Né con l’ANPI né con chi ha sparato all’ANPI. Il 25 Aprile è della resistenza ucraina

Piercamillo Falasca
26/04/2026
Poteri

Cominciamo dall’incontrovertibile: chi a Roma ha sparato contro i manifestanti che indossavano il fazzoletto dell’ANPI ha commesso un atto criminale e vigliacco. Non esistono attenuanti politiche, non esistono contesti che attenuino il giudizio. È un fatto che va detto con la massima chiarezza, prima di qualsiasi altra considerazione.

Eppure quella chiarezza impone di fare un passo ulteriore, scomodo e necessario. Perché c’è un’ironia feroce in ciò che è accaduto: i delinquenti politici che hanno sparato contro i manifestanti col fazzoletto ANPI e l’attuale dirigenza dell’ANPI stessa condividono, nei fatti, la medesima visione del mondo. È quella che si chiama, con un termine nato negli anni Novanta per descrivere le convergenze tra ex comunisti e nazionalisti nell’Europa post-sovietica, una visione rossobruna: antioccidentale per riflesso condizionato ed equidistante di fronte alle aggressioni dei tiranni purché si oppongano all’ordine liberale. Il rosso dell’estrema sinistra e il bruno del nazionalismo autoritario che si scoprono, su ciò che conta davvero, dalla stessa parte. Una visione che non ha nulla a che fare con i valori del 1945.

L’ANPI ha tradito sé stessa

Fondata nel 1944 per tenere viva la memoria di chi combatté contro l’occupazione nazifascista, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia ha a lungo incarnato — almeno nell’immaginario repubblicano — la coscienza morale dell’antifascismo italiano. Quella stagione è finita. L’ANPI non rappresenta più i valori della Resistenza. Questo non è un giudizio polemico: è una constatazione che emerge dai comportamenti pubblici dell’associazione negli ultimi anni. Di fronte all’invasione russa dell’Ucraina — la più grande aggressione armata in Europa dal 1945 — la sua dirigenza ha scelto non la solidarietà con chi resiste, ma l’equidistanza. Ha preferito “capire le ragioni di Mosca” piuttosto che riconoscere nell’esercito di Kyiv un’eco diretta delle brigate partigiane. Ha tollerato, quando non alimentato, derive antisemite e antisioniste nei settori della sinistra radicale con cui è entrata in contiguità. Ha abbracciato una narrazione anti-occidentale e antieuropea che stride con qualsiasi lettura coerente del 1945.

Il punto di non ritorno è arrivato oggi con le dichiarazioni del presidente Gianfranco Pagliarulo, secondo cui le bandiere ucraine non avrebbero dovuto sventolare nei cortei del 25 Aprile “perché non ci sono quelle russe“. Con quella frase — che l’eurodeputata di Azione Elisabetta Gualmini ha definito giustamente sconcertante — Pagliarulo ha messo sullo stesso piano l’aggressore e chi resiste da oltre quattro anni per la propria libertà e indipendenza. Ha equiparato il carnefice alla vittima. Lo ha fatto nel giorno in cui l’Italia celebra il trionfo di chi resistette a un’occupazione straniera.

Gualmini ha identificato il cortocircuito con precisione: “il 25 Aprile diventa luogo di settarismo e di discriminazione, di estremismo e polarizzazione, esattamente il contrario dei valori che venivano celebrati.” È un’ottima descrizione di un’istituzione che si è capovolta, che ha fatto dell’antifascismo uno schermo ideologico dietro cui nascondere posizioni che con l’antifascismo non hanno più nulla a che fare. L’ANPI è diventata, in sostanza, un’organizzazione al servizio di quella stessa narrazione rossobruna. La stessa, nei contenuti essenziali, di coloro che le hanno sparano contro.

La vera Resistenza europea è a Kyiv

C’è ancora un modo per restituire senso al 25 Aprile? Secondo noi de L’Europeista, sì. Esso passa per un riconoscimento che la politica italiana fatica ancora ad articolare con coraggio: l’unica Resistenza che oggi abbia diritto di invocare l’eredità del 1945 è quella ucraina. Un popolo che dal febbraio del 2022 combatte contro un esercito invasore, che difende la propria terra, la propria lingua, il proprio diritto all’autodeterminazione. Un popolo che muore per gli stessi valori per cui morirono i partigiani italiani: la libertà contro la tirannia, la dignità nazionale contro l’occupazione straniera.

Non riconoscere nella resistenza ucraina il figlio naturale della Resistenza europea significa non aver capito — o non voler capire — cosa fu davvero il 1945.

Riprendersi una data

E dunque, diciamolo con chiarezza: il 25 Aprile non appartiene all’ANPI. Non appartiene ai cortei che confondono l’antifascismo con l’antioccidentalismo. Appartiene alla Repubblica e ai valori universali scolpiti nella Costituzione che da quella data nacque: la libertà, l’autodeterminazione dei popoli, il ripudio della guerra d’aggressione. Sono — non a caso — i valori fondativi dell’Unione Europea.

Provocatoriamente, ieri Anna Paola Concia, ha dichiarato che “il 25 Aprile è morto“. Ma le date storiche non muoiono per sempre: si riconquistano, si possono riconquistare. Significa scendere ogni giono in piazza – piazze virtuali incluse – con la bandiera ucraina, dire senza ambiguità che l’antifascismo non si concilia con l’antisemitismo, e rifiutare di lasciare che altri parlino in nome di valori che hanno da tempo abbandonato.Finché noi liberali, europeisti e democratici italiani — di governo e di opposizione — non ne prenderemo atto e non ci impegneremo concretamente, la festa della Liberazione resterà ostaggio di chi dalla liberazione vuole liberarsi.