Accordo Mercosur: ora o mai più
“Se supera la notte, è fuori pericolo”: quante volte l’abbiamo sentito dire dai medici nei film?
Ebbene, per l’Europa la notte da superare sarà quella di venerdì 19 dicembre. Da quella notte può uscire rafforzata e guarita dai suoi mali storici, o può uscire virtualmente defunta.
Già nella sessione di giovedì il Consiglio Europeo dovrà affrontare un voto insidioso sul sequestro dei beni russi per sostenere l’Ucraina. Ma la sessione successiva sarà ancora più incandescente, perché andrà in scena la resa dei conti sull’accordo commerciale tra l’Unione e il Mercosur.
Un accordo del quale si discute da ben 25 anni, che viene ostacolato o rimandato sempre per lo stesso motivo (le pressioni della lobby degli imprenditori agrari), ma che nel mondo attuale, irriconoscibile rispetto a quello del 2000, è diventato questione di vita o di morte.
I vantaggi economici
Il Mercosur è un blocco di paesi latinoamericani che include il Brasile, l’Argentina, l’Uruguay, il Paraguay e sulla carta il Venezuela (al momento in stand-by per le sanzioni contro il regime).
Stiamo parlando, perciò, di un gigante da oltre 300 milioni di abitanti.
Al momento i paesi che ne fanno parte hanno tutto l’interesse a importare senza barriere i prodotti di punta europei, come macchinari industriali, farmaci, prodotti chimici e automobili.
Hanno anche bisogno di un mercato di sbocco per le loro risorse agricole, come zucchero, riso, granturco, soia e carne (soprattutto pollame).
L’accordo abolirebbe i dazi doganali sul 91% delle merci che al momento si scambiano tra le due sponde dell’Oceano, innescando un aumento dell’export che avrebbe un controvalore stimato in 50 miliardi (di cui 14 solo per le aziende italiane, più dell’intera crescita del PIL nel 2025).
Questo nell’immediato. Nulla, però, esclude che nei prossimi decenni alcune economie del Mercosur si evolvano, che l’interscambio si allarghi a beni tecnologicamente più sofisticati e che il controvalore aumenti di conseguenza (si stimano +77 miliardi per l’Europa e +9 miliardi per i paesi Mercosur entro il 2040).
Ma questi numeri freddi raccontano solo una parte della storia.
Le ragioni per chiudere l’accordo entro Natale non stanno solo nel flusso di cassa delle aziende.
Non stanno neanche solo nel sollievo che proverebbero milioni di operai, nel momento in cui le loro fabbriche trovassero nuovi clienti dopo tre anni di declino industriale.
Non stanno neanche solo nel sollievo che proverebbero le famiglie più povere, trovando al discount la carne e i cereali del Mercosur con prezzi finalmente alla loro portata.
Le ragioni più importanti per chiudere l’accordo sono eminentemente politiche, nel senso più alto della parola.
Un’oasi di stabilità
Anzitutto, l’Europa manderebbe un messaggio di stabilità e di fiducia del quale oggi il mondo ha un disperato bisogno.
Da quando Donald Trump ha inaugurato l’era delle guerre doganali, infatti, nessun paese ha più la sicurezza che i suoi partner storici non gli voltino le spalle dall’oggi al domani imponendogli dazi per puri motivi di propaganda interna.
Inoltre, l’aggressività imperialista dei russi e dei cinesi sta incoraggiando ovunque le nazioni a fare friendshoring, ovvero a costruirsi catene del valore che includano solo altre nazioni “della loro cordata”, rendendole quindi più precarie e più costose.
Tutto questo ha come ovvia conseguenza l’inflazione.
Un mondo instabile, dove non ci si può fidare di nessuno, è un mondo dove i prezzi possono aumentare senza preavviso e senza rimedio.
È anche un mondo dove investire è meno conveniente, a meno che non si investa in oro o in cryptovalute.
E dunque, se davvero entro Natale nascesse un’area di libero commercio fra 31 paesi in cui vivono 750 milioni di esseri umani, sarebbe un segnale di speranza in controtendenza con le notizie ansiogene degli ultimi anni.
Ecco il primo motivo per cui l’Europa, e con lei l’Italia, uscirebbero rafforzate dalla notte di venerdì.
Non solo favelas: uno sguardo nuovo sull’America Latina
“Politica”, però, significa anche proporre un racconto culturale e spirituale per spiegare chi si è e con chi ci si sente affratellati. E in questo l’accordo Mercosur è ancora più strategico.
Agli uomini di Trump direbbe che non esistono “giardini di casa”, che le Americhe non sono destinate da alcun decreto divino a subire la loro“preminenza“, che i popoli latinoamericani decidono con chi associarsi in piena libertà e su basi di piena parità.
Ai cinesi direbbe che gli accordi strozzini della “nuova via della seta” non sono l’unico modello possibile per far sviluppare i paesi dell’ex-terzo mondo.
