I Repubblicani hanno perso la bussola. E gli americani li hanno puniti

Andrea Maniscalco
05/11/2026
Frontiere

Il Texas non è diventato democratico. Neppure il Kansas o la South Carolina. Eppure, nella notte del 3 novembre, i Repubblicani hanno perso seggi al Senato in tutti e tre gli Stati, contribuendo a consegnare ai Democratici il controllo di entrambe le Camere del Congresso. Una sconfitta di proporzioni che pochi mesi fa sarebbero state difficili da immaginare, e che apre inevitabilmente una discussione sul futuro del Grand Old Party.

Donald Trump ha attribuito il risultato alla qualità dei candidati e alla propria assenza dalla scheda elettorale. È una spiegazione comoda, ma insufficiente. I Repubblicani hanno perso anche dove avevano investito enormi risorse, dove il presidente aveva personalmente scelto i candidati e dove il vantaggio elettorale conservatore sembrava consolidato da decenni.

Naturalmente, le elezioni di metà mandato sono spesso difficili per il partito del presidente. E i Democratici hanno beneficiato di una diffusa insoddisfazione per il costo della vita, della guerra in Iran e delle controversie che hanno accompagnato il secondo mandato di Trump. Sarebbe tuttavia un errore leggere il risultato soltanto come un referendum sul presidente. Le midterm hanno messo in evidenza una crisi di identità che attraversa il conservatorismo americano da almeno un decennio.

Il Partito Repubblicano che aveva fatto della libertà economica, della responsabilità individuale e della leadership occidentale le proprie principali battaglie politiche ha progressivamente ceduto il passo a un movimento sempre più protezionista, nazionalista e ostile al compromesso. Il problema non è che il GOP sia diventato troppo conservatore. È che ha abbandonato molti dei principi che avevano definito il conservatorismo americano.

Nikki Haley aveva avvertito il partito


Nella notte elettorale, mentre i risultati confermavano la portata della sconfitta repubblicana, Nikki Haley ha offerto una delle analisi più significative del voto.

Ex governatrice della South Carolina e ambasciatrice americana alle Nazioni Unite durante la prima amministrazione Trump, Haley era stata la principale sfidante del presidente alle primarie repubblicane del 2024, rimanendo in corsa fino al Super Tuesday e raccogliendo il sostegno di una parte dell’elettorato conservatore, moderato e indipendente che non si riconosceva nel trumpismo.

Intervenendo sulla NBC, Haley ha individuato con chiarezza ciò che il Partito Repubblicano ha smarrito: «When we stay close to our policies, we win». Quando i Repubblicani rimangono fedeli alle proprie politiche, vincono.

Ha poi elencato quelle che considera le battaglie fondamentali del conservatorismo americano: libertà economica, tasse più basse, governo limitato, opportunità di lavoro per le famiglie e sicurezza nazionale.

«Those are the things that we win on», ha ricordato. Sono queste le questioni sulle quali i Repubblicani costruiscono le proprie vittorie.

Poi è arrivata la parte più significativa della sua analisi: «When Americans feel unheard, we lose». Quando gli americani non si sentono ascoltati, perdiamo.

Haley ha concluso denunciando come i Repubblicani non abbiano seguito quel programma, soprattutto per quanto riguarda la responsabilità fiscale e la spesa pubblica.

Non si tratta di un ripensamento maturato dopo la sconfitta. Lo scorso febbraio, intervistata da Bret Baier su Fox News, Haley aveva già avvertito che, senza un miglioramento concreto delle condizioni economiche delle famiglie, i Repubblicani avrebbero rischiato pesanti perdite alle midterm.

Una Borsa in crescita, spiegava, non basta a rassicurare milioni di americani alle prese con affitti elevati, mutui costosi e prezzi ancora difficili da sostenere. Denunciava inoltre la sostanziale scomparsa del conservatorismo fiscale dall’agenda del GOP. Il partito che per generazioni aveva promesso di contenere la spesa federale e il debito pubblico sembrava aver smesso persino di discuterne.

La sua analisi acquista oggi un significato particolare. Nel 2024 Haley aveva sfidato Trump proponendo un conservatorismo diverso, fondato sulla responsabilità di governo, sulla disciplina economica e su un ruolo internazionale forte degli Stati Uniti. Due anni dopo, il problema che aveva sollevato non è più soltanto oggetto di una competizione interna al partito. È diventato il tema centrale della sua sconfitta elettorale.



La prosperità non si costruisce con i dazi


John Curtis, senatore repubblicano dello Utah, è arrivato alle stesse conclusioni. Nel suo intervento del 4 novembre, intitolato It’s Time for Republicans to Return to Our Roots, denuncia il progressivo abbandono dei principi di governo limitato, libero commercio, leadership internazionale e disciplina fiscale che avevano caratterizzato il GOP.

