L’Ungheria dopo Orban? Come l’opposizione di Tisza si rapporterà con l’UE

Luca Prisciandara
19/03/2026
Interessi

L’Ungheria come snodo geopolitico

Il 12 aprile 2026 si terranno le elezioni politiche in Ungheria. Sarà una data cruciale per il destino politico dell’Unione Europea, e di chi, come vedremo successivamente, ambisce a farne parte.

Per la prima volta dopo 16 anni, il sole potrebbe non sorgere più a est, ma a ovest. Infatti Viktor Orbán sarebbe indietro nei sondaggi in un testa a testa con il leader dell’opposizione Péter Magyar, personaggio di spicco del partito di centrodestra ungherese, Tisza.

In quest’articolo analizzeremo la storia e la figura di Péter Magyar, tutt’altro che estraneo a Orbán, le sue idee principali in materia di politica estera, e come intende muoversi sulla questione ucraina alla luce degli avvenimenti recenti. 

Un’ipotetica vittoria di Magyar sarebbe rivoluzionaria non solo per la politica estera magiara, ma anche per il futuro dell’Europa. In queste elezioni, infatti, vi sono grandi interessi in gioco: l’Unione Europea potrebbe ritrovare un alleato, la Russia potrebbe perderlo, e l’Ucraina troverebbe più di un amico, un vero fratello.

Tu quoque, Péter, fili mi: chi è Péter Magyar leader di Tisza?

Come anche la politica nostrana insegna, può accadere che un uomo considerato fedele al partito, possa poi decidere non solo di prendere la propria strada, ma anche di mettere i bastoni tra le ruote a chi prima lo aveva lanciato nel panorama politico e istituzionale.

Ebbene se pensavate che il recente ‘’tradimento’’ di Roberto Vannacci nei confronti di Matteo Salvini fosse un ‘’unicum’’ della politica italiana, analizzando la biografia di Péter Magyar, potreste riconsiderare questa posizione.

Péter Magyar (classe 1981) è il Presidente del partito politico magiaro Tisza ed europarlamentare. Dopo una breve ma rilevante carriera da avvocato, esordisce in politica alle elezioni del 2010 proprio con Fidesz, l’attuale partito rivale. Scala rapidamente le gerarchie del partito: entra nella Rappresentanza ungherese presso l’UE, diventa uno dei principali collaboratori di Viktor Orbán e ricopre, seppur per soli tre mesi, la carica di vicepresidente del partito.

La rottura definitiva con Fidesz arrivò nel 2024 con lo scandalo della grazia presidenziale a Endre Kónya. In breve l’ex presidente ungherese Katalin Novák concesse la grazia al suddetto Endre Kónya, reo di aver nascosto abusi sessuali da parte del direttore della casa per minori dove entrambi operavano.

La richiesta di grazia venne controfirmata dall’ex ministra della giustizia Judit Varga (ex moglie di Péter Magyar), che a seguito della portata dello scandalo si dimise insieme alla Presidente della Repubblica.  

Da quel momento iniziò la sua attività di opposizione ad Orbán e alla sua leadership, ufficializzata con l’ingresso nel partito di opposizione Tisza, che ad oggi sembra aver successo portandolo avanti nei sondaggi fino al 46%.



West-politik, ma con delle riserve

Se si analizzano i punti riguardanti la politica estera nel programma elettorale di Tisza e nelle più importanti dichiarazioni pubbliche di Magyar, si possono riassumere in 3 pilastri fondamentali: UE, NATO e buon vicinato. Alle nostre orecchie questi tre pilastri potrebbero sembrare rivoluzionari per il panorama politico ungherese dell’ultimo decennio, ma la realtà è che queste fondamenta sono il pilastro della politica estera ungherese post-comunista, valori che sono stati fondanti anche per la stessa Fidesz dei primi anni ‘10, che vedeva proprio nella figura dell’ex ministro degli esteri Janos Martonyi nel governo Orbán II (2010-2014) uno dei maggiori attuatori.

Péter Magyar dunque non propone una nuova dottrina ma semplicemente un ritorno alle origini, le stesse che furono proposte da Orbán ormai 16 anni fa; dalle quali oggi è uscito nettamente fuori strada.

