Lo stanno facendo ancora. E ci siete cascati ancora.
Un Eurofighter italiano è stato colpito nella base saudita di Taif. Il giorno dopo, Muhammad Mansur, funzionario del ministero dell’Informazione del governo Houthi a Sanaa, ha rilasciato all’ANSA una dichiarazione che vale la pena leggere con attenzione: «La nostra è una resistenza armata legittima di fronte alla prolungata aggressione saudita. Non siamo in guerra con l’Italia e non intendiamo coinvolgere il vostro Paese. Ma ci chiediamo cosa ci fanno gli aerei italiani in Arabia Saudita a sostegno della guerra di Riad contro di noi».
Non è un comunicato diplomatico. È una mossa comunicativa calibrata con precisione su un target specifico, l’opinione pubblica italiana, costruita per produrre un effetto preciso: la divisione tra i cittadini e il loro governo. Non è un messaggio per Crosetto. Non è un messaggio per Meloni. È un messaggio per gli italiani. E funziona perché chi lo ha scritto sa esattamente cosa non sappiamo.
La tecnica: divide et impera comunicativo
Su queste pagine, nell’ottobre 2025, avevamo analizzato la rivoluzione comunicativa di Hamas: il passaggio dalla propaganda del terrore di Al-Qaeda alla comunicazione di prossimità, capace di sfruttare le contraddizioni interne dell’Occidente invece di attaccarlo frontalmente. Hamas non voleva spaventarci, voleva dividerci. Gli Houthi hanno studiato quella lezione e l’hanno applicata con ancora maggiore precisione. Non è una coincidenza: Hamas e gli Houthi sono entrambi figli dell’Asse della Resistenza iraniano, finanziati, armati e in parte addestrati da Teheran. La comunicazione strategica è parte di quel pacchetto. Non è un’evoluzione spontanea, è una dottrina condivisa. L’Iran ha capito da tempo che le opinioni pubbliche occidentali sono un fronte di guerra tanto quanto il campo di battaglia. E ha insegnato ai propri proxy come combatterlo.
La dichiarazione di Mansur funziona su tre livelli simultanei. Il primo assolve: «Non siamo in guerra con l’Italia». Il secondo incolpa il governo italiano: «cosa ci fanno i vostri aerei in Arabia Saudita». Il terzo, quello che non viene detto ma che viene costruito nella mente di chi legge senza conoscere la politica estera, è: il vostro governo vi ha trascinato in una guerra che non vi riguarda. È un cuneo comunicativo, non un appello emotivo. È progettato per far sorgere una domanda nell’opinione pubblica, «ma perché siamo lì?», senza fornire la risposta. Perché la risposta, se la conoscessero, smonterebbero il frame in trenta secondi.
Non c’è nessuna empatia verso i cittadini italiani nelle parole di Mansur. C’è la consapevolezza fredda e documentata che l’opinione pubblica italiana è strutturalmente impreparata sulla politica estera, che questa impreparazione può essere sfruttata, e che una domanda retorica ben calibrata produce divisione interna molto più efficacemente di qualsiasi minaccia diretta. Gli Houthi ci conoscono meglio di quanto ci conosciamo noi. E lo dimostrano ogni volta che aprono bocca.

La risposta che nessuno dà
Il 40% del traffico marittimo italiano passa per il Mar Rosso e Bab el-Mandeb. Centoquindici miliardi di dollari di import-export ogni anno. Da quello stretto passano le materie prime che alimentano le fabbriche italiane, i componenti che assemblano le auto, il carburante, il grano. Non è un interesse saudita che l’Italia difende per gentilezza. È un interesse italiano che l’Italia difende perché se non lo fa lei, non lo fa nessuno.
La Task Force Air-Arabia, i 400 militari dell’Aeronautica schierati in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein dalla seconda metà di marzo 2026, con quattro Eurofighter, un aereo da sorveglianza E-550A e sistemi anti-drone, è lì per questo. Non per Riad. Per Bab el-Mandeb. Per le bollette degli italiani. Per i prezzi al supermercato. Per i posti di lavoro delle imprese che esportano in Asia.
Se avessimo lasciato il controllo di quelle rotte ai pirati somali negli anni Duemila, oggi da lì non passerebbe nulla. Se lo lasciamo agli Houthi, sarà l’Iran a decidere quando aprire e quando chiudere le rotte su cui viaggia quasi un terzo di tutto quello che l’Italia importa via mare. Ogni paese che abbia interessi commerciali in quella rotta, e l’Italia ne ha più di quasi chiunque in Europa, ha missioni militari in quell’area. È normale. È necessario. È nell’interesse nazionale nel senso più letterale del termine.
