A Milano, tra gli ucraini che non si arrendono
Domenica ero in piazza a Milano per la manifestazione pro-Ucraina. Non era una di quelle piazze ideologiche, piene di parole d’ordine prefabbricate. Si respirava qualcosa di più semplice e più serio.
C’erano famiglie ucraine con i bambini sulle spalle. Ragazzi poco più grandi di me con la bandiera blu e gialla legata come un mantello. Persone che vivono qui, lavorano qui, ma che ogni giorno guardano il telefono con l’ansia di leggere una notizia da casa. Ho parlato con chi ha amici al fronte. Con chi ha perso parenti sotto le bombe. Con chi non sa se la propria città esista ancora com’era.
Eppure non ho visto odio. Ho visto una determinazione calma. Una cosa molto poco europea, in fondo: la consapevolezza che la libertà non è gratis.
La guerra chiamata col suo nome
C’è una cosa che mi colpisce sempre: la fatica che facciamo a chiamare questa guerra per quello che è. Non è una “crisi”, non è una “tensione”, non è una “situazione complessa”.
È un’invasione. È un regime autoritario che ha deciso di cancellare l’indipendenza di uno Stato sovrano. È Vladimir Putin che prova a ridefinire i confini con la forza, nel cuore dell’Europa.
E dentro questa invasione c’è tutto: città distrutte, infrastrutture civili colpite sistematicamente, bambini rapiti e deportati in Russia. Non come incidente, ma come strategia. Questa è la realtà.
Continuare a edulcorarla per sentirci più equilibrati non la rende meno brutale.

La tentazione europea della neutralità morale
In Italia e in Europa vedo spesso una posizione che si presenta come “moderata” ma che in realtà è una forma di comoda distanza. “Serve la pace”, si dice. Certo che serve la pace. Ma la pace a quali condizioni?
Se la pace significa che l’Ucraina deve accettare di perdere territori sotto occupazione militare, allora non stiamo parlando di pace. Stiamo parlando di resa.
Chi si definisce liberale non può fare finta che libertà e sovranità siano concetti negoziabili quando diventano scomodi. Non possiamo essere atlantisti quando conviene e improvvisamente equidistanti quando la pressione aumenta.
Aiuti sì. Ma non solo
È giusto parlare di aiuti umanitari. È giusto sostenere la ricostruzione. È giusto accogliere chi fugge dalla guerra. Ma sarebbe ipocrita fermarsi lì.
Un Paese sotto attacco ha prima di tutto bisogno di difendersi. Armi, sistemi di difesa, supporto logistico, coordinamento con gli alleati. Non è un tabù dirlo. È la condizione minima perché la diplomazia abbia un senso.
La storia europea del Novecento dovrebbe averci insegnato qualcosa: quando l’aggressione non incontra resistenza, si espande.
L’Occidente davanti allo specchio
La sensazione che ho avuto tornando a casa domenica è che questa guerra sia anche una prova per noi. Per capire se l’Occidente è ancora una comunità politica o solo uno spazio economico.
Gli Stati Uniti restano, piaccia o no, il perno della sicurezza del mondo libero. La NATO non è un relitto, è una garanzia concreta. L’Europa deve decidere se vuole essere un attore serio o un osservatore preoccupato.
Non si tratta di romanticizzare la guerra. Si tratta di riconoscere che la democrazia non si difende da sola.
In piazza a Milano ho visto un popolo che non si arrende. Il minimo che possiamo fare è non arrenderci prima noi, nel dibattito pubblico, nelle scelte politiche, nelle decisioni strategiche.
Sostenere l’Ucraina oggi non è un gesto simbolico. È una scelta di campo. E le scelte di campo, nella storia, hanno sempre avuto un prezzo.








