Il dilemma autunnale di Giorgia Meloni
Il 24 agosto 2026, Futuro Nazionale pubblica la seconda parte della propria base programmatica. L’aborto non è un diritto. Le unioni civili vengono abrogate. Nasce il ministero della Vita, della Famiglia naturale e dell’Identità. I contenuti LGBT vietati in televisione per 17 ore su 24. Il cambio di sesso per i minori diventa reato universale.
La scelta del momento non è casuale. Agosto ha tre caratteristiche che Vannacci ha sfruttato simultaneamente. Il campo mediatico è vuoto: nessuna legge di bilancio, nessun Parlamento in sessione, nessun dossier europeo che sottragga attenzione. Le reazioni dell’opposizione sono inevitabilmente frammentate e individuali, prive di una cabina di regia attiva. E Giorgia Meloni è in vacanza – o almeno deve sembrare tale, perché rispondere al programma di Vannacci in agosto significa ammettere implicitamente che quella roba la riguarda.
A settembre quello spazio non sarebbe esistito: la legge di bilancio avrebbe assorbito tutto, il programma di Futuro Nazionale sarebbe diventato un dettaglio in un ecosistema informativo saturo. In agosto è diventato l’agenda.
Per la presidente del Consiglio, il programma di Vannacci non è solo una provocazione da gestire: è il sintomo di un problema strutturale che si trascina da mesi. Futuro Nazionale ha occupato lo spazio a destra che FdI ha lasciato libero nel percorso di normalizzazione istituzionale, e lo ha fatto nel momento in cui era più difficile rispondere. È una mossa quasi perfetta, e va riconosciuta come tale prima di analizzarne le implicazioni.
Cosa ha costruito Vannacci e cosa ha complicato
Per capire il dilemma di Meloni bisogna partire dalla traiettoria che FdI stava percorrendo – e che il programma di Vannacci ha reso improvvisamente più complicata. Giorgia Meloni stava riuscendo in qualcosa che sembrava impossibile fino a pochi anni fa: trasformare Fratelli d’Italia da partito post-missino, percepito come infrequentabile da larga parte dell’establishment europeo, in forza di governo stabile e credibile. Il modello era quello di una destra istituzionalizzata – non Forza Italia, che quella trasformazione l’aveva pagata con la perdita di identità, ma una destra che mantenesse una cifra identitaria riconoscibile pur diventando interlocutore affidabile per Bruxelles, Washington e i mercati.
Questo progetto ha richiesto delle cessioni precise. La più costosa, sul piano identitario, è stata l’Ucraina. Meloni ha sostenuto Kyiv con una coerenza che non era scontata per un governo di destra, ha retto le pressioni interne di Salvini, ha mantenuto la linea atlantista anche quando Trump spingeva in direzione opposta. Quella coerenza le ha costruito una reputazione reale in Europa – non propagandistica, ma verificabile nei fatti.
Il costo di quelle cessioni è stato lo svuotamento progressivo degli spazi a destra. Prima Salvini aveva occupato quella posizione – il presidio dell’identitarismo radicale come alternativa alla destra di governo. Poi Salvini ha governato, ha ceduto a sua volta, e quello spazio si è riaperto. Vannacci lo ha trovato disponibile e lo ha occupato con una precisione che chi studia la comunicazione politica non può non riconoscere.

La trappola è già attiva, e funziona anche adesso
Il programma di agosto non è un manifesto elettorale nel senso classico del termine. È un atto di posizionamento identitario costruito per produrre due effetti simultanei: fidelizzare chi è già dentro Futuro Nazionale e costruire una trappola per chi sta fuori – a partire da Meloni.
Il rischio più immediato per Meloni non è la rottura con Vannacci (molto difficile che avverrà, almeno ora), è l’inseguimento. Nel centrodestra circola con insistenza una convinzione che Palazzo Chigi non ha ancora articolato pubblicamente in modo esplicito: che Vannacci stia oggettivamente facendo il gioco della sinistra. Dividere il fronte, logorare Meloni con distinguo identitari quotidiani, rendere la coalizione presentabile come estremista prima ancora che le elezioni comincino – il risultato di questa dinamica, indipendentemente dalle intenzioni del generale, è un centrodestra più debole. È la posizione che Forza Italia esprime da mesi con meno reticenze degli altri: Occhiuto è stato tra i più espliciti nel dire che Vannacci va combattuto, non incluso.
La tentazione di presidiare lo spazio a destra con mosse propagandistiche è tuttavia reale, e si è già manifestata. La postura su Ceuta – dura ed identitaria – è stata esattamente questo: un tentativo di occupare uno spazio che appartiene ormai a Vannacci, usando il registro della destra pre-governativa invece di quello della destra di governo. È una strategia perdente per una ragione strutturale: Vannacci su quei temi è più radicale, più coerente, più credibile per quell’elettorato. E soprattutto non ha nulla da perdere nel sostenere posizioni molto radicali: d’altronde, non sta governando lui.
