Vi prego, continuate a sottovalutare l’Europa dicendo che è debole

sottovalutare europa debole
Emanuele Pinelli
08/01/2026
Radici

Il ritornello del 2025, soprattutto da quando Trump e il movimento MAGA hanno preso il controllo della Casa Bianca, è stato che l’Europa è irrilevante, che l’Europa è spacciata, che l’Europa è troppo debole per reagire, che l’Europa è un vaso di coccio tra i vasi di ferro, che l’Europa è una preda tra i predatori, che l’Europa è divisa, che l’Europa è senza identità, e ogni possibile variazione su questa melodia.

Gli italiani che seguono i notiziari o i social provano sempre più paura e ansia, se si eccettua quel particolare tipo psicologico (non molto diffuso secondo i sondaggi) che riesce nell’impresa di adorare insieme sia Putin che Trump.

Anche i giornali mainstream lasciano spazio continuo a editoriali impensieriti che esortano l’Europa a “unirsi o morire”, ad “abbandonare i piccoli interessi egoistici” o a “smetterla di fare solo comunicati”.
Editoriali che assomigliano ai fumetti di Tex: letto uno li si è letti tutti (corna di Satanasso!).

Ora, che un pizzico di sano istinto di sopravvivenza finalmente si riaccenda nei nostri concittadini è più che desiderabile.
L’esagitazione di personaggi pubblici come Calenda, che grida che “Si è spezzato il patto transatlantico” e che “Trump è il burattino di Putin”, non è da rimproverare: dopotutto non è facile per gli italiani, dopo 80 anni di pace e con un’età media non bassissima, riabituarsi all’idea che la vita è piena di pericoli.
Nel momento in cui la maggior parte dei politici fa finta di niente e ostenta un pacato servilismo verso i leader di Mosca e di Washington, è un bene avere qualche oca del Campidoglio che alza un po’ i toni.

Ciò non toglie che abbiamo la tendenza, nel Belpaese e non solo, a percepirci più deboli di quanto lo siamo davvero e a raccontarci più deboli di quanto lo siamo davvero, alimentando nei nostri nemici spavalderia e sicurezza in sé stessi.

Un difetto? Non per forza.
Anzi: come dimostrano innumerevoli esempi storici, a livello strategico questa è una situazione ideale, che dovremmo sforzarci di far durare il più a lungo possibile.

La paura e l’ansia, infatti, stanno spingendo i governi europei a fare passi avanti che fino a qualche anno fa sarebbero stati impensabili, mentre la crescente arroganza dei nemici dell’Europa (tra cui Putin, Trump, l’Islam radicale e i partiti anti-UE) li porta a non vedere i loro limiti e a fare passi falsi.

Dunque, tra lo sciocco ottimismo di chi pensa che il momento non è grave e che tutto tornerà ad essere come al solito (stile Rampini) e l’incupimento di chi vede arrivare l’apocalisse, è possibile adottare un terzo atteggiamento, ammettendo con onestà tre dati di fatto:

1) Che la nostra indipendenza e il nostro modello di società sono seriamente a rischio;
2) Che finora come europei ci siamo sempre mostrati abbastanza flessibili e reattivi di fronte a questo rischio;
3) Che è utile se il resto del mondo continua a pensarci indifesi e passivi di fronte a questo rischio.

Il primo fatto è sotto gli occhi di tutti: spendiamo, perciò, qualche parola sugli altri due.

Il debito comune è ormai realtà


È vero, non sono ancora in calendario le grandi riforme strutturali che rilancerebbero l’economia del continente (mercato unico dei capitali e mercato unico dell’energia), né lo saranno presto. Ma negli anni del Covid e della crisi ucraina l’Unione Europea e i suoi stati membri sono rimasti tutt’altro che immobili.

I programmi Next Generation EU e RearmEU hanno rotto il tabù del debito comune, come anche il recente prestito di guerra di 90 miliardi all’Ucraina aggredita.

È un fatto: dai tempi del “Whatever it takes” di Draghi, ogni volta che c’è da aprire i cordoni della borsa, Bruxelles puntualmente li apre.
Li apre senza causare grandi terremoti finanziari (tanto che oggi gli stati europei hanno un debito medio dell’80% contro il 120% di USA e Cina) e senza drogare troppo l’economia (l’inflazione, nonostante i bassi tassi d’interesse, gli alti costi energetici e la chiusura del canale di Suez, è tornata sotto il 2%), ma abbastanza da risolvere i problemi immediati.

Il “miliardo felice”


Dove Trump dichiara guerre commerciali e i cinesi accumulano monopoli, l’Europa tesse nell’ombra.
Se domani, come pare, si concluderà finalmente lo psicodramma del Mercosur, ci ritroveremo al centro di una rete di libero commercio tra le democrazie pacifiche del mondo che non ha precedenti nella storia: un “miliardo felice” di esseri umani che tra Canada, Giappone, America Latina, Indonesia, Svizzera e Norvegia condivideranno con noi non solo mercati e materie prime vitali, ma anche una visione equilibrata (per quanto “all’antica”) di come dovrebbero funzionare i rapporti internazionali.

