L’azienda che si credeva Stato: perché Cingolani faceva paura

Samuele Dario Lunghi e Leonardo Terno
13/04/2026
Interessi

Geopolitica, invidie militari e controllo politico. Perché il Governo ha fermato l’AD che stava ridisegnando la difesa europea. Il retroscena di un siluramento che ci condanna a rimanere gregari.

Il paradosso del successo

In una azienda privata, non ci dovrebbero essere dubbi sulla riconferma di un Amministratore Delegato che porta il titolo a crescere del 400% in tre anni e che incrementa gli utili dell’85%. Quando c’è di mezzo lo stato, però, non si agisce guardando solo i numeri, che diventano secondari. La mancata riconferma di Roberto Cingolani ai vertici di Leonardo ne è la prova tangibile.

Sotto la sua guida, Leonardo ha smesso di essere un “ministero con la catena di montaggio” per trasformarsi in una macchina da guerra finanziaria, aderendo a quel modello di New Public Management che i governi dicono di voler adottare, ma che temono non appena diventa reale. In questi anni Cingolani ha agito con pragmatismo e lucidità, seguendo una direttrice precisa, e, forse, con quel pizzico di arroganza tipico di chi sa di essere il primo della classe. Ha giocato secondo le regole del mercato, dimenticando che in Italia chi corre troppo finisce per mettere in ombra chi dovrebbe dargli la direzione.

Pochi giorni fa, il Ministro Crosetto ha cercato di risolvere questo scontro tra politica, potere, ed efficienza, ammettendo che “non è la politica che giudica un AD ma i numeri e i mercati”. Eppure, nonostante i numeri siano da record, il governo ha scelto di non rinnovarlo. 

Qui sorge il primo interrogativo: se la performance eccellente non garantisce la permanenza, qual è il vero KPI che il Governo sta misurando? Siamo di fronte a un ritorno brutale allo Spoils System più cieco, o c’è qualcosa nella visione di Cingolani che ha spaventato i decisori? Forse il suo “peccato” non è stato l’inefficienza, ma un eccesso di autonomia che ha trasformato Leonardo in un player geopolitico capace di parlare da pari a pari con le cancellerie europee, scavalcando le lentezze di Palazzo Chigi.

Il rischio di giocare alla pari

Cingolani è andato ben oltre la pura gestione aziendale, ridisegnando di fatto la mappa della difesa europea. Ha tessuto una rete di alleanze basata su un principio irrinunciabile: la sovranità tecnologica.

La Joint Venture con la tedesca Rheinmetall va letto esattamente in questa chiave: un patto paritetico che ha riportato l’Italia al centro del settore terrestre, scardinando l’asse esclusivo franco-tedesco del consorzio KNDS. E poi c’è il GCAP. Definirlo un caccia stealth di sesta generazione sviluppato da Roma-Londra-Tokyo è ormai riduttivo: si è trasformato in un tavolo esclusivo alla cui porta premono per sedersi sia l’Arabia Saudita sia il Canada. A completare il quadro, le vere e proprie partnership industriali siglate sui droni con la turca Baykar. 

Un portafoglio di intese che eleva di diritto l’AD a vero e proprio diplomatico industriale. 

La misura del suo peso politico è emersa in tutta la sua durezza nell’inedito scontro con il governo britannico. Di fronte all’ennesimo stallo di Whitehall su una commessa da un miliardo di sterline per i nuovi elicotteri, Cingolani ha minacciato di chiudere lo storico stabilimento di Yeovil da tremila dipendenti. E così è arrivato il maxi-contratto per 23 elicotteri AW149. Un segnale brutale ma inequivocabile: la Leonardo di Cingolani è stata un player capace di dettare l’agenda, non un subfornitore in perenne attesa di giudizio.

Ma il vero punto di rottura, il progetto che probabilmente ha fatto scattare l’allarme rosso oltreoceano, è il Michelangelo Dome. Uno scudo digitale basato sull’interoperabilità dei sistemi di difesa col supporto dell’intelligenza artificiale. Non è solo tecnologia; è un manifesto politico. L’obiettivo dichiarato — slegare l’Europa dalla dipendenza tecnologica del Pentagono per creare un sistema autonomo — è il tipo di visione che ti trasforma da alleato prezioso a bersaglio. Scardinare decenni di status quo non ti fa guadagnare un solo nemico. La vera domanda, che ci porta dritti al cuore della sua destituzione, è un’altra: da quante direzioni diverse è arrivato l’ordine di staccare la spina?

