Produttività: il vero nodo dell’economia italiana
I dati Eurostat aprono uno squarcio esilarante, se non fosse tragico, sullo stato di salute della nostra economia: nel 2025 la produttività reale per ora lavorata in Italia ha registrato una contrazione dello 0,6% su base annua. Mentre noi arretriamo felici, la media dell’Unione Europea mette a segno un +1,1%, trainata dai balzi della Polonia (+4,1%) e dal consueto, irragiungibile exploit dell’Irlanda (+10,5%). Nella cartografia economica del continente, l’Europa si colora di un rassicurante verde crescita, lasciando l’Italia a brillare come un’isolata e vistosa “macchia rossa”.
Praticamente, l’unica grande economia del continente che è riuscita nell’impresa di produrre meno valore a parità di tempo.
Dopotutto, la produttività non è un concetto astratto inventato da professori sadici per superare un esame all’università. È la banale misura di quanta ricchezza un sistema riesce a spremere da ogni singola ora di lavoro.
Quando questo indice cala, significa semplicemente che stiamo facendo più fatica per ottenere meno risultati.
Nel medio periodo, questa simpatica dinamica si traduce in salari reali che sembrano congelati nell’era glaciale, margini aziendali ridotti al lumicino e aziende che perdono pezzi rispetto ai concorrenti esteri. Se il motore perde colpi mentre gli altri inseriscono la marcia superiore, il finale della corsa è abbastanza scontato.
Un male strutturale: l’analisi al netto degli shock (2007-2019)
I difensori d’ufficio del nostro modello economico punteranno subito il dito contro le piaghe bibliche recenti: la pandemia, le crisi geopolitiche mondiali, le fiammate inflattive. Peccato che, osservando la serie storica nel periodo “tranquillo” tra il 2007 e il 2019, la narrazione della sfortuna crolli miseramente. Mentre il resto d’Europa usava quel dodicennio per digitalizzare le fabbriche, modernizzare i processi e riorganizzare le aziende, la linea della produttività italiana è rimasta drammaticamente piatta. Una perfetta linea orizzontale che ricorda l’encefalogramma piatto di un paziente in coma vigile. Il nostro problema non è figlio delle recenti emergenze globali: viene da lontano, è genetico. Non siamo sfortunati; siamo semplicemente immobili da vent’anni.
L’istituzionalizzazione del ritardo
Ma il vero capolavoro della nostra burocrazia non sta nei numeri, bensì nei tempi di reazione. Nel lontano 2016, il Consiglio dell’Unione Europea, preoccupato per i divari interni, emanò una raccomandazione formale invitando ogni Stato membro a istituire un “Comitato Nazionale per la Produttività”. Un’idea sensata: un organismo indipendente per monitorare i dati e capire dove si inceppa il meccanismo.
Mentre i partner europei recepivano la direttiva in pochi mesi, a Roma la pratica deve essere finita in qualche ufficio posto nel sottoscala tipo Fantozzi. La risposta italiana è arrivata con la proverbiale flemma istituzionale soltanto nel 2024, con la formale costituzione del Comitato presso il CNEL.
Ci abbiamo messo appena otto anni per dar vita a un osservatorio sul nostro problema economico principale. Non male, davvero.
Il paradosso delle ricette facili: salario minimo e settimana corta
In un Paese bloccato da questa paralisi strutturale, di cosa si preferisce discutere nei talk show? Ovviamente di scorciatoie magiche. I cavalli di battaglia del dibattito politico sono diventati il salario minimo fissato per decreto e la settimana lavorativa ridotta a quattro giorni a parità di stipendio. Due splendide panacee che hanno il solo difetto di invertire completamente la logica economica.
Non sono i quattro giorni lavorativi che fanno aumentare la produttività per diritto divino; è un’economia ad alta produttività che, potendoselo permettere, regala ai lavoratori il lusso di lavorare di meno. Un’azienda che già oggi fatica a generare valore per ogni ora pagata, come dovrebbe sopravvivere lavorando di meno o pagando di più per decreto? Introdurre questi obblighi per legge, ignorando lo stato comatoso dei bilanci aziendali, significa semplicemente ordinare a un’auto senza benzina di correre più veloce. Spesso la politica se ne esce con il classico: “Ma gli altri Paesi europei lo fanno!”. Vero, ma gli altri lo fanno partendo da livelli di efficienza che noi abbiamo smesso di sognare dall’introduzione dell’euro.
