Il bollo che scompare e ricompare e altri giochi di prestigio con i nostri soldi
Esiste una legge non scritta della politica italiana, più immutabile della gravità: all’approssimarsi delle urne, i bilanci dello Stato smettono di rispondere alle rigide regole della matematica per entrare magicamente nel regno della fantasia.
L’ultimo coniglio estratto dal cilindro del Consiglio dei Ministri – tra applausi di scena e fuochi d’artificio mediatici – si chiama “esenzione dal bollo auto” per motocicli e vetture fino a 80 kW.
Una misura dipinta dai suoi ideatori come il definitivo riscatto del ceto medio contro la gabella patrimoniale più odiata dagli automobilisti italiani, quel balzello infernale sul semplice possesso di quattro ruote e di un volante.
Tuttavia, quando ci si prende la briga di scrostare la vernice della propaganda, la narrazione trionfale lascia il posto al consueto, sconfortante teatro dell’assurdo della nostra finanza pubblica.
Un capolavoro di ingegneria contabile dove il risparmio di oggi si trasforma, con precisione chirurgica, nella stangata di domani.
La macchina del tempo: promettere oggi per pagare (forse) domani
Il primo dettaglio esilarante del provvedimento riguarda l’orologio.
L’esenzione non entrerà in vigore domani mattina, e nemmeno con la prossima manovra di bilancio: il debutto è solennemente fissato per il 1° gennaio 2027.
Un tempismo da veri maestri della prestidigitazione politica. Proporre oggi uno sconto fiscale che si concretizzerà proprio nell’anno finale della legislatura consente di incassare immediatamente il dividendo reputazionale, lasciando al “se stesso del futuro” – o, meglio ancora, all’esecutivo successivo – l’ingrato compito di scoprire se in cassa ci siano davvero i soldi per pagarlo.
Per il solo 2027, la sospensione della tassa per circa 14,5 milioni di veicoli costerà la “modica” cifra di 2,3-2,5 miliardi di euro. Ma la vera perla di comicità involontaria arriva con la promessa, sussurrata in un secondo momento, di rendere la misura “strutturale”, ovvero permanente per l’eternità. A regime, infatti, il buco nelle entrate statali sfiorerebbe i 7,5 miliardi di euro all’anno. Dove si intendano trovare quasi otto miliardi di euro di coperture stabili in un Paese con un debito pubblico che ha serenamente sfondato il muro dei tre trilioni, resta un segreto di Fatima che nessun tecnico del Ministero dell’Economia ha ancora avuto il coraggio di spiegare.
A completare il quadro di questo cortocircuito logico ci pensa il parallelo ridimensionamento degli sconti temporanei sulle accise dei carburanti.
L’equazione offerta agli italiani è di una generosità commovente: vi regaliamo un piccolo sconto sulla tassa fissa per tenere l’auto parcheggiata in garage, ma vi stanghiamo regolarmente sul costo variabile ogni volta che provate a girare la chiave e fare benzina. Generosità, sì, ma a targhe alterne.
Bruxelles non vede, il bilancio non duole
Dove trovare, dunque, quei primi 2,3 miliardi per finanziare il banchetto elettorale del 2027?
La risposta dell’esecutivo è un classico del genio italico: usiamo i risparmi del PNRR!
O, per essere più precisi, la mancata spesa corrente italiana legata a quegli investimenti in infrastrutture, sanità e scuole che non siamo riusciti a realizzare nei tempi previsti.
In pratica, la logica è la seguente: visto che siamo stati incapaci di spendere i fondi europei per ammodernare il Paese, premiamo i cittadini cancellando il bollo della Panda.
È un po’ come se un buon un padre di famiglia (cit.), dopo aver chiesto un prestito per ristrutturare il tetto di casa che crolla, decidesse di usare i soldi avanzati – perché ha dimenticato di chiamare i muratori – per offrire una cena a base di caviale a tutto il quartiere.
Peccato che a Bruxelles non abbiano esattamente il nostro stesso senso dell’umorismo.
Il Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza nasceva con lo scopo vincolante di finanziare riforme e investimenti in conto capitale idonei ad aumentare la produttività, non certo per trasformarsi nel fondo cassa delle mance fiscali di fine mandato.
Gli uffici della Commissione Europea hanno già acceso i riflettori su questa acrobazia contabile. Il rischio – del tutto concreto – è di veder congelate le prossime rate del piano europeo, trasformando la “festa del bollo” in un salatissimo conto da saldare in sede comunitaria.
Il gioco delle tre tavolette: togli il bollo, picchia con l’IRPEF
Ma lo spettacolo di magia non finisce qui.
Il bollo auto, come sa chiunque abbia una minima dimestichezza con la macchina dello Stato, non è un’entrata generica delle casse centrali, bensì la linfa vitale del bilancio delle Regioni.
Con quei soldi gli enti locali finanziano la spesa sanitaria, i trasporti regionali e le manutenzioni stradali.
La promessa del Governo è semplice: “Tranquille, Regioni, vi indennizzeremo noi con dei trasferimenti dallo Stato!”.
Una garanzia che ha la stabilità di un castello di carte in una giornata di vento.
Amputare l’autonomia di entrata degli enti territoriali per trasformarli in mendicanti del bilancio centrale rappresenta la tomba di qualsiasi velleità di federalismo fiscale responsabile.
Cosa faranno, quindi, i governatori regionali quando i trasferimenti statali si riveleranno inevitabilmente insufficienti a coprire i buchi della sanità?
Semplice: utilizzeranno l’unica leva fiscale rimasta sul loro tavolo, spingendo al massimo l’acceleratore sulle addizionali regionali IRPEF.
Per il cittadino si preparare una partita di giro surreale: festeggerà per aver risparmiato 120 euro all’anno sul garage, per poi ritrovarne 300 in meno direttamente nella busta paga o nel cedolino della pensione.
Zero visione, solo mance
Ciò che sconcerta maggiormente, al di là dell’aritmetica creativa, è la totale assenza di una visione industriale e strategica. L’industria automotive europea sta affrontando la tempesta perfetta della transizione ecologica e della concorrenza estera, mentre le famiglie annaspano di fronte al costo dei nuovi veicoli a basse emissioni.
Come risponde la politica italiana a questa sfida epocale?
Con una riforma fiscale verde, selettiva, capace di premiare chi rottama i veicoli più inquinanti?
Ovviamente no. Si sceglie un taglio azzerato a pioggia basato sull’arbitrario limite dei 80 kW, del tutto slegato dalle reali emissioni o dalla classe Euro del veicolo.
Risultato: si regala il bollo anche alla vecchia auto diesel altamente inquinante purché poco potente, e si rischia di penalizzare un’auto elettrica o ibrida di nuova generazione che supera di poco quella soglia.
Siamo alle solite: si sceglie la scorciatoia della mancetta micro-elettorale che frammenta il sistema fiscale, unendosi all’infinita collezione di flat tax e regimi sostitutivi che continuano a smontare la base imponibile del Paese.
L’Italia avrebbe un disperato bisogno di una politica economica seria, rigorosa e orientata al futuro. Ma a quanto pare, quando le elezioni si avvicinano, è molto più facile raccontare che le tasse possono scomparire con un colpo di bacchetta magica. Almeno finché non arriva il conto.