Il suo è un richiamo tanto più significativo perché proviene da un conservatore che non nega le ragioni dell’ascesa populista. Curtis riconosce che milioni di americani si erano avvicinati ai Repubblicani sentendosi trascurati da Washington. Ma ricorda anche che conquistare il potere doveva servire ad applicare politiche capaci di migliorare le loro condizioni di vita, non a trasformare la vittoria elettorale in un fine a sé stesso.

Il contrasto con Ronald Reagan è impressionante.

Nel novembre 1988, il quarantesimo presidente degli Stati Uniti pronunciò uno dei suoi più efficaci discorsi contro il protezionismo. Ricordò che già i Padri fondatori avevano denunciato le restrizioni britanniche al commercio e che proprio nel 1776 Adam Smith aveva pubblicato La ricchezza delle nazioni. Reagan metteva in guardia contro i demagoghi pronti a scatenare guerre commerciali contro i Paesi amici, danneggiando l’economia americana mentre agitavano la bandiera nazionale.

Quel discorso potrebbe essere rivolto al Partito Repubblicano di oggi.


Reagan non era ingenuo. Conosceva le distorsioni del commercio internazionale e aveva adottato anche misure di protezione settoriale. Ma considerava il libero scambio la regola e le restrizioni un’eccezione da giustificare. La prosperità americana, sosteneva, dipendeva dalla concorrenza, dall’innovazione e dall’apertura dei mercati.

Oggi i dazi vengono spesso presentati come una prova di patriottismo. In realtà sono imposte sulle importazioni pagate dagli importatori americani, i cui costi possono ricadere su imprese e consumatori. Possono avere una funzione mirata contro pratiche commerciali sleali o dipendenze strategiche pericolose. Trasformarli nell’architrave della politica economica è un’altra cosa.

Il conservatorismo economico dovrebbe scommettere sulla capacità degli americani di competere, non sulla necessità di proteggerli sistematicamente dalla competizione.

E dovrebbe ricordare, come ha fatto Haley, che la responsabilità fiscale non è uno slogan da rispolverare quando governano i Democratici, ma un principio che deve valere anche quando alla Casa Bianca siedono i Repubblicani.

Putin non è un alleato dell’America


La crisi repubblicana appare ancora più evidente in politica estera.

Per Reagan l’Unione Sovietica rappresentava una minaccia alla libertà occidentale, da contenere attraverso una combinazione di forza militare, determinazione diplomatica e unità tra le democrazie. Per George H. W. Bush, che accompagnò la fine della Guerra fredda, il compito degli Stati Uniti era consolidare un ordine internazionale nel quale l’aggressione territoriale non potesse diventare uno strumento accettabile della politica di potenza.

Oggi una parte significativa del Partito Repubblicano sembra aver smarrito quella distinzione fondamentale tra alleati e avversari.

Nelle ultime settimane l’amministrazione Trump ha alleggerito la pressione economica su Mosca, intervenendo sulle restrizioni relative al diesel russo, mentre aumentavano le critiche rivolte al governo ucraino. Le decisioni hanno suscitato contestazioni anche tra i parlamentari repubblicani, preoccupati che una strategia orientata a ottenere concessioni da Kyiv anziché dal Cremlino possa finire per premiare l’aggressore.

È perfettamente legittimo discutere i costi dell’assistenza militare all’Ucraina, chiedere agli europei una partecipazione maggiore o ricercare una soluzione negoziata. Ma una pace che normalizzi le conquiste territoriali ottenute con la forza rischia di produrre nuove guerre, non di prevenirle.

Nikki Haley lo aveva sostenuto già durante la sua campagna presidenziale del 2024. Gli Stati Uniti, spiegava, possono e devono pretendere che gli alleati della NATO assumano maggiori responsabilità finanziarie. Ma non possono farlo incoraggiando Putin a minacciarli. La distinzione tra chiedere agli europei di contribuire maggiormente alla propria difesa e mettere in dubbio la garanzia di sicurezza americana è tutt’altro che marginale.

Curtis è stato ancora più esplicito. Nel suo editoriale denuncia un’amministrazione che, invece di praticare la peace through strength di Reagan, ha finito a suo giudizio per schierarsi con Putin contro un alleato strategico.

La credibilità della deterrenza americana dipende anche dalla certezza che Mosca non possa ottenere attraverso la pressione diplomatica ciò che non è riuscita a conquistare sul campo.

La Cina non si contiene litigando con gli alleati


La contraddizione è altrettanto evidente nei rapporti con Pechino.

