“Governare il linguaggio”: potere ai comunicatori o comunicatori al potere?
In questi caldi e pigri giorni estivi di fine luglio-inizio agosto intrisi di sabbia, sudore e qualche birra, ho stancamente affrontato diverse letture sporadiche: libri iniziati e lasciati lì, frammenti di vecchi testi da riassaporare, articoli e paper sparsi consultati altalenando attenzione e noia.
Confesso di aver portato a termine la lettura integrale solamente di due libri: “America nuda e cruda” dell’amico Giorgio Dell’Arti, che abbiamo presentato insieme a Udine, e “Governare il linguaggio”, dell’altrettanto amico Donatello D’Andrea.
Pur se di dimensioni e stili molto lontani, narrativa storica in Dell’Arti e saggio settoriale esplicativo in D’Andrea, mi sono accorto che i due libri hanno fatalmente un medesimo punto di caduta: il potere.
Sull’ “America nuda e cruda” non mi dilungherò ulteriormente, è già alla terza ristampa e penso proprio non necessiti di ulteriori mie parole.
Su “Governare il linguaggio” invece qualcosa da dire ce l’ho, consapevole che mai potrò essere tanto efficace nel dipingervi i contenuti rispetto a quanto lo sia nel libro Donatello, che da un anno a questa parte avete imparato a conoscere su L’Europeista.

Perché un libro sulla comunicazione diventa un libro sul potere?
La risposta a questa domanda potrebbe già bastare a riassumere una parte importante del contenuto del saggio.
Una chiave importante sta proprio nel significato del concetto di potere, ricondotto alla pratica primordiale di creazione del significato.
Ha più potere chi risponde a una determinata domanda, o chi definisce le condizioni che stabiliranno il valore delle risposte successive?
Qui sta il gioco, o il Meta-gioco come lo definisce nel libro Donatello (so di contravvenire a tutti i crismi deontologici dei recensori chiamandolo per nome, mi perdonerete).
E’ in questo modo che la lotta per il potere si risolve nel rapporto tra spazio, ambiente e performance.
Nella profusione di analisi che ogni giorno leggiamo sull’ uragano Trump, è diventato gergo ricorrente sostenere che sostanza e apparenza siano in fin dei conti separate, e che il vero potere esecutivo venga esercitato e accuratamente celato nell’ombra del Presidente pavone e marionetta.
In merito Donatello coglie a mio avviso il punto contemporaneo, ribaltando la logica e la sequenza dell’analisi superficiale.
In “Governare il linguaggio” si afferma che l’atto comunicativo costituisce esso stesso la mossa strategica. Non è più il tempo (se mai c’è stato) delle decisioni in stanze chiuse e abbottonate, da dove a cose fatte venivano spediti i faldoni alla “comunicazione” ancillare per imbellettarli e renderli pubblici: oggi dominare il linguaggio mediatico significa dare direzione strategica, a tal punto da poter ribaltare anche i rapporti di forza.
E’ la potenza della performance, che dilaga in politica come strumento di demarcazione e costruzione dello spazio e della forma del “dicibile” (che comporta l’esistenza di un indicibile). Ciò che quelli bravi chiamano “frame”, ma non saprei definire in modo diverso da “potere”.
Dov’è il potere oggi?
Leggere il libro di Donatello non aiuterà a dare alcuna risposta a questa domanda. Aiuterà a capire come il linguaggio del potere si costruisce e ordina gli avvenimenti, in che modo e con quali astuzie.
Nel Novecento ci siamo interrogati soprattutto su chi possedesse i mezzi di produzione, gli apparati dello Stato o i mezzi di comunicazione. Il XXI secolo aggiunge una domanda: chi possiede il potere di definizione del reale?
“Governare il linguaggio” coglie un punto fondamentale, comprendendo che oggi il potere “si esercita comunicando”.
Il salto dalla pratica della “comunicazione di governo” al “governo della comunicazione”, elevata nel saggio a modello di analisi su cui basare studi e dissertazioni, coglie un cambio di paradigma ormai consolidato negli ultimi dieci anni, ma ancora poco compreso dagli osservatori.
