Buoni allievi di cattivi maestri. I Giovani Democratici, l’Ucraina e la diserzione dalla libertà
Negli anni ’70 Vaclav Havel sosteneva che la Cecoslovacchia e i Paesi dell’Est imprigionati nella gabbia sovietica erano il cuore pulsante della libertà europea.
Il suo maestro e portavoce del Movimento Charta ’77, Jan Patocka, spiegava che l’idea filosofica dell’Europa, dalle origini del pensiero socratico e platonico, ha legato la nascita della politica non a una particolare forma di governo, cioè di esercizio del potere pubblico, ma all’istituzione di uno spazio pubblico della libertà, cioè a una caratteristica esperienza di vita comune.
In essa, l’impegno per la verità, per essere davvero responsabile, non può essere rimesso ad alcun principio di necessità e il dovere della responsabilità non può essere risolto in un obbligo di obbedienza. Dunque il potere totalitario del comunismo, rivendicando non solo un potere assoluto su quanti erano sottoposti al suo dominio, ma la propria stessa necessità “reale-razionale”, secondo il canone hegelo-marxista, rappresentava una minaccia esiziale non tanto per la realtà storica, quanto per l’idea filosofica della libertà europea, anche dove essa continuava apparentemente a non affrontare rischi o inciampi fatali.
I pochissimi osservatori interessati della realtà est europea vennero a conoscenza delle opere di Patocka (Platone e l’Europa, Saggi eretici sulla filosofia della storia) e Havel (Il potere dei senza potere, Lettere a Olga) tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, quando furono pubblicate in Occidente, dopo anni di circolazione clandestina in Cecoslovacchia, precedute da anni di elaborazione letteralmente catacombale, in seminari e incontri segreti.
Le riflessioni di questi matti che non volevano rovesciare il potere costituito, ma ripristinare uno statuto di verità e quindi di libertà del discorso politico in un universo di oppressione e menzogna – non volevano, insomma, occupare le stanze del Palazzo, ma rovesciarne le fondamenta morali e intellettuali – furono per lo più neglette e incomprese dai democratici dell’Europa al di qua del Muro, che, in alcuni casi, si rammaricavano della cattività cui la cortina di ferro li costringeva, ma rimanevano totalmente inconsapevoli di quanto quello stesso pericolo fosse incombente sui loro destini.
Del resto, come avremmo scoperto in seguito, la gratuita garanzia di sicurezza, assicurata dall’alleato americano, non solo consentiva ai paesi dell’Europa occidentale di accomodarsi in una condizione di confortevole minorità politica, ma ne frenava lo sviluppo verso l’età politicamente adulta. Il free riding, che sia economico o strategico, genera sempre azzardo morale e ne stiamo vedendo i frutti a livello di massa.
Havel nel maggio del 1989 uscì di galera e dopo poco più di sette mesi, sulla spinta della cosiddetta Rivoluzione di velluto diventò presidente della Cecoslovacchia e ne guidò rapidamente l’avvicinamento all’Ue e l’integrazione nella Nato. Ma subito tornò ad ammonire gli occidentali come una Cassandra inascoltata sui pericoli che continuavano ad arrivare da est, e in primo luogo dalla Russia e dalla Cina, consapevole che dalla fine del comunismo non sarebbe affatto seguita la fine delle minacce all’Europa e alla sua libertà e che la mancata democratizzazione dei centri degli ex imperi comunisti le avrebbe riproposte in altre forme, meno appariscenti, ma non troppo diverse da quelle passate.
L’Europa che si misura con la guerra in Ucraina è quella costretta a recuperare rapidamente le lezioni non apprese e a fare i conti con una profezia percepita, quando venne pronunciata, come il sintomo di un disturbo post-traumatico di un vecchio dissidente. Il regime putiniano, infatti, fu considerato in Europa fino al 2022, in modo pressoché unanime, il migliore regime possibile per la Russia in una prospettiva occidentale, come fino al 1989 si riteneva anche tra molti atlantisti che la schiavitù di 260 milioni di est europei (russi compresi) fosse il prezzo giusto per la libertà di 350 milioni di europei d’Occidente.
Questa è la ragione per cui anche chi ostenta sensibilità umanitaria, impegno progressista e intransigenza morale – come la segretaria dei Giovani Democratici, Virginia Libero – non riesce a capire e neppure a sentire che la resistenza ucraina all’aggressione russa è il nuovo cuore pulsante della libertà europea.
Da questa falsa coscienza narcisistica e propagandistica dei doveri del servizio democratico sono venuti gli appelli peace and love alla diserzione universale “contro le vostre guerre”, di fronte a un popolo di sinistra (e non solo di sinistra) sempre più persuaso che il sostegno alla resistenza ucraina – un caffè alla settimana di aiuti complessivi, meno di uno al mese di aiuti militari – non sia un contributo a una causa comune e che la putinizzazione dell’Ucraina e la petainizzazione dell’Europa – a ogni Stato “sovrano” il suo governo di Vichy – non sia né il peggiore dei pericoli, né dei mali.
Esattamente come fecero i pacifisti anni ’30 che, non volendo morire per Danzica, diventarono collaborazionisti del nazismo quando se lo trovarono davanti all’uscio di casa. Non diserzione dalla guerra, ma dalla libertà.
Del resto, si poteva sperare che avesse capito qualcosa della lezione di Havel e dei dissidenti democratici di Charta ’77 la massima dirigente di una organizzazione che poche settimane fa ha festeggiato il centesimo anniversario della nascita del santo patrono di tutte le rivoluzioni “antimperialiste” novecentesche, Fidel Castro? Si poteva sperare che questi buoni allievi di cattivi maestri invitassero Artem Chapeye a cantare con loro Bella ciao?