La Cina rappresenta una sfida strategica reale per gli Stati Uniti: dalla competizione tecnologica alla sicurezza delle catene di approvvigionamento, dall’espansione militare nell’Indo-Pacifico alle pressioni esercitate su Taiwan. Una risposta americana seria richiede investimenti nella ricerca, superiorità tecnologica, capacità industriale e un sistema di alleanze sufficientemente solido da scoraggiare eventuali iniziative aggressive.

La politica commerciale dell’amministrazione Trump ha invece mostrato numerose incoerenze. Washington ha alternato restrizioni e aperture nei confronti delle imprese cinesi e delle esportazioni di semiconduttori avanzati, senza sempre chiarire se la priorità fosse la sicurezza strategica o la ricerca di un accordo commerciale con Pechino.

Il problema non è soltanto economico. Giappone, Corea del Sud, Australia e Filippine costituiscono una parte essenziale dell’architettura di sicurezza americana nel Pacifico. Indebolire la fiducia di questi Paesi attraverso pressioni commerciali indiscriminate o segnali contraddittori sulla presenza militare statunitense rischia di compromettere la capacità di contenere l’espansione cinese.

In agosto la decisione di ridurre le esercitazioni militari con la Corea del Sud, presentata come un’apertura verso Kim Jong Un, aveva suscitato nuove preoccupazioni tra i partner regionali. In un momento in cui Pechino espande le proprie capacità militari, ogni dubbio sulla continuità dell’impegno americano assume un valore strategico.

Non ogni divergenza con un alleato è un errore e non ogni negoziato con un avversario è una concessione. Ma una strategia che moltiplica gli attriti con le democrazie amiche mentre sottovaluta la collaborazione tra potenze autoritarie merita quantomeno una revisione.

La concorrenza strategica con la Cina non si vince con una guerra commerciale permanente. Si vince rafforzando l’economia americana e rendendo più coeso il sistema di alleanze che Pechino non è in grado di replicare.

Trattare gli amici come avversari


La vicenda della Groenlandia rappresenta forse l’esempio più singolare del deterioramento delle relazioni transatlantiche.

All’inizio del 2026, Washington aveva minacciato nuovi dazi contro diversi Paesi europei che si opponevano alle pretese americane sul territorio autonomo appartenente al Regno di Danimarca. Al vertice NATO di Ankara, in luglio, Trump è tornato a rivendicarne il controllo e ha attaccato duramente la Spagna per il mancato sostegno alla guerra contro l’Iran.

L’Artico è senza dubbio un’area strategica, soprattutto alla luce dell’attività russa e cinese. Gli Stati Uniti hanno interessi di sicurezza legittimi nella regione, e gli alleati europei devono investire di più nella propria difesa. Ma la NATO esiste precisamente per coordinare questi interessi, non per trasformare le divergenze tra Paesi membri in dispute territoriali e commerciali.

George H. W. Bush aveva una concezione diversa della leadership. Nel 1990, dopo l’invasione irachena del Kuwait, costruì un’ampia coalizione internazionale e ottenne un mandato delle Nazioni Unite per liberare il Paese. Non cercò semplicemente di dimostrare che Washington possedeva la forza militare necessaria. Ritenne essenziale dare all’intervento una legittimità internazionale e coinvolgere gli alleati.

Anche sul piano economico Bush contribuì a sviluppare l’integrazione nordamericana attraverso il negoziato e la firma del NAFTA, successivamente ratificato durante la presidenza Clinton.

Reagan e Bush non erano presidenti pacifisti, né ritenevano che gli Stati Uniti dovessero sacrificare i propri interessi per compiacere gli europei. Sapevano però che un’alleanza stabile moltiplica la potenza nazionale. E che gli Stati Uniti esercitano un’influenza maggiore quando gli altri Paesi hanno fiducia nei loro impegni.

La NATO non è un’associazione benefica finanziata da Washington. È un investimento nella sicurezza americana. Le basi europee consentono la proiezione militare statunitense, la cooperazione tra servizi di intelligence rafforza la difesa comune e l’unità occidentale aumenta il costo di eventuali aggressioni da parte di Russia e Cina.

Reagan parlava di pace attraverso la forza. Ma quella forza non si esauriva nel bilancio del Pentagono. Comprendeva la credibilità diplomatica, la superiorità economica e la capacità di guidare il mondo libero.



L’America di Locke, Montesquieu e Madison


Dietro il cambiamento del Partito Repubblicano c’è anche una questione che precede Reagan, Bush e persino la nascita del GOP. Riguarda l’idea stessa di America.

