Come si vende una resa: il falso problema del gas russo

Donatello D'Andrea
12/10/2026
Interessi

Il 10 ottobre 2026 Donald Trump ha sospeso le sanzioni sul diesel russo fino ad aprile, annunciando che i prezzi del carburante per gli americani «scenderanno in modo rapido». Il giorno dopo ha dichiarato che «la Russia vorrebbe trovare un accordo ma, per un motivo o per l’altro, Zelensky non vuole farlo». Il giorno dopo ancora ha chiesto che l’Ucraina elegga «un nuovo presidente». La sequenza non è casuale, come ogni mossa del Tycoon. È una strategia comunicativa e geopolitica che vale la pena leggere con precisione.

La diplomazia come performance

Trump non sta facendo politica estera; in realtà non l’hai mai fatta. Sta costruendo una narrativa per i Midterm. La mossa del diesel russo ha una funzione precisa nell’ecosistema comunicativo americano: segnalare agli elettori repubblicani che il presidente sta agendo sui prezzi, che l’opposizione alla Russia è costosa per le tasche degli americani, e che Zelensky – con i suoi attacchi alle raffinerie russe – è il problema, non la soluzione.

È diplomazia performativa nella sua forma più pura: un atto comunicativo che non descrive la realtà ma la produce. L’accordo sul diesel non abbasserà strutturalmente i prezzi americani – gli Stati Uniti non dipendono dal diesel russo in quantità significative e il mercato americano si rifornisce prevalentemente da raffinerie domestiche e dal Canada. Ma l’annuncio produce un effetto politico reale prima che chiunque possa verificarne l’impatto economico. È la logica del falso problema: identificare una causa semplice e visibile per un fenomeno complesso, offrire una soluzione che sembra intuitiva, e raccogliere il consenso prima che la realtà possa smentire la promessa.

Il secondo atto della performance è lo scaricamento di Zelensky. Chiedere pubblicamente un “nuovo presidente” per l’Ucraina serve a costruire la narrativa secondo cui la guerra continua per colpa dell’intransigenza ucraina, non dell’aggressione russa. È una riscrittura causale della storia che prepara il terreno per una pace rapida alle condizioni di Mosca, presentata come razionale invece che come capitolazione.

Il terzo atto è la normalizzazione di Putin. Ogni volta che Trump parla del presidente russo come di un interlocutore ragionevole che «vorrebbe fortemente arrivare a una soluzione», aggiunge un mattone alla costruzione di una narrativa in cui la Russia è un attore con cui si negozia, non un aggressore che ha invaso un paese sovrano. La normalizzazione è graduale, metodica, e costruita su un terreno comunicativo che i media mainstream faticano a smontare perché avviene attraverso dichiarazioni apparentemente moderate. E questo ultimo punto non è una novità per il Presidente americano. L’attività di normalizzazione di Putin ha una data di inizio ben precisa: il 15 agosto dello scorso anno ad Anchorage.



Il falso problema del barile

L’argomento energetico è il più debole della costruzione trumpiana, e vale la pena smontarlo con i dati. Il problema del caro carburante – in Europa in modo strutturale, negli Stati Uniti in forma più congiunturale – non è il prezzo del barile. È la capacità di raffinazione.

Lo dice con chiarezza Lavoce.info: dal periodo pre-Covid a oggi, l’Europa ha chiuso impianti per una quota pari al 21% della capacità complessiva. I margini di raffinazione della benzina in Europa a settembre 2026 hanno superato i 62 dollari al barile, mentre quelli del diesel hanno raggiunto quasi 79 dollari. Come spiega Euronews: «il principale motivo del crescente divario tra il greggio e i prezzi dei carburanti in Europa è che si tratta sempre più di un problema di raffinazione e di offerta di prodotti, piuttosto che semplicemente di un problema di offerta di greggio».

In questo contesto, riaprire i rubinetti del petrolio russo non sposta il problema strutturale di un millimetro. Le raffinerie europee lavorano già vicino al pieno regime – la capacità utilizzata nei Paesi europei supera l’80%. Non c’è margine per aumentare ulteriormente la produzione. Serve capacità di raffinazione nuova, servono investimenti in infrastrutture, servono rigassificatori.