Analizziamo dunque la visione estera di Magyar e di Anita Orban, candidata per il Ministero degli esteri per il partito Tisza

L’obiettivo principale di Tisza è ridare all’Ungheria una posizione affidabile all’interno dell’UE, che ad oggi rischia di essere compromessa a causa di un eccessivo sbilanciamento delle politiche ungheresi a favore della Russia, mantenendo sempre prioritario l’interesse nazionale non al di fuori dell’Unione ma con l’Unione.

Tuttavia affinché il riavvicinamento dell’Ungheria sia verosimile, Magyar deve risolvere alcune questioni sia interne che esterne.

Partendo da quelle interne, Magyar dovrà necessariamente colmare le mancanze democratiche, di stato di diritto e di diritti fondamentali dell’Ungheria, cause che hanno fatto sfumare i fondi europei, che Tisza tenterà di rinegoziare. Il partito dovrà fare i conti con le istituzioni nazionali che, anche dopo le politiche, rimarranno in mano a Fidesz in ogni caso. A livello europeo Tisza dovrà mantenersi coerente con i principi affermati in campagna elettorale che prevedono la negoziazione di alcune tematiche politiche europee in un’ottica più ‘’sovranista’’.

Iniziando dall’accordo del Mercosur, Magyar afferma la sua netta contrarietà all’accordo sostenendo che lederebbe gli interessi degli agricoltori ungheresi, e su questa tematica è già passato ai fatti rompendo con il favorevole Partito Popolare Europeo (di cui Tisza è membro) chiedendo il differimento alla Corte di Giustizia Europea.

Un altro nodo da sciogliere con Bruxelles sarà la politica migratoria, Magyar ha già fatto sapere di voler mantenere un controllo ferreo delle frontiere con una conseguente manutenzione delle recinzioni al confine con la Serbia, inoltre non è disposto ad accettare le quote di ricollocamento previste entro giugno 2026 dal Nuovo Patto sulla Migrazione e L’Asilo dell’UE. 

Nonostante queste discrepanze con l’UE, che a colpo d’occhio sembrerebbero una politica di continuità del governo attuale, lo stesso Magyar ha messo in risalto due visioni che contrasterebbe con la visione di Orbán.

La prima è che l’attuale opposizione vuole rinegoziare gli aspetti menzionati precedentemente, possibilmente con delle deroghe, a differenza dell’attuale Primo Ministro che si è limitato a violare le regole europee mettendo la Repubblica magiara sotto un cattivo riflettore.

L’altra differenza sostanziale sta nel considerare l’idea di ‘’sovranità’’non in antitesi a Bruxelles, ma al contrario. L’Unione europea è vista da Tisza come il mezzo per raggiungere e proteggere i propri obiettivi e interessi.

I rapporti di buon vicinato e lo snodo ucraino

A seguito dell’invasione russa dell’Ucraina, l’Ungheria ha visto nei suoi rapporti con il cosiddetto ‘’Gruppo Visegrad’’ un progressivo deterioramento delle sue relazioni politico-diplomatiche, che ad oggi fanno fatica a ripristinarsi.

Magyar vuole superare questa impasse, vedendo nel ‘’Gruppo Visegrad’’ un’occasione da sfruttare anche per avere una maggiore influenza in un’ottica europea, e per far sì che ciò avvenga bisogna partire dal nocciolo della questione, ossia l’Ucraina.

Originariamente la posizione di Magyar sull’adesione dell’Ucraina nell’Unione Europea era pressoché favorevole, ma con una riserva, Kyiv avrebbe dovuto rispettare tutti i criteri necessari per aderire all’Unione (criteri di Copenhagen); senza alcuna scorciatoia.

La vittoria di Magyar sarebbe anche un trionfo per Bruxelles, si riuscirebbe così a superare lo scoglio del veto di Orbán sull’adesione di Kyiv, e di conseguenza tagliare fuori l’influenza russa all’interno delle decisioni europee.

Per quanto riguarda la guerra con la Russia, Magyar sarebbe riuscito a sbloccare eventuali aiuti finanziari, rimuovendo così l’impasse creata dall’attuale Primo Ministro.

Contrariamente agli aiuti umanitari ed economici, dove Magyar sembra voler tendere la mano a Zelensky, su un eventuale invio di armi e truppe vi è la netta contrarietà anche da parte dell’opposizione.

Energia, politica e calcolo strategico

Il che è comprensibile, dato che cambiare completamente approccio nei confronti di un Paese da cui si dipende in larga parte sul piano energetico potrebbe rivelarsi un errore politico-strategico fatale, sia prima che dopo le urne.

