La destra vincente è quella liberale. Quella liberticida perde”;

“Le questioni legate ai diritti civili e al fine-vita non possono essere liquidate con un sì o un no pregiudiziale. […] Una destra matura non impone visioni, ma costruisce regole chiare, rispettose, capaci di tenere insieme libertà personali, responsabilità collettiva e ruolo dello stato.”

“Basta entrare oggi in una scuola dell’infanzia o in una classe delle elementari per rendersene conto: i bambini italiani crescono accanto a bambini di altre culture, storie e provenienze. Possiamo far finta di non vederlo, oppure possiamo governare questo fenomeno con intelligenza.”.

“l’identità non è un riflesso automatico: si insegna, si trasmette, si costruisce. E si rafforza anche nel rispetto dell’identità altrui, di quelle famiglie che il nostro paese ospita e che ne fanno ormai parte.”

Sicurezza a parte, definirei il manifesto di Zaia uno sforzo di innovazione importante

“Solo i pessimisti non fanno fortuna”. Il contributo si conclude con queste parole. Non so se avrà più fortuna di Fini (di meno è impossibile), ma Zaia certamente si dimostra ottimista a immaginare una destra capace di apprezzare questa piccola o grande svolta.