Il paradosso nigeriano

Il caso più istruttivo per capire dove sbaglia l’Europa – e dove Trump fa leva su una contraddizione reale – è quello della Nigeria. Per decenni la Nigeria ha estratto greggio, lo ha esportato in Europa, e ha reimportato il carburante raffinato. L’Europa era la raffineria dell’Africa. Nel 2024 è entrata in funzione la raffineria Dangote a Lagos: 700.000 barili al giorno di capacità, la più grande del continente africano, che a settembre 2026 soddisfaceva il 71% del fabbisogno interno nigeriano di benzina. Nel 2026 è diventata un fornitore di carburanti per l’Europa stessa durante la crisi degli approvvigionamenti.

Il paradosso è completo: mentre l’Europa chiudeva raffinerie in nome della transizione verde, la Nigeria ne apriva una enorme per smettere di dipendere dall’Europa. Un paese che esportava greggio e importava carburante ha internalizzato la filiera. L’Europa, che controllava quella filiera, l’ha dismessa. Oggi importa prodotti raffinati dalla Nigeria, dall’India, dal Medio Oriente. Il valore aggiunto è andato altrove.

L’ipocrisia europea e il caso India

C’è però un elemento che rende difficile per l’Europa rispondere a Trump con piena credibilità: la contraddizione tra le sanzioni dichiarate e gli acquisti reali. La Spagna di Sanchez – membro dello stesso campo progressista che sostiene Zelensky – è diventata nel 2026 il primo importatore europeo di GNL russo, con acquisti cresciuti del 124% a marzo rispetto al mese precedente, per 355 milioni di euro. Nel primo semestre del 2026 l’UE ha importato quasi 9,9 milioni di tonnellate di GNL russo, con un aumento del 16% rispetto all’anno precedente. Francia, Belgio e Ungheria seguono. L’Italia ha diversificato le proprie forniture e non risulta tra gli acquirenti significativi.

A questo si aggiunge il circuito india-russo che ha reso le sanzioni parzialmente inefficaci: l’India acquista greggio russo a prezzi scontati, lo raffina, e rivende il diesel raffinato all’Europa a prezzo pieno. Come ha denunciato Josep Borrell: «se diesel o benzina prodotti in India da petrolio russo entrano in Europa, si tratta certamente di un’elusione delle sanzioni». Il meccanismo è rimasto sostanzialmente in piedi. L’Europa paga il diesel indiano senza sapere – o fingendo di non sapere – che dentro c’è greggio di Mosca.

Trump lo sa. Lo usa come argomento. E costruisce su questa contraddizione la propria proposta di normalizzazione: se comprate già russo indirettamente, perché non farlo direttamente e risparmiare?



Le conseguenze per l’Ucraina e per noi

Lo scaricamento di Zelensky ha conseguenze che vanno oltre la propaganda americana. Se Washington smette di essere il garante della resistenza ucraina, l’Europa si trova davanti a una scelta che finora ha rimandato: assumersi la responsabilità militare ed economica del conflitto, oppure accettare una pace alle condizioni russe.

Una pace rapida alle condizioni di Mosca non è la fine della guerra. È la fine di questa fase. La Russia uscirebbe da un conflitto che ha scatenato con un guadagno territoriale consolidato, con la normalizzazione diplomatica garantita da Washington, e con la dimostrazione che l’aggressione paga quando si è disposti ad aspettare. Il messaggio per la Cina e per chiunque abbia ambizioni espansionistiche sarebbe preciso: la resistenza dell’Occidente ha una scadenza.

Per l’Europa la normalizzazione dell’attore russo non è solo un problema ucraino. È un problema di architettura della sicurezza continentale. Un’Europa che accetta la logica trumpiana – pace rapida, niente garanzie per Kiev, Russia reintegrata nel sistema energetico occidentale – è un’Europa che rinuncia alla propria capacità di deterrenza e torna a dipendere dalla volontà altrui per la propria sicurezza.

Quella dipendenza l’abbiamo già pagata. Il conto è stato presentato il 24 febbraio 2022.