Sia chiaro: aumentare la produttività non significa frustare i dipendenti per farli correre nei corridoi o chiedere turni massacranti. Significa l’esatto contrario: metterli in condizione di lavorare meglio, usando tecnologie avanzate, software moderni e processi snelli per generare più valore nello stesso lasso di tempo.
Le vere leve industriali contro la propaganda
Se si volesse fare sul serio, il ruolo dello Stato dovrebbe essere quello di un facilitatore, non di un arbitro dirigista che fissa i salari per legge. Ma le vere riforme macroeconomiche richiedono passaggi graduali, pianificazione e, soprattutto, sono terribilmente noiose da spiegare in un tweet o da sbandierare davanti a una telecamera.
La prima vera urgenza sarebbe curare la patologia del “piccolo è bello”, quel nanismo industriale italiano che condanna le nostre micro-imprese a non avere mai i soldi necessari per fare ricerca, comprare software avanzati o assumere manager competenti. Servirebbe uno shock fiscale per costringere, o quantomeno incentivare, fusioni, aggregazioni e contratti di rete.
In secondo luogo, bisognerebbe azzerare le tasse sui premi di produzione legati alla contrattazione aziendale di secondo livello. Se vuoi che i salari aumentino, devi lasciare i soldi esattamente dove la ricchezza viene creata, premiando l’efficienza della singola azienda invece di imporre tabelle centralizzate da ministero sovietico.
Infine, lo Stato dovrebbe detassare totalmente gli utili che gli imprenditori scelgono di non intascare, ma di reinvestire in macchinari di ultima generazione e nella formazione del personale. Questa sarebbe una politica industriale. Ma richiede step, tempi lunghi e una maturità che non si concilia con l’ansia da prestazione del prossimo sondaggio elettorale.
La maledizione del “petrolio d’Italia”
A consolidare questo status quo ci pensa poi il grande mito consolatorio nazionale: il turismo inteso come il sedicente “petrolio d’Italia”. Una favola raccontata a reti unificate che offre una scappatoia psicologica perfetta per evitare di affrontare il declino industriale.
Sia chiaro, alberghi e ristoranti sono una bellissima risorsa, ma pensare di mantenere una delle più grandi economie europee basandosi sulla ristorazione e sulle spiagge è un errore di matematica elementare. Il turismo di massa, per sua natura, genera un valore aggiunto per ora lavorata strutturalmente basso. È un settore frammentato, stagionale, dove l’intensità tecnologica è minima e i salari sono inevitabilmente bassi. Sostituire le fabbriche metalmeccaniche o l’industria chimica con i cocktail in spiaggia non è una strategia di sviluppo: è la scelta consapevole di trasformarsi nel parco giochi del continente, cristallizzando per sempre la stagnazione dei nostri redditi.
La smania del consenso contro la realtà dei numeri
Dire la verità all’opinione pubblica, purtroppo, non paga in termini di share. Promettere la settimana corta o il salario minimo con un tratto di penna è indubbiamente più facile, titilla il pancino del Paese e regala l’illusione che lo Stato possa creare il benessere dal nulla, senza fatica. La realtà dell’economia reale, tuttavia, risponde ancora a una formula elementare e priva di sconti: Produttività = aumento dei salari
Mentre noi continuiamo a preferire la fiction dei talk show alla durezza dei dati, il Report Draghi sulla competitività ha ricordato all’Europa che l’intero continente rischia il declino se non accelera sull’efficienza e sull’innovazione. In questa cornice, l’Italia rischia di rimanere la Cenerentola del blocco, fissa sul suo colore rosso nella mappa Eurostat. Se chi ci governa vuole evitare il declassamento definitivo del sistema-Paese, dovrà fare la cosa più difficile di tutte: spegnere le telecamere, archiviare la propaganda e iniziare a fare i conti con la calcolatrice alla mano.








