29 stati contro Zuckerberg: inizia, tardi e male, il processo del secolo
“Questa settimana porteremo in tribunale la più grande causa per la protezione dei consumatori nella storia americana” ha dichiarato Russell Coleman, il procuratore capo del Kentucky. “Mostreremo al giudice che Meta ha nascosto ciò che sapeva sui danni che i suoi prodotti stavano causando ai giovani, perché fare finta di niente era più lucrativo”.
Il processo è iniziato stamattina in un’aula di Oakland e dovrebbe concludersi in circa un mese e mezzo.
Una sentenza di condanna federale coronerebbe gli sforzi di Rob Bonta, procuratore capo della California, e di 28 suoi colleghi di altri stati, che tre anni fa avevano depositato l’accusa.
A loro dire, Meta “ha progettato e dispiegato funzioni nocive su Instagram e su Facebook che causano dipendenza nei bambini e negli adolescenti fino al logoramento fisico e mentale. Il tutto mentre ingannava gli utenti, le loro famiglie e l’opinione pubblica sia sull’esistenza che sulla gravità di tali rischi”.
Quando in fumo vanno i cervelli
Lo stesso Coleman ha fatto riferimento, come precedente, allo storico patteggiamento del 1998 da parte delle multinazionali del tabacco: oltre a sborsare 206 miliardi di risarcimenti, da allora dovettero accettare restrizioni alla pubblicità, campagne governative contro il fumo e in generale un brusco ridimensionamento del loro modello di business.
Tuttavia, quella svolta storica sul fumo sarebbe acqua fresca in confronto a ciò che può accadere ad Oakland da qui a ottobre.
Né la Philip Morris né le sue concorrenti, infatti, avevano mai goduto di un potere di influenzare la vita intima e le scelte sociali degli americani paragonabile a quello che ha Meta.
Più di 290 milioni di cittadini sono esposti da anni, svariate ore al giorno, alle funzioni di Instagram e Facebook progettate apposta per indurre dipendenza, trattenere l’utente davanti allo schermo, saccheggiare i suoi dati e ricavarne profitto.
Pensiamo allo “scroll infinito” (la possibilità di continuare a visualizzare nuovi contenuti a oltranza e senza interruzioni), all’autoplay (la partenza automatica di un video dopo la fine del precedente), alle notifiche push (che invadono lo schermo avvisando che è successo qualcosa su Facebook o su Instagram anche mentre l’utente sta facendo qualcos’altro) o all’algoritmo di raccomandazione (che profila le preferenze dell’utente per bombardarlo di contenuti più in linea possibile con i suoi gusti).
Nel tritacarne è finito anche più del 60% dei ragazzini fra i 13 e i 17 anni, nonché uno spaventoso 58% di quelli tra i 9 e i 12 anni.
Ed è proprio questo l’appiglio che i procuratori hanno sfruttato per trascinare il management dell’azienda sul banco degli imputati.
Il cavillo vincente
Gli Stati Uniti, infatti, non hanno una legge esplicita contro i servizi digitali progettati per indurre dipendenza, come quella di cui si è dotata l’Unione Europea nel 2022 (il DSA che tanto fumo sta buttando negli occhi di Trump e della sua corte di miliardari).
L’accusa, perciò, si è concentrata proprio sulla protezione di bambini e adolescenti.
Anzitutto ha contestato la plateale violazione del Children’s Online Privacy Protection Act, una legge del 2000 che vieta di raccogliere i dati degli under 13 senza il consenso dei genitori. Dati che Instagram ha bellamente raccolto, analizzato e rivenduto infischiandosene di chiedere il permesso.
Il secondo vettore di attacco prende spunto dai cosiddetti Facebook Files, ovvero le confessioni di una “pentita illustre” rilasciate nel 2021 al Wall Street Journal. Si tratta di Frances Haugen, una stretta collaboratrice di Zuckerberg.
Pur giurando di aver parlato per migliorare l’azienda e non per demolirla, la Haugen ha rivelato l’esistenza di report interni grazie ai quali la dirigenza di Meta era perfettamente consapevole dei danni che Facebook e Instagram stavano causando ai minorenni.
L’esempio più famoso è quello dei filtri di bellezza applicabili alle foto e ai video: secondo i dati raccolti dall’azienda, un’adolescente americana su tre aveva problemi di rigetto del proprio corpo o soffriva di disturbi alimentari per colpa del confronto ininterrotto, ore e ore al giorno, con le immagini di corpi femminili ritoccati e irreali che apparivano su Instagram.
La dirigenza sapeva, ma ha preferito ignorare. Proprio come, nel secolo scorso, i produttori di sigarette sapevano tutto sul devastante impatto sanitario del fumo, ma scelsero di mantenere il segreto e di proseguire con il business as usual.
