Tra Motoristi e Pirati: Repubblica Ceca al voto
No, non è il titolo di una nuova uscita di Topolino o Geronimo Stilton. E’ la fotografia politica della Repubblica Ceca, chiamata al voto parlamentare venerdì 3 e sabato 4 ottobre.
Dalla “Rivoluzione di Velluto” al rinascimento democratico post-sovietico
Negli anni Trenta del Novecento, sulla cartina d’Europa non avremmo trovato la Repubblica Ceca. Il suo territorio era parte della Cecoslovacchia, nata nel 1918 dopo la caduta dell’Impero austro-ungarico. Una giovane repubblica fragile, che sarebbe stata facilmente travolta dall’espansione nazista con l’annessione dei Sudeti nel 1938 e poi dall’occupazione totale del 1939. Dopo la sconfitta del Terzo Reich, la Cecoslovacchia entrò a far parte dell’area di influenza sovietica, risultando tra i Paesi fondatori del Patto di Varsavia nel 1955.
Il dissenso, tuttavia, non fu mai completamente soffocato. Nel 1968 la “Primavera di Praga”, guidata da Alexander Dubček, tentò una riforma interna del socialismo, soffocata con violenza dall’invasione militare di 700 mila soldati del Patto di Varsavia. Vent’anni dopo, le proteste si riaccesero fino a sfociare nella “Rivoluzione di Velluto” del 1989, che portò Václav Havel alla presidenza e aprì la strada alla democrazia. Nel 1993, in maniera pacifica, la federazione si divise in Repubblica Ceca e Slovacchia, entrambe parte di Unione Europea e NATO dal 2004.
Il governo Fiala
L’esecutivo uscente è guidato dal leader del partito liberal-conservatore ODS– membro del partito europeo ECR– Peter Fiala. Dopo l’affermazione elettorale nel 2021 della coalizione Spolu, formata insieme ai partiti di centro-destra KDU-CSL e TOP09, ha ottenuto la fiducia del Poslanecká sněmovna con l’appoggio del partito dei sindaci indipendenti STAN e del Partito dei Pirati. Nato come governo di tendenza destrorsa, saldamente ancorato a Visegrad e diffidente nei confronti delle istituzioni europee, ha riorientato la propria postura geopolitica dopo l’invasione Russa dell’Ucraina. Politica di affrancamento energetico da Mosca, investimenti nella difesa, sostegno a Kyiv e vicinanza a Washington. Questi i pilastri della politica estera di Fiala post-2022, non per caso definito “meloniano di ferro” all’interno dei Conservatori Europei.
Sul piano interno il governo ha dovuto gestire la crisi economica e gli alti picchi inflattivi, adottando una politica fiscale addizionale non progressiva, che ne ha alimentato l’accusa di negligenza nei confronti degli interessi del ceto medio ed eccessivi favoritismi ai benestanti del paese. Dalla sua, Fiala rivendica di aver ridotto il rapporto deficit-Pil ceco dal 5% al 2%.
Di recente, l’esecutivo è stato scosso da uno scandalo di corruzione e riciclaggio di denaro, causato dalla scoperta di una donazione occulta in bitcoin pari a 40 milioni di euro al Ministero della Giustizia da parte del trafficante di droga. Tomas Jirikovsky, condannato nel 2017 a nove anni di carcere, attualmente di nuovo in libertà.
I candidati principali
Nota metodologica: tutte le cifre utilizzate riferendosi ai sondaggi sono ricavate dal più recente “Pool of Pools” della prestigiosa testata “POLITICO”.
Peter Fiala: attestato dai sondaggi al 21% , sette punti in meno del 2021, il premier si presenta nuovamente alle urne come leader della coalizione Spolu. Ha impostato la campagna in chiave anti-Babis, giocando su credibilità istituzionale, equilibrio e tenuta euro-atlantica del paese.
Andrej Babis: proprio lui, il grande favorito di questa tornata elettorale, attestato al 30% dai sondaggi. Già premier dal 2017 al 2021, alla guida del partito da lui fondato ANO (Azione dei cittadini Insoddisfatti) dal 2012. Ex agente per la sicurezza del Partito Comunista Cecoslovacco, dopo la “Rivoluzione di velluto” emerge come proprietario unico dell’ Agrofert, azienda operante nel settore chimico-agrario. Tra il 2013 e il 2014 diviene editore dei più importanti quotidiani cechi e della più ascoltata emittente radiofonica del paese. Paragonato nella sua discesa in campo a Silvio Berlusconi, Babis si posiziona su una piattaforma politica populista euroscettica e trasversalmente conservatrice. Nel suo primo mandato ha governato in coalizione con il partito socialdemocratico ceco CSSD, con l’appoggio esterno del partito comunista KSCM.
