Arabia Saudita e Lussemburgo, storia di una partnership tanto strana quanto efficace
L’Arabia Saudita è ottocento volte più estesa del Lussemburgo e cinquanta volte più popolosa. Eppure, secondo l’istituto statistico di Riad, a fine 2024 lo stock di investimenti diretti lussemburghesi nel Regno valeva 101 miliardi di riyal (circa 27 miliardi di dollari), un decimo del totale: più di quello francese, fermo a 69, e secondo soltanto a quello degli Emirati Arabi Uniti, a 161.
Nessuno pensa che questi investimenti siano tutti dovuti ai risparmiatori residenti a Esch-sur-Alzette o di Dudelange, due delle cittadine del piccolo Stato europeo. Il dato racconta piuttosto il mestiere del Granducato: fare da canalizzatore per il capitale globale, che transita da holding e fondi lussemburghesi prima di posarsi altrove.
I sukuk in versione europea
Le fondamenta del rapporti tra due Paesi così di sono state gettate per tempo. Il trattato contro la doppia imposizione fu firmato a Riad nel maggio 2013 da Luc Frieden, allora ministro delle Finanze e oggi primo ministro, ed è in vigore dal 2014. Da allora le holding del Granducato sono un veicolo abituale per fondi infrastrutturali e private equity diretti nel Regno. I flussi sono altalenanti: 49 miliardi di riyal nel 2022, appena 2,3 l’anno dopo; nel 2024 il saldo netto è finito sotto zero. Bastano poche grandi operazioni per stravolgere le statistiche.
Il traffico corre anche nell’altro senso. Nel 2002 la Borsa del Lussemburgo fu la prima in Europa a quotare un sukuk, e da allora vi sono approdati anche emittenti sauditi. Nel 2014 il Lussemburgo è stato il primo Paese dell’eurozona a emettere un sukuk sovrano. Il Granducato è il terzo centro mondiale per i fondi islamici, dopo Arabia Saudita e Malaysia, e il primo in un Paese non musulmano. Per i gestori del Golfo il Lussemburgo è insomma la via più comoda verso i risparmiatori europei.
Acciaio e cantieri
Nell’interscambio tra i due Paesi, l’economia reale pesa meno, ma c’è. Il caso più visibile è ArcelorMittal, colosso siderurgico con sede in Lussemburgo, che a Jubail gestisce con il fondo sovrano saudita (PIF) un impianto di tubi senza saldatura da 600.000 tonnellate l’anno, attivo dal 2014. Nel 2021 la joint venture ha rilevato il concorrente locale JESCO e il PIF ne è diventato socio di maggioranza. È lo schema che Riad predilige: capitale e mercato sauditi, tecnologia e marchio europei, posti di lavoro in patria.
Per le piccole imprese del Granducato la strada è più tortuosa. Il Lussemburgo non ha un’ambasciata a Riad, dove lo rappresentano i Paesi Bassi, né un accordo sui servizi aerei. Le missioni commerciali si fanno in tandem con i belgi: nel 2023 una delegazione di 75 aziende dei due Paesi ha battuto Riad in cerca di commesse in sanità, energia, intrattenimento ed edilizia, i settori gonfiati dalla Vision 2030.
Innovazione: piccoli numeri, grande leva
Il settore dell’innovazione il capitolo più piccolo del rapporto, ma potrebbe rivelarsi decisivo. Il Granducato, che ospita il gigante satellitare SES, ha fatto dello spazio una specialità, con una legge sulle risorse spaziali e un centro di ricerca con l’Esa. Sono le competenze che servono a Riad, che scrive le proprie regole in materia e punta a diventare un polo fintech.
Il modello esiste già oltre confine: con gli Emirati il Lussemburgo ha un’intesa spaziale dal 2017 e un accordo tra Borse dal 2023. Replicarlo a Riad costerebbe poco e renderebbe molto. Dove contano regole e competenze più della stazza, un piccolo Paese può pesare quanto uno grande.
Un socio per la Vision 2030
Il ruolo del Lussemburgo nello sviluppo saudita è destinato a crescere. Riad punta a 100 miliardi di dollari l’anno di investimenti esteri entro il 2030; nel 2025 ne ha attratti 32,6. Per colmare il divario servono capitali pazienti, veicoli legali solidi e prodotti noti agli investitori europei: la specialità del Granducato. I suoi fondi possono finanziare porti, reti e rinnovabili; la sua Borsa, quotare green bond e sukuk; le sue imprese, portare acciaio, satelliti e fintech.
Per un’economia che vuole emanciparsi dal petrolio, un socio piccolo e versatile ma ben attrezzato è un vantaggio.