Il caso dell’Ucraina rivela, più chiaramente, la profondità del problema. Il 24 agosto – lo stesso giorno in cui Futuro Nazionale pubblicava il programma – si teneva a Kyiv la riunione della Coalizione dei Volenterosi. Il premier britannico Andy Burnham autorizzava la condivisione con Kyiv dei progetti classificati del missile Storm Shadow. Macron annunciava esercitazioni militari della forza multinazionale in ottobre e novembre. L’Italia annunciava generatori. Ma come ha ricostruito Linkiesta, l’impegno italiano era in realtà ben più corposo: il governo aveva tacitamente accettato di inviare una nuova strumentazione anti-missili, scegliendo però di non comunicarlo pubblicamente. La ragione, secondo le ricostruzioni giornalistiche, era precisa: evitare di scatenare Vannacci, evitare una polemica esplicita con Salvini.
È il paradosso di un governo che ha fatto della comunicazione dei propri “successi” un mantra. In questo caso, Meloni fa la destra responsabile nei fatti, ma non può dirlo. Vannacci fa la destra irresponsabile nelle parole, e lo grida. Ma chi governa la narrativa è chi parla, non chi tace. E Meloni, per paura delle reazioni interne alla coalizione, ha scelto di tacere su una scelta già fatta, sacrificando la propria immagine internazionale sull’altare dell’equilibrio interno. Vannacci non condiziona solo le scelte future di Meloni: condiziona già oggi la sua comunicazione su scelte già compiute.
Chi ha più da perdere
La domanda che struttura il dilemma autunnale di Meloni è questa: chi ha più da perdere nella partita con Vannacci?
La risposta è paradossale. Meloni comanda il partito maggioritario della coalizione: ha Palazzo Chigi, ha la credibilità europea, ha il consenso. È la figura più potente del centrodestra italiano. Ed è esattamente per questo che è la più vulnerabile: ha costruito un progetto quinquennale di normalizzazione di FdI che vale molto più di una legislatura. Qualsiasi scenario – alleanza, sconfitta elettorale, logoramento interno – mette a rischio quel progetto in modo diverso ma ugualmente serio.
Futuro Nazionale ha costruito la posizione opposta. Dentro il governo logora dall’interno – ogni compromesso diventa prova del tradimento identitario di FdI, ogni cedimento diventa munizione. Fuori dal governo resta l’unica forza che non ha mai governato, che non ha mai ceduto su nulla, che può presentarsi alle elezioni successive con le mani pulite e una narrativa purissima. È un win-win strutturale: Vannacci guadagna in qualsiasi scenario. Meloni paga in tutti.
Ma tra i due scenari disponibili per Vannacci, quello che gli conviene di più – l’opposizione pura, la narrativa antisistema intatta – è anche quello che danneggia meno Meloni. Un Vannacci all’opposizione è un problema gestibile. Un Vannacci al governo è un problema che Meloni porta in casa propria ogni giorno, costringendola a prove di forza interne quotidiane e a compromessi poco gestibili. Se l’asimmetria non si può eliminare, si può almeno scegliere la sua forma meno costosa. E quella forma è tenerlo fuori.
Meloni sa trattare, ma non è detto che convenga farlo
La strategia più conveniente per Meloni non è la trattativa: è l’attesa. Fare in modo che Vannacci si logori da solo, rendendo naturale, quasi inevitabile, la sua non inclusione. Non una rottura esplicita, non uno scontro frontale: una progressiva irrilevanza che non richiede nemmeno una decisione dichiarata.
Nel frattempo, il frame “fa il gioco della sinistra” serve esattamente a costruire le condizioni narrative dentro cui quell’esclusione appaia giustificata. Non è un attacco ai valori di Vannacci – sarebbe un suicidio verso quella parte dell’elettorato di FdI che quei valori li condivide. È un attacco alla sua utilità politica: un partito che divide il centrodestra e avvantaggia oggettivamente l’opposizione non merita di stare nella coalizione, indipendentemente da cosa pensi sull’aborto o sulle unioni civili. Vannacci ha già la contro-narrativa pronta – «hanno paura» – ma Meloni ha bisogno di tenere quel frame vivo per evitare che l’alleanza sembri l’unica strada percorribile.
Il problema è la variabile che non controlla: la tenuta del centrosinistra. Il campo largo sta facendo di tutto per spaccarsi – tra le fughe in avanti di Conte, l’irrilevanza del PD e le tensioni strutturali che lo attraversano. Ma la politica raramente è una scienza esatta, e che si spacchi nel momento giusto è tutt’altro che scontato. Meloni, che si approccia all’autunno con il dilemma dei dilemmi, sa che le variabili fuori dal suo controllo sono troppe per potersi permettere di aspettare all’infinito.








