L’anestesia del calmiere

anestesia calmiere
Yuri Brioschi
07/10/2026
Interessi

Esiste un virus antico quanto la civiltà umana che periodicamente torna a contagiare le cancellerie d’Europa, travalicando confini geografici e schieramenti ideologici. Non richiede laboratori sofisticati né complessi calcoli algebrici: si sintetizza in una formula magica, tanto seducente per l’elettorato quanto devastante per la realtà, ovvero l’idea che un problema economico complesso possa essere risolto per legge con un tratto di penna.

Quando l’inflazione morde, le materie prime scarseggiano o le tensioni geopolitiche infiammano i listini, la politica europea non analizza le cause strutturali, né propone riforme di lungo respiro. Molto più banalmente, tira fuori dal cassetto la ricetta preferita dalla Francia giacobina: il calmiere dei prezzi.

Proclamate sempre sotto le mentite spoglie di “misure eccezionali e temporanee”, queste scorciatoie hanno il vizio innato di voler diventare permanenti. Si parte con la promessa di proteggere il portafoglio delle famiglie per qualche mese e si finisce per creare mostri giuridici ed economici che soffocano la concorrenza, distruggono l’offerta e trasformano mercati un tempo efficienti in teatri del grottesco.

Quando “la febbre è colpa del termometro”


Per comprendere l’assurdità sistematica di questa impostazione, non serve sfogliare i manuali della scuola austriaca di economia: basta fare il pieno alla stazione di servizio più vicina.

Ogni volta che il costo della benzina o del diesel supera la soglia psicologica dei due euro al litro, la commedia dell’arte politica mette in scena il solito stantio copione. Si evocano speculazioni fantasma, si minacciano blitz della Guardia di Finanza e si invoca a gran voce l’imposizione di un tetto ai prezzi alla pompa.

Eppure, la reale anatomia del prezzo di un litro di carburante smentisce dalle fondamenta questa narrazione.

Se si seziona quel costo, si scopre infatti che la materia prima bruta incide appena per il 26% sul totale, trattandosi di greggio negoziato sui mercati internazionali e soggetto a equilibri geopolitici che scavalcano a sinistra qualsiasi governo nazionale.
A questo si aggiungono un 14% legato al costo industriale della raffinazione e un modesto 11% destinato a coprire la logistica, il trasporto capillare e il margine operativo della filiera al dettaglio.

La quota leone la fa invece il fisco, dove troviamo l’IVA al 22% a pesare per il 18% del costo finale e le accise a prelevare un ulteriore 31% fisso.

Sommando la fiscalità specifica a quella generale, si scopre che quasi la metà di ciò che il cittadino paga al distributore, ben il 49%, va direttamente nelle casse dello Stato. La raffinatezza del meccanismo rasenta il sublime: in Italia l’IVA si calcola sul totale comprensivo delle accise, realizzando l’acrobazia contabile dell’imposta applicata sulla tassa. Ad ogni fiammata dei mercati internazionali, lo Stato incassa un extra-gettito automatico grazie all’aumento della base imponibile dell’IVA, mentre sul palco della politica i ministri di turno puntano il dito contro il “margine dei benzinai”.

Pretendere di calmierare il prezzo finale agendo sulla filiera distributiva — che copre a stento un decimo del costo complessivo — significa chiedere a una minuscola ruota del carro di farsi carico dell’intera spinta inflazionistica globale, mentre il socio maggioritario dell’operazione, lo Stato, continua a riscuotere la sua lauta tangente del 49%.

Il “pieno di Stato” e il miraggio del mercato spaccato


Quando la leva fiscale diventa intoccabile per non creare voragini nei conti pubblici, scatta il piano B: il paternalismo industriale. È il fenomeno del cosiddetto “pieno di Stato”, una sottile forma di nazionalizzazione strisciante in cui il governo esercita una bonaria ma perentoria moral suasion sui colossi energetici a partecipazione pubblica affinché introducano “volontariamente” un tetto ai prezzi alla pompa.