La bufala del Parlamento che non sapeva
E poi c’è la bufala. Quella rilanciata da qualche voce del centrosinistra, amplificata da qualche giornale compiacente, ripresa dai commenti sui social come fosse una rivelazione: «il Parlamento non sapeva niente». È falsa.
L’Italia ha missioni militari in quella regione da decenni. Non è una novità del governo Meloni, non è una scelta improvvisata, non è un segreto di Stato. È la normalità della politica estera italiana, costruita nel tempo da governi di centrodestra e di centrosinistra, consolidata attraverso accordi bilaterali, missioni NATO, operazioni europee, presenza navale nel Mar Rosso che risale agli anni in cui nessuno aveva ancora sentito parlare degli Houthi. Chiunque sieda in Parlamento sa che l’Italia ha una presenza militare strutturale in quella regione.
La Task Force Air-Arabia è stata comunicata attraverso audizioni nelle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato. Crosetto aveva informato il Parlamento richiamando la «scheda 4» sulle missioni in Medio Oriente. La missione era, ed è, pubblicata sul sito del Ministero della Difesa, accessibile a chiunque. Tajani ha chiarito che si trattava di uno spostamento di truppe dal Kuwait all’Arabia Saudita. Non era un segreto. Era sul sito della Difesa. Chi dice che il Parlamento non sapeva o non ha letto le carte, o mente sapendo di mentire.
La bufala del “Parlamento tenuto all’oscuro” non è nata per caso, ma le ragioni sono molto più banali di quanto sembrino: è opposizione politica ordinaria, quella che sfrutta qualsiasi situazione confusa per attaccare il governo. Qualche voce del centrosinistra alza il classico polverone propagandistico. Il problema è che farlo su un tema di politica estera che l’opinione pubblica non conosce produce un effetto preciso: rafforza involontariamente lo stesso frame che gli Houthi costruiscono dall’esterno. Non per coordinazione. Per ignoranza del contesto e convenienza politica immediata. Il risultato, per chi lo subisce, è identico: il dubbio che il governo stia facendo qualcosa di sbagliato in un posto in cui non dovremmo essere. E quel dubbio, una volta seminato, è difficile da sradicare anche quando i fatti lo smentiscono.
Ci conoscono meglio di noi
Questo è il punto che dovrebbe preoccupare più di qualsiasi attacco a una base in Arabia Saudita. Hamas lo aveva capito prima degli Houthi, gli Houthi lo applicano con altrettanta precisione, e dietro entrambi c’è una dottrina iraniana che ha mappato con cura i punti deboli delle opinioni pubbliche occidentali. L’opinione pubblica italiana è un bersaglio comunicativo facile perché non conosce la politica estera del proprio paese.
Non è solo il risultato di un’informazione scadente. In un’epoca in cui qualsiasi notizia è accessibile in pochi secondi, in cui esistono fonti, analisi, report pubblici disponibili gratuitamente, non informarsi su quanto accade all’estero è una scelta. E come tale, è una colpa. Dare per buona la versione di chi vorrebbe distruggerci piuttosto che aprire un libro, leggere un rapporto, cercare una fonte primaria, è ancora più grave. Non siamo vittime passive di una cattiva informazione. Siamo spesso complici volontari della nostra stessa ignoranza. E chi ci vuole male lo sa, lo sfrutta, ci costruisce sopra una strategia. Con risultati che vediamo ogni giorno nei commenti sotto le notizie, nelle condivisioni sui social, nelle domande retoriche che diventano senso comune senza che nessuno abbia verificato niente.
Non c’è empatia verso di noi in quella dichiarazione, c’è strategia. Sanno che l’ignoranza in politica estera si trasforma in sfiducia verso il governo, e sanno che la sfiducia verso il governo è il loro miglior alleato. Non ci rispettano abbastanza da spiegarci le cose. Ci usano abbastanza da calibrare ogni parola su quello che non sappiamo.
Gli Houthi hanno parlato agli italiani. E il fatto che si leggano già commenti che dicono «giusto, cosa ci stiamo a fare lì?» dimostra che il meccanismo funziona. Esattamente come funzionava con Hamas. Esattamente come funzionerà la prossima volta, se non si impara a riconoscerlo.









