L’Italia e il paradosso della crescita: perché fare meglio della Germania non basta più

Yuri Brioschi
10/02/2026
Interessi

Il 2025 si è chiuso con una narrativa che ha dominato i media nazionali: l’Italia cresce più della Germania, lo spread è ai minimi e la Borsa aggiorna i record.
Tuttavia, per un Paese che da trent’anni detiene il primato della crescita più bassa al mondo, fermarsi alla superficie dei decimali significa ignorare la natura strutturale del nostro declino.
Se vogliamo “raccontarla tutta”, dobbiamo analizzare cosa si nasconde dietro questi indicatori e chiederci se questa stabilità sia figlia di meriti propri o di contingenze esterne che potrebbero svanire in fretta.

La “guerra dello zero virgola”: i numeri reali della crescita

Nonostante l’euforia, i numeri parlano chiaro. Nel 2025 l’economia italiana è cresciuta dello 0,7%-0,8%, una performance numericamente superiore allo 0,2% registrato da una Germania in piena crisi d’identità industriale. Tuttavia, questo dato resta sistematicamente sotto la media dell’area euro (1,2%) e drasticamente lontano dai ritmi di partner simili per struttura, come la Spagna (2,1%).

Questa crescita, seppur superiore alle previsioni iniziali, resta confinata nel territorio dello “zero virgola”: è una crescita di resilienza, non di espansione.
Il PIL italiano sta faticosamente recuperando i livelli pre-pandemia in termini reali, ma lo fa con il fiato corto. Il dato fondamentale è che l’Italia rimane impantanata in una crescita estensiva, basata più sul volume dei servizi e del turismo che sulla qualità e sull’innovazione della produzione industriale.

Il PNRR: il polmone artificiale dell’economia

Se l’Italia non è scivolata in recessione nel corso dell’ultimo anno, gran parte del merito va attribuita al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Nel 2025, la spesa legata al Piano ha raggiunto il suo picco critico, immettendo nel sistema risorse che hanno agito come un vero e proprio polmone artificiale.

Senza l’effetto moltiplicatore dei fondi europei, la crescita italiana del 2025 sarebbe stata piatta o negativa.
Gli investimenti pubblici hanno sostenuto il comparto delle infrastrutture, compensando il brusco stop ai bonus edilizi. Tuttavia, l’orizzonte del giugno 2026 — data di scadenza del Piano — rappresenta un vero cliff edge (salto nel vuoto) che la politica sembra ignorare. La domanda è: cosa succederà quando questo flusso di cassa si interromperà? Se questi miliardi non avranno generato un aumento strutturale della produttività, l’Italia si ritroverà con un debito più alto e un motore economico di nuovo spento.

Lo spread: l’illusione ottica del mercato

Uno degli argomenti preferiti per celebrare la stabilità nazionale è lo spread BTP-Bund, stabilizzatosi sotto i 70 punti base. Per capire se sia davvero un premio alla gestione italiana, bisogna ricordare che lo spread è una differenza.

Nell’ultimo anno, il rendimento del Bund tedesco a 10 anni è salito sensibilmente (di circa il 20%). La Germania sta affrontando una crisi strutturale senza precedenti: fine dell’energia russa a basso costo e difficoltà nell’export. I mercati, di conseguenza, hanno chiesto rendimenti più alti per i titoli di Berlino. Nello stesso periodo, il rendimento del nostro BTP è rimasto sostanzialmente fermo (circa 0%). Se il valore di riferimento sale e il nostro resta stabile, la forbice si chiude. È un ottimo segnale perché significa che gli interessi sul nostro debito pubblico non stanno salendo, ma è una stabilità relativa, dettata anche dalle difficoltà altrui.

Borsa italiana: banche e monopoli

Allo stesso modo, i record di Piazza Affari vanno letti con onestà intellettuale. Il listino milanese è pesantemente sbilanciato verso due settori:

  • Il settore bancario, che pesa per circa un terzo del paniere. Le banche hanno registrato profitti clamorosi grazie al differenziale tra i tassi sui prestiti (alti) e quelli sui depositi (bassi).
  • I giganti energetici, aziende che operano spesso in condizioni di quasi monopolio.

La Borsa vola perché chi gestisce il capitale e i servizi essenziali estrae valore dal sistema, non necessariamente perché le aziende manifatturiere stiano innovando o crescendo. Un listino che corre mentre l’economia reale arranca è il sintomo di un’economia di rendita.

Il dramma salariale e la trappola della contrattazione

Qui emerge il legame brutale tra macroeconomia e vita reale: quando un Paese non cresce, i salari non possono crescere. La stagnazione trentennale ha creato un soffitto di cristallo. L’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB) conferma che, nonostante il calo dell’inflazione, i salari reali nel biennio 2025-2026 resteranno più bassi rispetto al 2021.

In un Paese dove la produttività è ferma da decenni, non c’è margine per aumenti retributivi che non siano semplici e parziali recuperi inflattivi. Per uscire da questo stallo, serve il coraggio di scardinare un sistema contrattuale centralizzato che appare oggi anacronistico e punitivo.

Debito pubblico: la necessità di tagli coraggiosi

Se la riforma della contrattazione è il motore per i privati, la gestione del debito pubblico resta il macigno che blocca lo Stato. Non possiamo più permetterci di considerare il debito come una variabile indipendente. Con un debito che sfiora il 140% del PIL, ogni oscillazione dei tassi sottrae miliardi alla sanità, all’istruzione e al taglio delle tasse.

È tempo di proposte coraggiose sulla spesa pubblica. Non bastano più le spending review di facciata che tagliano pochi milioni senza intaccare le inefficienze strutturali. È necessario:

  • Tagli selettivi ma profondi: intervenire sulle partecipate pubbliche improduttive e sui sussidi a pioggia che distorcono il mercato.
  • Efficientamento dello Stato: ridurre la spesa corrente per liberare risorse da destinare alla riduzione della pressione fiscale su imprese e lavoratori.
  • Credibilità europea: solo riducendo attivamente il debito l’Italia può smettere di essere la sorvegliata speciale di Bruxelles e Francoforte, recuperando sovranità sulle proprie scelte economiche.

Conclusione

L’Italia del 2026 gode di una calma apparente. La stabilità dello spread e i record della Borsa sono boccate d’ossigeno, non la cura. La cura resta una crescita reale che passi per la riforma dei contratti e un taglio drastico del debito pubblico.
Senza questi interventi, al termine del PNRR, l’Italia rischia di scoprire che fare meglio della Germania era solo un’illusione statistica, in un continente che nel frattempo ha ricominciato a correre senza di noi.