Tuttavia, le recenti tensioni tra Kyiv e Budapest rischiano di influenzare negativamente l’opinione pubblica e, di conseguenza, la linea politica di Tisza nei confronti dell’Ucraina.

Il nodo del gas e l’origine dello scontro

Lo scontro è iniziato con l’interruzione, da parte di Kiev, del gas russo che transitava attraverso l’Ucraina tramite condotti per raggiungere la Repubblica magiara, una risorsa fondamentale da cui il Paese dipende fortemente per le attività quotidiane e industriali.

Nelle intenzioni di Zelensky, la mossa doveva colpire soltanto il Primo Ministro Orbán, da sempre restio ad aiutare Kyiv sul campo di battaglia. Tuttavia, andando a incidere su un settore così strategico e vitale per l’Ungheria, ha finito per coinvolgere anche l’opposizione, che si è vista costretta a intervenire.

La posizione di Tisza e la linea nazionale

È bene ricordare che Tisza è un partito di centro-destra e ha come principio cardine la tutela dell’interesse nazionale ungherese. Proprio per questo, il 5 marzo ha rilasciato un comunicato stampa dal titolo: “Né la Russia né l’Ucraina possono minacciare l’Ungheria”.

La visione di politica estera di Magyar è una forma di realpolitik, dettata da una necessità di sopravvivenza strategica. Anita Orbán, esperta di politica energetica, non si fa illusioni: l’Ungheria resta fortemente dipendente dalla Russia sul piano energetico. Per questo, la questione ucraina va affrontata con cautela, al fine di evitare ritorsioni potenzialmente fatali da Mosca.

In questa prospettiva, Tisza ha già dichiarato di voler rivedere i negoziati con Mosca, definiti “poco trasparenti”, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza energetica e diversificare le rotte di approvvigionamento.

Il fine ultimo è chiaro: smarcarsi progressivamente dalla Russia per costruire una politica estera più autonoma, capace di tutelare al meglio gli interessi nazionali.

Il possibile attrito con l’Unione Europea

Sul piano tecnico, però, potrebbe emergere un conflitto con l’Unione Europea, che ha fissato al 2027 la scadenza per bloccare ogni tipo di importazione energetica dalla Russia.

Qualora la strategia di diversificazione energetica promossa da Anita Orbán dovesse concretizzarsi, si stima che la piena indipendenza da Mosca non verrebbe raggiunta prima del 2035.



Il rischio politico interno e il ruolo di Fidesz

Fondamentale, ora, è il recupero dei rapporti tra Magyar e Zelensky. Una tensione così accesa tra i due Paesi può trasformarsi in un assist perfetto per Fidesz, sia nel tentativo di dipingere l’opposizione come “burattini di Bruxelles”, sia nel rafforzare la narrativa di Orbán, che tende a considerare l’Ucraina più come un nemico che come un alleato.

La partita decisiva delle rotte energetiche

Il recupero dei rapporti può avvenire esclusivamente attraverso il ripristino delle rotte energetiche. Per questo, è fondamentale che Zelensky stringa i denti e trovi un compromesso con Orbán, almeno fino al 12 aprile.

In caso contrario, il rischio è quello di alienarsi l’elettorato ungherese, che, sentendosi minacciato, potrebbe individuare nella politica estera di Fidesz una soluzione più credibile e rassicurante.

Il significato delle elezioni

Il mese prossimo, al popolo magiaro verrà chiesto non solo di eleggere l’Assemblea nazionale, ma di schierarsi geopoliticamente in un’Europa frammentata. L’eventuale vittoria di Magyar, oltre a chiudere un capitolo durato sedici anni, potrebbe finalmente portare di nuovo Budapest sotto l’ala di Bruxelles. Ma è tutt’altro che scontato.

Magyar dovrà gestire lo smarcamento dalla dipendenza energetica russa e la crisi con l’Ucraina senza far crollare il Paese; contemporaneamente, l’Unione Europea dovrà necessariamente trovare dei punti d’incontro e cedere, se necessario, alla nuova leadership di Tisza.

Da questa sfida comprenderemo di che pasta è fatta l’Unione: imperativo non farsi scappare l’opportunità di riabbracciare l’Ungheria, recidendo così un asset fondamentale per l’influenza russa in Europa.