L’operazione è un capolavoro di illusionismo. Un’azienda ad integrazione verticale — che estrae greggio, gestisce raffinerie e vende al dettaglio — può permettersi il lusso di azzerare i margini o persino vendere in perdita sulla rete distributiva finale, poiché compensa ampiamente le perdite con gli extra-profitti generati a monte nella fase di estrazione e raffinazione.

Ma i gestori indipendenti e le stazioni “no-logo”, che comprano il carburante all’ingrosso a prezzo di mercato per poi rivenderlo sul territorio, non dispongono di giacimenti in Medio Oriente con cui ripianare i bilanci. Se la politica impone loro un tetto o crea un prezzo d’attesa artificiale, questi operatori si trovano di fronte al tragico bivio di dover vendere in perdita per legge o chiudere i battenti.

Il risultato non è la stabilità, ma la nascita di un mercato deforme e scisso in due realtà parallele. Da un lato prende forma una rete fittiziamente calma e presto razionata, fatta di pompe a prezzo bloccato prese d’assalto, con code chilometriche, utenti inferociti e il costante rischio di trovare i serbatoi prosciugati a metà giornata. Dall’altro lato sopravvive la rete reale dei distributori autonomi, costretti a mantenere prezzi di mercato per non fallire e frequentati esclusivamente da chi non ha tre ore di vita da svendere in coda.

Come ha brillantemente evidenziato l’economista Carlo Stagnaro, se la geopolitica globale chiude i rubinetti nello Stretto di Hormuz rimuovendo milioni di barili dal mercato, nessun decreto ministeriale o trovata d’immagine aziendale farà spuntare magicamente il gasolio mancante. Il prezzo che sale è l’unico indicatore trasparente della scarsità di una risorsa. Sopprimere quel segnale significa spingere i cittadini a consumare un bene scarso come se fosse abbondante, preparando il terreno per la vera catastrofe economica: il razionamento fisico e la penuria.

Senza contare l’ulteriore beffa: mentre al dettaglio si sventola il prezzo bloccato per ingolosire l’elettorato, i settori chiave dell’economia reale — autotrasporto, agricoltura, pesca — acquistano il carburante sui mercati all’ingrosso, rimanendo totalmente esposti alla tempesta dei costi reali.

Il conto da pagare per l’utopia del prezzo giusto


Il filo conduttore dell’interventismo populista rimane desolatamente lo stesso. Si scambia sistematicamente la febbre con il termometro. Di fronte a uno shock di offerta o a un’inflazione da costi, la politica sceglie la via dell’anestesia anziché quella della cura, rompe il termometro del prezzo di mercato e racconta ai cittadini che la temperatura è perfetta.

L’impatto di questo approccio sul Mercato Unico Europeo è devastante. La frammentazione della concorrenza, le distorsioni causate dal protezionismo di Stato e la distruzione delle dinamiche di domanda e offerta non salvano il potere d’acquisto dei cittadini: lo erodono nel medio periodo, impoverendo il tessuto produttivo e disincentivando gli investimenti privati.

Se l’Europa vuole davvero tutelare i propri cittadini e le proprie imprese dalle tempeste economiche del XXI secolo, deve ritrovare il coraggio dell’onestà. Proteggere le fasce deboli non significa falsificare i prezzi di mercato per tutti — ricchi compresi —, ma erogare sostegni diretti e mirati alle famiglie in difficoltà, lasciando che i mercati svolgano il loro lavoro di riallocazione delle risorse.

Continuare a inseguire l’illusione del prezzo calmierato per decreto non è una strategia di politica economica: è una gigantesca truffa semantica che paga dividendi elettorali a breve termine, lasciando alle generazioni future il conto salatissimo delle macerie industriali e commerciali che si lascia alle spalle. Come sempre.