La Rivoluzione americana affondava le proprie radici nel liberalismo di John Locke, nella concezione dei diritti naturali e nella convinzione che il potere politico dovesse derivare dal consenso dei governati. La Dichiarazione d’Indipendenza del 1776 tradusse quei principi nell’affermazione dei diritti inalienabili alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità.

La Costituzione del 1787 fu invece costruita attorno alla consapevolezza dei rischi derivanti dalla concentrazione dell’autorità. Madison, Hamilton e gli altri protagonisti della Convenzione costituzionale conoscevano l’opera di Montesquieu e l’importanza della separazione dei poteri. Il sistema americano dei checks and balances nasceva dalla convinzione che persino un governo democraticamente legittimato dovesse incontrare limiti precisi.

Quella tradizione non coincide con l’assenza dello Stato, né ha impedito all’America di conoscere profonde contraddizioni, a cominciare dalla schiavitù. Ma ha posto la libertà individuale e la limitazione del potere al centro della legittimità politica.

Il conservatorismo repubblicano ha a lungo rivendicato questa eredità. Per questo è particolarmente difficile conciliarla con una politica che misura la fedeltà al Paese sulla base della vicinanza personale a un presidente, considera le istituzioni indipendenti un intralcio e alimenta ostilità nei confronti delle minoranze.

Il governo limitato dovrebbe valere anche quando sono i conservatori a governare. I diritti individuali dovrebbero essere difesi anche quando riguardano persone che non condividono il proprio stile di vita. La libertà economica dovrebbe implicare una reale diffidenza verso l’intervento politico nelle decisioni delle imprese.

Un Partito Repubblicano che voglia richiamarsi ai Padri fondatori non può limitarsi a citarli nei discorsi. Deve accettare le conseguenze politiche e istituzionali delle loro idee.

Tornare ai principi, non semplicemente al passato


Non si tratta di ricostruire il Partito Repubblicano degli anni Ottanta. Le trasformazioni economiche, la concorrenza con la Cina, la crisi di alcune comunità industriali e le nuove minacce alla sicurezza richiedono risposte diverse da quelle di quarant’anni fa.

Il populismo ha intercettato problemi autentici. La globalizzazione ha prodotto benefici complessivi senza distribuirli uniformemente; alcune regioni americane hanno subito un declino industriale profondo; l’immigrazione e la sicurezza delle frontiere pongono interrogativi che non possono essere liquidati come pregiudizi. La crescente diffidenza verso Washington non è nata dal nulla.

Il punto è come rispondere a queste preoccupazioni. Il protezionismo generalizzato non sostituisce una politica industriale credibile. La discriminazione non rende una società più sicura. La retorica anti-establishment perde credibilità quando viene utilizzata da chi controlla da anni le principali istituzioni del Paese. E l’isolazionismo non elimina le minacce internazionali: può semplicemente renderle più difficili da affrontare.

Il Partito Repubblicano ha bisogno di una proposta che torni a collegare libertà economica, opportunità sociale, disciplina fiscale e sicurezza nazionale. Una proposta capace di difendere le frontiere senza alimentare ostilità etniche, tutelare la concorrenza senza chiudere i mercati, chiedere responsabilità agli alleati senza minarne la fiducia e confrontarsi con le potenze autoritarie senza confondere la diplomazia con l’acquiescenza.

Le dichiarazioni di Nikki Haley e l’intervento di John Curtis mostrano che questa discussione è già iniziata all’interno del GOP. E non è una discussione tra conservatori e progressisti. È una discussione tra concezioni diverse del conservatorismo americano.

I risultati del 3 novembre non dimostrano, da soli, che gli elettori abbiano respinto il protezionismo o condividano una visione reaganiana della politica estera. Il costo della vita, la guerra in Iran, il giudizio su Trump e la scelta dei candidati hanno avuto un peso diretto e documentabile. Ma è ragionevole interrogarsi se l’abbandono delle tradizionali priorità repubblicane abbia contribuito a rendere il partito meno capace di offrire risposte convincenti proprio su questi temi.

Curtis conclude il suo intervento chiedendo ai Repubblicani di guardarsi allo specchio, anziché attribuire la sconfitta ai media, ai sondaggi o agli elettori. È un buon punto di partenza.

Per decenni il GOP ha sostenuto che la prosperità nasce dall’iniziativa degli individui, che il potere pubblico deve conoscere limiti e che la sicurezza degli Stati Uniti dipende anche dalla forza del mondo libero. Sono principi che hanno attraversato epoche molto diverse, dalla Guerra fredda alla globalizzazione degli anni Novanta.

Il Partito Repubblicano può scegliere di considerarli un capitolo chiuso della propria storia. Oppure può tornare a farne il fondamento della propria proposta politica. La sconfitta del 2026 ha almeno un merito: rende questa scelta impossibile da rinviare.