Tanti casi concreti
Sostenere che il linguaggio produce potere non è una novità, è lo stesso Donatello a premetterlo; individuare i casi concreti e recenti in cui analizzare e testare il framework del governo della comunicazione lo è certamente.
Nel libro non si parla al passato dei vari Kissinger, Andreotti e Stalin, ma si analizzano perlopiù gli avvenimenti più recenti e politicamente rilevanti come il tragico colloquio Trump-Zelenskydel 28 febbraio scorso, la passerella di Anchorage, le performance dei dazi, le scaramucce del Presidente Usa con Giorgia Meloni e Papa Leone XIV e, allargando l’orizzonte, la sedimentazione del meta-frame nell’attrito tra Cina e Taiwan.
Tutti avvenimenti raccontati non attraverso le lenti della cronaca, ma tramite un ordinato studio delle mosse e delle tecniche che portano gli attori coinvolti, con profitto o meno, ad organizzare il significato attorno ai terreni di confronto dando forza politica alle proprie leve attraverso il linguaggio e la postura adottata.

Il backstage che diventa frontstage: come sta cambiando la politica?
In cosa consista il modello di adottabilità del frame, cosa si intende per Meta-gioco quando si parla di Taiwan (interessantissime le riflessioni di Donatello sulla grammatica diplomatica cinese, che d’altronde ci ha abituato bene), cosa ha funzionato nella comunicazione istituzionale di Giorgia Meloni e cosa si è inceppato negli ultimi tempi, sarà il libro a dirvelo.
Vorrei piuttosto concludere queste mie riflessioni con delle considerazioni più politiche, che mi sono sorte spontanee leggendo “Governare il linguaggio”.
Sono rivolte a chi osserva da fuori il potere, pubblico al quale Donatello rivolge il testo, con l’ambizione un giorno di esercitarlo da dentro.
Tra la ricerca del proprio frame, del proprio linguaggio, del trend da indovinare, viene da chiedersi se sia rimasto vivo lo spazio per la politica accanto alle persone e, allo stesso modo, per visioni politiche con largo respiro che traccino sentieri lunghi e perseguibili in decine di anni e non nelle decine di secondi dei reels.
La sfida che lancia questo testo a noi che abbiamo il “vaste programme” di lasciare ai nostri figli e nipoti un’Europa finalmente federale e compiuta, con la velleità oserei dire rivoluzionaria di farlo “dal basso” e non dall’alto, è duplice.
Da un lato, dare corpo alla grammatica europeista sfuggendo dalle antinomie oppositive altrui, che predicano contrasti isolando le grandi questioni del nostro tempo a lotte campali e periferiche, lontane anni luce dai centri nevralgici delle sfide da affrontare. “Uscire dal frame altrui”, per dirla male.
Dall’altro, non dimenticarsi della realtà e della materialità. Perché la politica subordinata allo spettacolo ha generato troppi mostri, e la soluzione non può essere ogni volta il mostro più cool in circolazione.
L’invito più bello che questo libro porta con sé è quello a rallentare gli istinti al cospetto dei fenomeni temporanei figli del mare magnum comunicativo che avvolge la politica e l’opinione pubblica, e analizzare il linguaggio del potere con gli strumenti più adatti, senza farsi trascinare dall’emotività. Questa lezione è preziosa tanto per i governati quanto per i governanti contemporanei.
Governare e non farsi governare, è il senso più assoluto. Di fronte a una classe politica occidentale sempre più comandata dal suo stesso frame, è sempre bene ricordare che il buon uso del linguaggio deve portare ad essere governanti che ben comunicano, non comunicatori che mal governano.
In definitiva, “Governare il linguaggio” sa essere un buon libro per tutti i palati. Uno strumento di lettura profonda del linguaggio del potere, ma soprattutto del potere del linguaggio, adatta a chi il potere lo esercita, a chi ne aspira, e a coloro i quali vogliono capire com’è che funziona, ‘sto potere.









