Iran e droni Shahed: l’Ucraina resta esposta
Gli sviluppi in Iran non risolvono il problema degli attacchi all’Ucraina.
A Odesa, cenando nei ristoranti con rooftop vista mare, si può vedere la contraerea ucraina abbattere i droni Shahed che la Russia usa per attaccare la città. Fa un rumore sordo, tipo: Tunf! Tunf! Tunf! Tunf!
Il tema, in questi giorni, è spiegare in italiano e agli italiani una cosa: i droni Shahed impiegati massicciamente dalla Russia in Ucraina sono sì di origine iraniana, ma la Russia li produce da sola e da lungo tempo.
Un paio di dettagli per far comprendere a tutti:
Lo Shahed è un drone kamikaze a basso costo, costa più di una Fiat Panda ma meno di una Alfa Romeo. Ha un raggio di volo di 2.500 km, nessuna città italiana è ad almeno 2.500 km da Mosca. È più o meno la distanza necessaria per fare andata e ritorno da Torino a Palermo due volte. Ha un’apertura alare di tre metri e mezzo e per quanto la parola “drone” faccia immaginare qualcosa di piccolo, sono enormi invece.
La Russia produce i suoi droni, non li compra dall’Iran
Fino a metà 2023 fonti occidentali stimavano che l’Iran avesse già consegnato almeno 400 droni Shahed alla Russia. A questo è seguito un contratto di circa 1,75 miliardi di dollari per il riallocamento della produzione di 6.000 Shahed direttamente in Russia, presso lo stabilimento di Alabuga (Tatarstan), da completarsi entro Settembre 2025.
Secondo le analisi, di questi 4.500 sarebbero già usciti dalla fabbrica russa entro aprile 2024, finanche in anticipo. Al momento quasi il 90% dell’attuale produzione è ormai localizzata in Russia, dove questi droni sono stati ribattezzati “Geran-2” per un intento iniziale di nascondere l’origine iraniana.
Parliamo quindi di un trasferimento di tecnologia, non di una fornitura.

Storia di uno strumento di morte
All’inizio, la Russia ha lavorato su base contrattuale con il regime di Teheran, in una sorta di “franchising”. Esisteva un vero e proprio accordo commerciale basato su una licenza di produzione. Alcune indiscrezioni parlano di un contratto di 1,5 miliardi di dollari solo per i diritti di produzione, cui si sarebbero aggiunti i costi di avviamento industriale che citavamo prima.
Nel tempo però lo stabilimento di Alabuga è passato dall’assemblare kit iraniani al produrre Geran‑2 in autonomia e persino modificarli per adattarli al teatro ucraino.
Gli stessi componenti impiegati sono prodotti in Russia, circa il 90% del processo produttivo è ormai internalizzato. Il restante 10% è coperto da una combinazione di componenti soprattutto cinesi e/o occidentali perfino.
Nel frattempo Mosca ha trasformato il modello Shahed di origine iraniana in una “famiglia autoctona” di droni Geran. Ha introdotto modifiche strutturali e tattiche, li ha resi più resistenti alla guerra elettronica, ha raddoppiato la capacità di carico dell’esplosivo e li ha perfino verniciati di un colore diverso.
Russia e Iran hanno già litigato per questi droni
Questa evoluzione industriale ha generato tensioni tra Mosca e Teheran. L’Iran ha fornito tecnologia, i progetti e la licenza di produzione. La Russia li ha realizzati e “migliorati” in autonomia, offrendo in cambio molto meno di quanto avesse concordato.
Gli stessi media iraniani parlano di promesse mancate: niente o pochissimi caccia Su-35, ritardi nella consegna di sistemi antiaerei S-400 e di altre tecnologie aeronautiche che la Russia avrebbe dovuto fornire come contropartita.
I media internazionali descrivono una “erosione del controllo iraniano” sullo Shahed: il drone è ormai prodotto, modificato e potenzialmente esportabile dalla Russia senza che l’Iran possa dettare condizioni. Questo già da prima degli ultimi sviluppi.
L’amara conclusione
L’amara conclusione è che la caduta dell’Ayatollah non allevierà la pioggia quotidiana di droni russi che colpiscono l’Ucraina. Anche quando non ci sono grandi offensive di terra, l’Ucraina subisce ogni notte attacchi, sirene, blackout, danni alle infrastrutture e vittime civili. Nei momenti peggiori anche 400 droni in un singolo giorno.
Non riuscendo a fare altro, la Russia usa i droni per trasformare il conflitto in una guerra a bassa intensità ma continua, che vorrebbe far leva – ma non ci riuscirà – soprattutto sull’affaticamento della popolazione civile.
AGGIORNAMENTO:
Video e analisi dei media ucraini indicano che nei resti di uno dei droni iraniani Shahed usati il 2 marzo contro la base navale inglese a Cipro sarebbe stato trovato un modulo di navigazione satellitare russo “Kometa‑M”, lo stesso impiegato su missili e droni russi in Ucraina. Se confermato, sarebbe un’ulteriore evidenza del trasferimento di tecnologia tra Mosca e Teheran, praticamente all’inverso. Non c’è ancora la conferma da parte del Regno Unito.