Ponzio Pilatogram
Da quando i Facebook Files sono stati divulgati, la linea difensiva di Meta è rimasta più o meno la stessa: appellarsi alla Section 230, ovvero la legge americana sulla responsabilità editoriale, sostenendo che la piattaforma non può pagare in tribunale per i contenuti che i suoi utenti hanno scelto liberamente di pubblicare.
È come se i dirigenti avessero detto: “Che colpa abbiamo noi, se milioni di donne hanno deciso di postare foto con i filtri di bellezza? Non le abbiamo obbligate a farlo e non potevamo certo obbligarle a non farlo!”.
Inoltre, l’azienda ha insinuato che se bambini e adolescenti usano i suoi servizi è colpa del mancato controllo da parte delle famiglie: poiché le leggi sulla privacy impediscono alla piattaforma di fare qualunque seria verifica dell’età, tutto è nelle mani dei genitori e delle loro scelte educative.
Una linea difensiva pilatesca che già non ha retto in diverse occasioni, dal New Mexico al Massachusetts. Ma che, almeno in teoria, mantiene la partita aperta.
Ed è proprio qui che il confronto con l’Europa si fa interessante.
“Qualcuno pensi ai bambini!”
È un fatto: se non fosse stato per la tutela dei minori, gli Stati Uniti avrebbero avuto le armi spuntate contro lo strapotere dei giganti digitali.
Anche tra gli adulti, come sappiamo, i loro prodotti hanno causato dipendenza, aumentato l’ansia e la depressione, abbassato le capacità cognitive, esposto le donne al pericolo costante di ricatti a sfondo sessuale, viralizzato la disinformazione in ambiti critici come quello medico. Inoltre hanno inasprito le opinioni politiche e minato quasi ovunque la tenuta della democrazia.
Ma di tutto questo Zuckerberg e soci non sarebbero mai stati chiamati a rendere conto.
Solo la sofferenza dei bambini, forse l’ultimo vero tabù sociale che ancora resiste nell’era del relativismo, ha lasciato uno spiraglio aperto per intentare l’azione legale.
Ebbene: l’Unione Europea, forse proprio sull’onda dello scandalo per i Facebook Files, ha invece scritto nero su bianco nell’art. 34 del DSA che è illegale qualsiasi servizio digitale il cui design abbia “effetti negativi, già visibili o prevedibili, sul discorso civico e sui processi elettorali”, “sulla violenza basata sul genere”, “sulla protezione della salute pubblica e dei minori” e “sul benessere fisico e mentale della persona”.
Di qualunque persona.
Vale la pena di notare che il DSA è stato votato all’unanimità dai 27 stati membri nel Consiglio: un evento di una certa rarità, ancora più sorprendente della collaborazione di 29 stati americani nella causa contro Meta.
Prevenire è meglio che insultare
Ma l’Europa ha fatto di più: con il contestatissimo AI Act ha introdotto un quadro legale simile anche sui servizi AI, in un periodo (il 2024) che per lo sviluppo di questi ultimi era ancora preistoria.
Le prese in giro da parte dei saccenti si sono sprecate: “State provando a regolamentare qualcosa che ancora non esiste!” “Lo regolamentate perché non sapete crearlo!”
Su quest’ultima sparata, avrebbero qualcosa da obiettare Mistral, Chapsvision, Soofi, Loveable e migliaia di altre società. Ma è sulla prima che vale la pena di concentrarsi.
Immaginiamo per un attimo che cosa sarebbe accaduto se una legge come il DSA fosse stata approvata in via preventiva, negli anni 2000, quando i servizi come Facebook stavano ancora muovendo i primi passi.
Quando il Leviatano digitale che conosciamo oggi era “qualcosa che ancora non esiste”.
Ebbene, per arrivare in tribunale non ci sarebbe stato bisogno di assistere impotenti a un folle esperimento collettivo lungo più di dieci anni, di ottenere per un caso fortuito le confessioni di una “pentita”, di inventarsi acrobazie legali sulla privacy dei minori, e soprattutto di aspettare che i social media iniziassero il loro tramonto grazie all’avvento dell’AI, diventando finalmente un bersaglio aggredibile.
La quantità di sofferenze e di ingiustizie che ci saremmo risparmiati, sull’una e sull’altra sponda dell’Atlantico, è incalcolabile.
Davvero non dovremmo imparare dai nostri errori del passato?
Davvero chi prova a evitare un’altra catastrofe come quella che abbiamo vissuto con i social merita una reazione tra la pietà e lo sberleffo?