Le seconde linee (decisive)
Tomio Okamura: nome, origine e tratti somatici nipponici. Nato a Tokyo, figlio di madre morava. Nel 2015 fonda SPD (Libertà e Democrazia diretta), partito di estrema destra fortemente anti-occidentale, con pulsioni filo-Russe. Ad oggi è accreditato sopra il 12% dai sondaggi, potenzialmente il risultato più alto della storia del partito.
Pietro Macinka: leader del partito Motoristé sobě (AUTO), in inglese “motorists for themselves”. Movimento nato in occasione delle comunali a Praga del 2022, per la prima volta in lista alle elezioni parlamentari. Sono fortemente schierati contro le politiche ecologiche e il Green Deal, facendo del movimento in automobile il simbolo delle rivendicazioni sulle libertà personali. Euro-scettico e vicino a posizioni putiniane, ad oggi il partito viene dato tra il 5 e 6 percento.
I Pirati: Partito europeista e di ispirazione liberale. Uno dei pochi favorevoli all’ingresso della Repubblica Ceca nella zona euro. Alle passate elezioni raccolse il 15% in alleanza con il partito dei sindaci STAN. Nel settembre 2024, a seguito del tracollo alle elezioni regionali, ha affrontato le dimissioni dello storico segretario Ivan Bartos e la contestuale uscita dal governo Fiala. Secondo i sondaggisti il partito raccoglie al momento il 10% dei votanti, in ritrovata crescita.
Altri partiti: Tra i restanti 23 simboli che compaiono sulla scheda elettorale troviamo quello della coalizione di estrema sinistra filorussa Stačilo, composta da diversi piccole realtà tra cui l’ultimo Partito Comunista non riformato dell’Europa centrale, e quello del movimento dei Sindaci indipendenti (Stan), dati rispettivamente al 7 e all’11% dei consensi stimati.

Proiezioni e scenari: Parlamento in bilico
Abbiamo capito chi sono i protagonisti di questa tornata elettorale. Ora esaminiamo le regole d’ingaggio e i possibili risvolti post-consultazione. La legge elettorale prevede un proporzionale puro con soglie di sbarramento del 5% per le singola liste, del 7% per le coalizioni bi-partitiche e dell’11% per quelle tri-partitiche.
Dati alla mano, nessun partito sembra in grado di governare da solo. I sondaggi delineano tre scenari principali:
Asse nazional-populista: ANO con SPD e Motoristi (o Stačilo!), numericamente possibile ma instabile, ostacolata dai veti del presidente Petr Pavel, che esclude forze anti-Ue o anti-Nato.
Coalizione centrista pro-Ue: Spolu, STAN e Pirati, che replicherebbe l’attuale governo, ma senza una chiara maggioranza senza apporti esterni.
Grande coalizione ibrida: ANO con Spolu e STAN, pragmatica ma complessa, che potrebbe garantire stabilità a costo di compromessi.
In questo quadro, il presidente Petr Pavel appare come arbitro decisivo: ha difatti già promesso di escludere dall’esecutivo chi spinga per l’uscita dall’Ue o dall’Alleanza atlantica, introducendo un vincolo istituzionale che rende molte soluzioni, pur numericamente plausibili, politicamente impraticabili. La partita, quindi, non si gioca soltanto sui numeri ma sulla compatibilità tra i partner e sulla capacità di conciliare la necessaria stabilità interna con l’ancoraggio internazionale di Praga, il vero nodo che determinerà la natura del prossimo governo. Aspetto questo che Babis sembra tenere in forte considerazione, avendo recentemente dichiarato la chiusura ad alleanze di governo con “forze intenzionate ad uscire dalla Nato” e “l’indisponibilità di indire un referendum per l’uscita ceca dall’UE”.
Ricadute su UE e Ucraina
In chiusura, non possiamo non spendere due parole sul significato di queste elezioni per l’ecosistema e le istituzioni europee, e le ricadute che possono avere nel contesto bellico ucraino. Come spesso sosteniamo su L’Europeista, ogni elezione nazionale va letta con le apposite lenti. In fin dei conti, l’elettore medio di qualsiasi paese vota guardando al portafoglio più che ai massimi sistemi internazionali. Dunque la probabile vittoria di Babis non equivarrebbe in alcun modo a un rovesciamento dell’assetto istituzionale Ceco, né tantomeno a un’abiura del percorso europeo.
Visto anche il contrappeso politico presidenziale, e la natura non eversiva del partito del magnate, il futuro comunitario della Repubblica Ceca non è da considerare in pericolo. Potrebbero risentirne, sul piano demagogico più che concreto, il supporto e l’aiuto militare all’Ucraina, prima voce di spesa che Babis tenterà di ridimensionare a favore dei promessi tagli di aliquote.
Ora, il momento delle previsioni è finito, e tra poche ore sapremo che futuro politico attende la Repubblica Ceca. Rinfrancati, noi, dalla consapevolezza che non si combatte una resa dei conti per procura tra Cremlino e Bruxelles. Al massimo, una sfida tra Motoristi su di giri e Pirati all’arrembaggio.