Le tre spinte

Se i primi due paragrafi raccontano cosa ha fatto Cingolani, ora dobbiamo chiederci chi ha disturbato. La discontinuità è solo la versione per le rassegne stampa. La realtà è che un’azienda che viaggia a quella velocità e con quell’autonomia finisce per attivare gli anticorpi dello status quo: i diversi sistemi di potere che hanno premuto il freno esattamente nello stesso momento. 

Il primo livello è geopolitico. Nonostante le rassicuranti dichiarazioni pubbliche sulla necessità di un’autonomia strategica europea , i bilanci raccontano un’altra storia. I dati del centro studi Bruegel  evidenziano un paradosso contabile difficile da ignorare: le acquisizioni europee di sistemi americani sono passate da una media di 11 miliardi annui nel quinquennio 2017-2021 a ben 68 miliardi nel 2024. In sintesi: chi invoca sovranità tecnologica in Europa, nei fatti, sta comprando americano a ritmi record.

In questo scacchiere, come è stato percepito oltreoceano un progetto come il Michelangelo Dome? Un sistema ideato per coordinare le difese europee rendendole indipendenti dall’industria statunitense non è una semplice evoluzione tecnica, ma una potenziale via d’uscita dal monopolio. Viene da chiedersi se Washington, soprattutto con un’amministrazione che usa l’imprevedibilità come leva di pressione, potesse tollerare a lungo una simile fuga in avanti. 

Ma c’è un secondo livello, tutto interno e industriale, che, per quanto potenzialmente fatale, non è ancora stato approfondito a sufficienza dalla stampa. Nel 2023, presentando la sua strategia al CdA, Cingolani mostrò la sua visione con il motto: “Bytes instead of bullets”. Una visione da pioniere assoluto. Il problema è che ha commesso l’errore più imperdonabile per un manager di Stato: ha avuto ragione troppo presto.

Calata nel crudo contesto del 2026 — un mondo lacerato da guerre ad alta intensità e da una corsa al riarmo — la sua corsa verso il software si è schiantata contro la realtà dei budget. Le guerre di oggi, per chi le finanzia, si vincono ancora producendo lamiere, missili e polvere da sparo, non solo software.

Secondo Defense News, i vertici militari italiani avrebbero più volte ironizzato sul Dome. Ma si trattava di puro scetticismo tecnologico o di istinto di conservazione? In fondo, spostare il baricentro degli investimenti significa sfilare le chiavi della cassaforte a chi, da decenni, detiene il potere assoluto sulle grandi commesse d’arma convenzionali.

Resta quindi un interrogativo sottile, e la destituzione di Cingolani sembra essere la brutale e perfetta fusione di tre spinte inesorabili. Il veto geopolitico di Washington, terrorizzata da un’autonomia europea reale; la vendetta industriale delle gerarchie militari, fedeli alle armi tradizionali; e, infine, il conto presentato da un governo intollerante verso chiunque eserciti il potere senza aver prima chiesto il permesso a Palazzo Chigi.

La politica che non pianta alberi

A rispondere a questo triplo interrogativo sarà il mandato del nuovo AD, Lorenzo Mariani. Ex co-direttore generale di Leonardo e storico vertice di MBDA, il colosso europeo dei sistemi missilistici, Mariani è, per curriculum e vocazione, l’uomo del ferro e dell’hardware.

Una figura di sistema perfetta per vestire i panni del “normalizzatore” e rassicurare i vecchi feudi di spesa. Mariani si trova di fronte a una prova ineludibile: avrà l’abilità e il peso politico per garantire l’indipendenza fin qui costruita, o assisteremo a una silenziosa discontinuità, a partire dal ridimensionamento di progetti come il Michelangelo Dome?

La sua nomina sembra riflettere il limite cronico di una politica che non pianta alberi per le generazioni future, ma si accontenta di gestire l’ombra di quelli già esistenti. Eppure, di fronte a un mondo in riarmo, la necessità di un’autonomia strategica europea integrata è ormai una questione di sopravvivenza. 

Che si scelga di procedere attraverso joint venture tattiche, che si punti a un sistema continentale centralizzato, o che si proceda con un modello ibrido. Insomma, a prescindere dai mezzi, la direzione da seguire deve essere una sola. Perché nel mercato globale della difesa, fermarsi a metà strada per compiacere tutti non significa essere prudenti. Significa scegliere l’irrilevanza.