Ai latinoamericani direbbe che non li vediamo più come una massa di poveri peones, campesinos e baraccati delle favelas da commiserare, ma come una seconda Europa al di là del mare, che è già unita a noi dalla consanguineità, dalla lingua e dalla storia, e presto sarà unita a noi anche dagli affari.
In loro non vediamo più le eterne vittime, gli eterni perdenti in attesa di un Guevara o di un Chavez che li guidi hasta la victoria per la delizia dei nostri radical chic.
Al contrario: Brasile, Argentina, Venezuela sono nomi che a lungo hanno evocato prosperità e speranza, e vogliamo che tornino a evocarle.
Se l’Italia e l’UE supereranno la nottata di venerdì, in poche parole, avranno ribaltato la narrazione su sé stesse, sull’America Latina e su come i rapporti commerciali debbano funzionare nel mondo di oggi.
Gli oppositori dell’accordo
Un successo di fronte al quale impallidirebbero tutti gli argomenti contro la firma dell’accordo.
Argomenti che, lo ricordiamo, insistono esclusivamente sul versante agricolo. Come ha detto il presidente Macron, capofila dei contrari, “l’accordo non protegge abbastanza gli agricoltori francesi”, e il problema è tutto qui.
Ci verrebbe da dire: e perché mai dovremmo dare la priorità proprio agli agricoltori francesi su 750 milioni di persone che vivono nell’UE e nel Mercosur?
Perché non agli operai italiani?
E che cosa hanno fatto di male i ristoratori portoghesi e i ricercatori biomedici tedeschi?
Il ruralismo come fase suprema del capitalismo
C’entra il fatto che l’Europa di oggi, anziana e impiegatizia com’è, è diventata ipersensibile alle parole d’ordine del mondo rurale, percepito come custode di una presunta vita sana, innocente e in armonia con la natura.
Ed ecco, quindi, le accuse come: “L’accordo Mercosur accelererà il disboscamento dell’Amazzonia!” Dimenticando che, se l’accordo con noi fallisse, subentrerebbe quello con la Cina, assai meno tenera verso l’ambiente, e che ai tempi di Bolsonaro l’Amazzonia veniva allegramente rasa al suolo senza che avessimo alcuna leva negoziale per impedirlo.
La scelta non è tra l’accordo con noi e la vita primitiva nei boschi: è tra l’accordo con noi e un accordo con partner più cinici.
Gli emissari dei paesi Mercosur l’hanno messo bene in chiaro: se entro Natale l’accordo non viene firmato, “scaviamo una buca, ce lo buttiamo dentro e la copriamo di cemento“. Tanto fuori c’è la fila.
Un altro evergreen è “la concorrenza sleale”, dovuta al fatto che gli imprenditori agrari nei paesi Mercosur non hanno gli stessi obblighi dei nostri verso l’ambiente e gli animali.
D’altro canto, in Europa paghiamo ogni anno tra i 180 e i 205 euro a persona in sussidi per le imprese agrarie: una cifra che il Brasile o l’Argentina non possono neanche sognarsi. Imporre loro i nostri stessi obblighi ambientali sarebbe, quella sì, concorrenza sleale, anzi: come dicono malignamente i brasiliani e gli argentini, sarebbe “neo-colonialismo”.
Perché, piuttosto, non cogliere l’occasione per fare una seria analisi costi-efficacia di ogni singolo obbligo ambientale europeo, e giudicare quanti sono davvero indispensabili?
Si dice, infine, che importare il cibo dal Mercosur sarebbe pericoloso per la nostra salute, perché i controlli brasiliani o argentini non sarebbero affidabili.
In parte è vero, ma in parte è anche un mito razzista.
Se prendiamo i casi più pericolosi (metalli pesanti intossicanti e batteri patogeni), le segnalazioni su alimenti commerciati tra paesi europei sono il 70% e quelle su alimenti importati dall’estero sono il 30%: più o meno la stessa proporzione che c’è tra le quantità di prodotti scambiati intra-UE ed extra-UE.
Insomma: loro saranno pure inaffidabili, ma anche noi abbiamo margini di miglioramento.
Col forcone alla gola
Comunque sia, stamattina tutte queste paure hanno portato il Parlamento Europeo a modificare l’accordo introducendo delle “clausole di salvaguardia”: se la quantità di zucchero, carne, granturco o riso in vendita nell’UE dovesse aumentare di oltre 1/20 in tre anni (cioè un nonnulla), i dazi contro i paesi Mercosur scatterebbero di nuovo.
Con buona pace di chi in Europa non riesce a mettere insieme il pranzo con la cena.
Controllo paranoico, sfiducia e velato razzismo stanno già rovinando l’accordo del secolo, su mandato degli imprenditori agrari.
Fra tre giorni arriva il voto finale. L’Italia è l’ago della bilancia.
Supereremo la notte?








