Iran, un cambio di volti non basterebbe: serve un cambio di regime (o arriverà la Cina)

Piercamillo Falasca
01/03/2026
Frontiere

Se questa è davvero una guerra, allora deve essere una guerra di scopo, non soltanto di mezzi. Dopo gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran, la domanda non è più se “si è andati troppo oltre”. È se si sappia dove si vuole arrivare. E se lo si dica con onestà.

La nostra tesi è semplice: l’intervento militare americano e israeliano in Iran deve ora arrivare fino in fondo, fino al rovesciamento del regime della Repubblica Islamica e alla nascita di un governo laico di transizione. Fermarsi prima, cercando una soluzione di facciata, rischia di produrre l’esito peggiore: un Iran indebolito ma non trasformato, più rancoroso e più adattivo, pronto a usare la pausa come un respiratore.

Troppi conflitti degli ultimi decenni sono stati avviati con grandi obiettivi e chiusi con compromessi che non chiudevano nulla. Si colpiscono alcune capacità, si “manda un messaggio”, si invoca la diplomazia. Poi, quando la polvere si posa, si scopre che il sistema politico avversario è ancora lì: ha perso uomini e infrastrutture, ma ha guadagnato una cosa che vale più di tutto, la prova che può sopravvivere. E questo, in Medio Oriente, diventa subito un investimento.

Chi propone oggi la “de-escalation” immagina più o meno consapevolemente qualcosa del genere: un cambio al vertice, magari una figura più presentabile, e poi un tavolo negoziale. Una soluzione “alla venezuelana”, insomma: un volto nuovo, una retorica più prudente, ma le leve reali del potere – apparati di sicurezza, reti economiche opache, milizie parallele – salde al loro posto.

Il problema non è solo morale. È pratico. Un Iran che cambia tono senza cambiare natura compra tempo. E il tempo, per un regime sotto pressione, è ricostruzione.

La Repubblica Islamica non è un governo in mano a un dittatore: è un’architettura di controllo. Anche lo scenario di successione interna, dopo l’uccisione della guida suprema Ali Khamenei, mostra quanto il sistema abbia procedure per reggere l’urto e riassorbire la crisi, almeno nel breve periodo. Un rimpasto “moderato” rischia quindi di trasformarsi in una rilegittimazione: un modo per convincere il mondo che la partita è chiusa, mentre dentro l’Iran si riorganizzano le stesse strutture con meno scrupoli e più prudenza.

Accontentarsi di una soluzione ‘alla venezuelana’ regalerebbe tempo alla Repubblica Islamica e farebbe entrare in gioco un altro attore, che a quel punto diventerebbe assertivo e non consentirebbe altri interventi militari: la Cina. Non è una fantasia complottista. È il modo in cui funziona la competizione tra potenze: quando un conflitto resta aperto e senza esito politico, chi è interessato a congelarlo prova a trasformare il congelamento in regola.

Nelle ultime ore Pechino ha chiesto un cessate il fuoco immediato e ha insistito su sovranità e integrità territoriale dell’Iran, mentre la crisi è finita al Consiglio di Sicurezza dell’ONU con Russia e Cina tra i promotori della sessione d’emergenza. È una mossa prevedibile: se non puoi decidere il finale, provi a fermare il film a metà e a dichiarare che quella è la “normalità”. In quel momento, ogni azione successiva dell’Occidente diventa più costosa: non solo militarmente, ma diplomaticamente. Si moltiplicano i veti di fatto, le pressioni per “tornare alla diplomazia”, le accuse di destabilizzazione. La finestra per cambiare davvero il regime si chiude, e al suo posto resta un equilibrio precario in cui l’Iran può riprendersi e la Cina può consolidare il suo ruolo di garante esterno.

Ma perché questa urgenza? Perché un regime che sopravvive a un colpo così forte tenderebbe a diventare più, non meno, pericoloso. Basta osservare la rete regionale che Teheran ha costruito negli anni: alleanze e sostegno a gruppi armati e milizie in vari teatri, spesso descritti come parte di un “asse della resistenza”. Lo spazio per rovesciare un regime terroristico, che finanzia l’asse Hezbollah-Hamas-Houthi, è ora: se si lascia al sistema il tempo di riposizionarsi, la sua politica estera tornerà presto a essere uno strumento di deterrenza e di vendetta.

Naturalmente, nessuno può promettere o scommettere facilmente su una transizione ordinata. L’Iran non è un paese piccolo, né semplice, né privo di fratture interne. E c’è un precedente ingombrante – dall’Iraq alla Libia – che dimostra quanto sia facile buttare giù un edificio e quanto sia difficile impedirne il crollo sulle persone. Non a caso, una parte importante del mondo degli esperti mette in guardia proprio contro l’idea che un conflitto orientato al rovesciamento del regime produca più problemi di quelli che risolve. L’Atlantic Council, ad esempio, ha sostenuto esplicitamente che una strategia di questo tipo rischia di essere controproducente.

Arrivare fino in fondo, dunque, significa lavorare per una transizione laica con un obiettivo minimo e concreto: impedire il collasso dello Stato mentre si smantellano le leve più dure del sistema (apparati repressivi e strutture parallele di potere).

La scelta non è dunque tra guerra e pace, ma tra una trasformazione rischiosa oggi e un conflitto probabile domani, quando la finestra si sarà chiusa e gli arbitri esterni saranno più forti. Un Iran che cambia faccia può essere più comodo per qualche mese. Un Iran che cambia natura sarebbe più difficile, ma più utile.