I “volenterosi”, forse ridicoli ma efficaci

Sul piano diplomatico, la “coalizione dei volenterosi”, per quanto appaia dilettantesca e a tratti ridicola, di fatto sta impedendo da un anno che gli Stati Uniti svendano l’Ucraina a Putin.
È vero, non ci sarebbe riuscita se l’amministrazione statunitense non avesse avuto profonde fratture interne sul dossier ucraino, e se l’elettorato statunitense non fosse stato plebiscitariamente ostile alla Russia.

Ma l’Europa, come tutte le medie potenze del nuovo “mondo multipolare”, deve provare a sfruttare le rivalità tra le “grandi potenze” e le divisioni interne a ogni “grande potenza” per pilotare gli eventi a proprio favore.

Deve provarci e spesso ci riesce: da due mesi gli USA hanno posto sanzioni durissime sul petrolio russo (che rende la metà rispetto al gennaio 2024 e un quarto rispetto al gennaio 2023) e hanno costretto i petrolieri russi a vendere raffinerie da loro controllate in mezzo mondo, compresa la famigerata NIS in Serbia.

L’allargamento è ripartito

Il che ci porta a un altro cambiamento, silenzioso ma duraturo, che sta avvenendo nella mentalità europea.
Alla luce dell’aggressività russa, l’allargamento dell’Unione, da che era oggetto di un dotto dibattito con qualche venatura di razzismo, viene adesso sentito come una necessità assoluta.
Incorporare l’Ucraina senza la Moldavia e i Balcani occidentali sarebbe impossibile, mentre non incorporarla sarebbe immorale e strategicamente suicida.

E dunque ecco ripartire, a ritmo sostenuto e col Montenegro in testa, l’apertura e la chiusura dei “capitoli” con cui gli aspiranti candidati si allineano agli standard dell’Unione Europea.
Il tassello problematico del mosaico, da sempre, era la Serbia. Ma proprio le sanzioni di Trump contro la NIS, seguite dal tentativo di Putin di lucrare sulla vendita della raffineria sanzionata invece di fare a Belgrado un prezzo di favore, nel contesto di proteste studentesche ormai pluriennali contro la corruzione, ha incrinato la storica fratellanza tra russi e serbi e ha messo il presidente Vučić, per sua stessa ammissione, “in un vicolo cieco” in fondo al quale c’è Bruxelles.

I sabotatori interni non sabotano più

Se Putin, a forza di darla per scontata, ha rovinato l’amicizia con Vučić, l’altro suo grande alleato Viktor Orbán potrebbe togliere le tende da Budapest di qui a tre mesi.
Sarebbe un altro grande successo della pazienza e della presunta “passività” europea: per dodici anni ha contenuto i danni che Orbán poteva fare alla democrazia ungherese, resistendo agli imbecilli che urlavano di espellere i magiari dall’Unione.
E ora la scommessa potrebbe pagare.

Si era gridato alla fine del mondo anche per la rielezione di Fico in Slovacchia e di Babiš in Cechia.
Ma gli osservatori più attenti non si erano scomposti. La maggioranza parlamentare di Fico è venuta meno già da un pezzo, mentre quella di Babiš si regge su una dozzina di chiassosi deputati del Partito dei Motori.
Risultato: nessun serio ostacolo da parte loro, anzi, addirittura la prosecuzione dell’iniziativa ceca per comprare munizioni destinate a Kiev nei paesi asiatici.

La stretta sull’immigrazione islamica

Del resto, il successo dei partiti di estrema destra che strizzano l’occhio a Putin si deve perlopiù alla polemica contro gli immigrati, specialmente quelli musulmani.
Ebbene, un effetto molto sottovalutato della guerra di Gaza è stato l’uscire allo scoperto di una parte non trascurabile dei musulmani residenti in Europa che ancora aspira a imporre la shari’a ed è disposta a mobilitarsi collettivamente per questo.
Per decenni ci eravamo raccontati che il pericolo dell’Islam radicale era confinato a “lupi solitari” o a un ISIS ormai sconfitto: dalle manifestazioni per Gaza in poi si è capito che non era così.

Europa e stati membri, così, sono corsi ai ripari, dando una stretta sull’immigrazione regolare e includendo paesi come Egitto, Marocco, Tunisia, India e Bangladesh tra quelli “sicuri” per i rimpatri.
La caduta di Assad in Siria, poi, ha dimezzato gli arrivi irregolari rispetto al 2023.

Possiamo concordare o meno su quanto tale reazione sia stata giusta: è innegabile, però, che anche di fronte a questo problema l’Europa si è mostrata tutt’altro che inerte, il che potrebbe tra l’altro (non subito ma sul medio periodo) spuntare alcune armi dell’estrema destra filo-putiniana.

Conclusione

Questi esempi non vogliono mostrare che “va tutto bene”.
Vogliono mostrare, però, che nel caos globale l’Europa è capace di difendere i suoi interessi, e che la tendenza degli altri a sottovalutarla spesso la aiuta a difenderli meglio.
Speriamo che continui così.