Milano Cortina e l’ombra lunga dell’ICE: quando la prepotenza oltraggia lo spirito olimpico

Riccardo Lo Monaco
05/02/2026
Interessi

I fatti di Minneapolis non sono un incidente isolato né una parentesi della cronaca americana: sono un segnale. Un segnale che parla di un clima interno agli Stati Uniti sempre più teso, di un uso della forza che travalica la normale dialettica democratica e di un potere federale che, nella gestione dell’ordine pubblico e dell’immigrazione, assume tratti sempre più muscolari. È da questo contesto che nasce una preoccupazione tutt’altro che teorica: la presenza dell’ICE alle Olimpiadi invernali di Milano Cortina potrebbe trasformare un evento globale di sport e pace in un detonatore di tensioni internazionali.

Viviamo un tempo in cui il percepito domina sul reale

Anche se l’ICE a Milano non dovesse far nulla o fosse in numero più che esiguo, anche se nei prossimi giorni si tramutasse nell’Esercito della Salvezza, ormai la sola presenza nominale basterebbe per infiammare gli animi. L’ICE oggi non è percepita come una semplice agenzia amministrativa: è diventata il simbolo di una politica securitaria aggressiva, di operazioni condotte con modalità paramilitari e di una visione del potere fondata sulla deterrenza, non sulla mediazione. In questo senso, l’ICE somiglia sempre più a una guardia pretoriana del cerchio politico trumpiano, un corpo che risponde a una logica di fedeltà e di intimidazione.

Il rischio non è tanto operativo quanto simbolico

Le Olimpiadi sono, per definizione, un evento ad altissima visibilità. Tutto ciò che vi accade viene amplificato, osservato, reinterpretato. Pensare che il clamore globale suscitato da episodi come quelli di Minneapolis non possa riverberarsi su un palcoscenico come Milano Cortina significa sottovalutare la potenza della comunicazione contemporanea e la capacità dei conflitti di spostarsi, contaminare, riemergere altrove.

Non si tratta di giustificare eventuali manifestazioni violente, che restano sempre da condannare senza ambiguità. Ma la storia insegna che la repressione preventiva e l’ostentazione della forza non disinnescano il conflitto: spesso lo attirano. Genova 2001 non esplose per caso e un evento internazionale si trasformò in una prova di forza, generando una spirale di violenza che nessuno, ufficialmente, diceva di volere.

Oggi Milano rischia di trovarsi in una situazione simile, seppur in un contesto diverso

L’ICE non è una forza neutra agli occhi dell’opinione pubblica globale. La sua missione e i suoi metodi sono incompatibili con i valori che lo spirito olimpico pretende di incarnare. Libertà, uguaglianza, fratellanza non sono slogan decorativi: sono principi che mal si conciliano con un apparato percepito come repressivo, selettivo e ideologicamente schierato.

C’è poi un secondo livello di gravità, forse ancora più inquietante. L’imposizione della presenza dell’ICE può essere letta come un gesto di prepotenza geopolitica. Un modo per affermare che gli Stati Uniti, o meglio l’amministrazione Trump, non chiedono: decidono. Anche nei confronti di Paesi alleati, anche in contesti che dovrebbero essere multilaterali, condivisi, simbolicamente neutri. È una dimostrazione di forza che non rafforza la sicurezza, ma mina la fiducia.

Se appare ovvia la presenza dell’intelligence USA, così come ovvia appare la presenza del Secret Service e del Diplomatic Security Service per la sicurezza del Vicepresidente e del Segretario di Stato, quale sarebbe l’utilità, soprattutto all’indomani dei fatti di Minneapolis, della presenza di uomini di un’agenzia federale americana che dovrebbe occuparsi di immigrazione e dogane all’interno degli Stati Uniti, se non nella dimostrazione di forza e prepotenza da parte dell’amministrazione Trump?



In questo senso, l’ICE alle Olimpiadi non sarebbe solo una scelta sbagliata: sarebbe un messaggio sbagliato

Un messaggio che rischia di trasformare Milano Cortina in un teatro di protesta globale, attirando movimenti, attivisti, opposizioni che vedrebbero nei Giochi non più una festa dello sport, ma l’occasione perfetta per contestare un modello di potere sempre più autoritario. Ancora di più se tutto viene anticipato, all’indomani della guerriglia che ha violentato Torino, dal dibattito sul fermo preventivo che, se entrasse in vigore in concomitanza con l’inizio delle Olimpiadi, potrebbe portare al paradosso che vedrebbe gli uomini dell’ICE — magari mascherati come da regole di ingaggio — girare indisturbati, mentre a privati cittadini potrebbe essere impedito di manifestare il proprio dissenso tramite un fermo di polizia applicato sulla base di una mera discrezionalità.

C’è infine una riflessione che va oltre la contingenza

Se oggi Jesse Owens corresse non a Milano Cortina ma ad Aspen nel Colorado, verrebbe celebrato come icona universale, oppure fermato dall’ICE come corpo “sospetto” e magari giustiziato sul podio?

La provocazione è forte, ma non gratuita. Le Olimpiadi nascono per superare confini, barriere, identità rigide. L’ICE nasce per controllarli e, con Trump, si trasforma nel più cruento apparato di terrore, repressione e violenza.

Milano-Cortina ha ancora poco tempo per evitare che la storia si ripeta

Ma ignorare i segnali, minimizzare le percezioni, liquidare le preoccupazioni come allarmismo sarebbe un errore imperdonabile. Perché quando la sicurezza diventa intimidazione, il confine tra prevenzione e repressione si dissolve. E allora non serve molto perché un’Olimpiade smetta di essere una festa e diventi, di nuovo, una ferita.