Meloni-Trump: un bagno di realtà, nell’acqua passata
In questi giorni, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni si trova in una rotta di collisione sempre più marcata con l’ingombrante inquilino della Casa Bianca. Una querelle nata dalle palesi invenzioni di Trump, che ha sostenuto che la Giorgia nazionale lo avesse supplicato di fare una foto insieme al G7. Certo, è probabile che il vero pomo della discordia non fosse lo scatto rubato, ma l’utilizzo delle basi USA in Italia – negato da Roma per i raid in Medio Oriente. Una ragione decisamente più nobile.
Questo scontro tra leader della destra è il secondo atto di una frattura aperta già in primavera, dopo gli attacchi di Trump contro Papa Leone XIV. Dopo mesi di equilibrismo, la premier si è trovata costretta a scegliere tra mamma (Trump) e Papa, dovendo fatalmente schierarsi con il secondo. Che fatica, povera Giò.
Sia chiaro: bene ha fatto Giorgia Meloni a difendere con fermezza la dignità del Paese e la nostra sovranità nazionale. “Io e l’Italia non imploriamo mai”. Bene! Brava! Che italica donna (madre e cristiana) forte! Questo è il “sovranismo” che ci piace. A lei va la massima solidarietà per gli insulti ricevuti da Washington, così come è encomiabile che l’intero spettro politico italiano – dalle opposizioni alla maggioranza – abbia fatto quadrato attorno alle istituzioni. Certo, però, non sarebbe male se la premier, dopo aver dimostrato di avere le palle, dimostrasse anche di avere onestà intellettuale. O almeno memoria.
Quanto sta succedendo è il certificato di morte della strategia geopolitica della sua parte politica. Giorgia Meloni si era candidata ad essere il “pontefice” ideale tra le due sponde dell’Atlantico, l’anello di congiunzione tra l’Europa e la nuova destra americana. Un fallimento totale. Senz’altro per colpa dell’arroganza di Trump, ma del tutto prevedibile. Giorgia sbagliò l’analisi su Trump o non la capì?
Vederla oggi combattere la stessa battaglia diplomatica di Francia, Germania e Regno Unito fa sperare che nella maggioranza sia finalmente tornato il buonsenso (almeno in FDI, su Matteo Salvini le speranze restano a zero). Se la destra avesse un briciolo di coerenza, dovrebbe cogliere questo bagno di realtà per ammettere il fallimento totale del proprio posizionamento internazionale degli ultimi anni. Tutti ricordano la Lega con le magliette di Putin, ma ricordiamo anche il grande amore politico tra Meloni e Trump, le sintonie con Viktor Orbán e l’infatuazione per tutti quei leader populisti che hanno costantemente remato contro l’integrazione europea sul solco dei loro leader maximos, Trump e Putin. E la Meloni che voleva togliere riferimenti all’UE dalla Costituzione? Acqua passata. Avevamo solo scherzato.
Certo, sbagliare il posizionamento internazionale in questi anni in cui sta morendo il vecchio ordine mondiale, non è un errore politico da poco.
Però ora la Meloni pare cresciuta. Verrebbe quasi da sperare che sia diventata finalmente adulta, riscoprendosi d’un tratto europeista ed occidentale. Poi apro i giornali e leggo che è fermamente contraria al superamento dell’unanimità a livello UE. “L’Europa non sia un club dove prevale il più forte”, ci dice.
Il cortocircuito è perfetto: domani, quando l’Unione Europea non sarà in grado di decidere tempestivamente proprio a causa del diritto di veto, la Meloni potrà di nuovo lamentarsene, gridando al covo di burocrati inutili. E magari su questo vincerà di nuovo milioni di consensi.
Che capolavoro, il mondo dei populisti. Battersi perché i problemi rimangano. E dare sempre la colpa degli altri.








