Non più l’economia, oggi vince l’identità: il libro di Petrolo aggiorna le categorie
Ricordate “It’s the economy, stupid!“, il mantra clintoniano del 1992? Uno degli slogan più famosi e meglio riusciti della politica contemporanea non funziona più. L’economia conta ancora, certo. Ma non decide più le elezioni. Oggi è il tempo di dire: “It’s the identity, stupid!“.
Un’epoca che ha cambiato regole
La stagione dell’identità di Domenico Petrolo è un saggio politico onesto e tempestivo. Petrolo parte da una costellazione di eventi che hanno sconvolto le certezze degli analisti: la Brexit del 2016, l’ascesa di Marine Le Pen e del Rassemblement National, il trionfo dell’AfD in Turingia, il ritorno trionfale di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2024, stavolta anche nel voto popolare. Tutti fenomeni che i modelli economici tradizionali non riuscivano a spiegare. Tutti accomunati da una grammatica emotiva precisa: il desiderio di essere riconosciuti, la paura di perdere la propria identità, il risentimento verso una sedicente élite percepita come indifferente o sprezzante.
Il filo conduttore è il concetto greco di thymos, riscoperto da Francis Fukuyama: quella parte dell’anima che non chiede pane, ma dignità, non servizi, ma rispetto. Petrolo lo usa come chiave di lettura di tutto ciò che è successo in Occidente nell’ultimo decennio, costruendo un’analisi che spazia dalla filosofia politica alla sociologia elettorale, dalla demografia alla psicologia delle masse.
Un libro di dialoghi, non di monologhi
La scelta strutturale più felice del volume è quella dei dialoghi. Petrolo non si accontenta di esporre la propria tesi: la mette alla prova, capitolo dopo capitolo, confrontandosi con interlocutori di prima grandezza intellettuale. Romano Prodi gli offre la lucidità di chi ha governato l’Europa e sa che “l’identità richiede semplicità, non tollera la diplomazia. Come un dogma, non si negozia“. Il filosofo britannico-ghanese Kwame Anthony Appiah — editorialista del New York Times e autore de La menzogna dell’identità — smonta con eleganza i paradossi della cultura woke, ricordando che “essere donna, gay o nero non ti dà il diritto di parlare a nome di tutte le donne, di tutti i gay o di tutte le persone nere“. Lo storico Philipp Blom, il politologo Colin Crouch, la studiosa Catherine Fieschi: ogni voce aggiunge uno strato di complessità a un fenomeno che la cronaca tende troppo spesso a banalizzare.
Uno dei passaggi più densi e coraggiosi del libro è il capitolo dedicato all’Islam radicale in Europa. Petrolo non cede né all’islamofobia né alla rimozione progressista: descrive con precisione la geografia del radicalismo europeo, dalle banlieue parigine al cosiddetto “Belgiquistan” di Molenbeek, fino ad arrivare — con un dettaglio che colpisce il lettore italiano — al caso di Monfalcone, dove la sindaca leghista ha vietato la preghiera islamica negli spazi pubblici, scatenando un dibattito nazionale. L’analisi si fa più affilata quando Petrolo affronta il tema dei Fratelli Musulmani in Europa, della demografia delle comunità islamiche e della costruzione di moschee finanziate dall’estero: non per alimentare la paura, ma per argomentare che ignorare questi fenomeni — come troppo spesso ha fatto la sinistra per timore di sembrare xenofoba — ha consegnato il tema alla destra populista su un piatto d’argento. La sua proposta è un’alleanza inedita tra destra moderata, sinistra pragmatica e Islam riformista: “quella alleanza che serve per mettere in sicurezza le nostre democrazie“, come recita il titolo del paragrafo.
La sinistra e il problema dell’identità
Il bersaglio principale dell’analisi — trattato con la preoccupazione autentica di chi vuole che le democrazie liberali sopravvivano — è la sinistra occidentale. Petrolo mostra come essa abbia scambiato la battaglia per le microidentità con la rappresentanza popolare, come abbia parlato di principi astratti mentre le classi lavoratrici cercavano qualcuno che le vedesse. Non basta più promettere 80 euro in busta paga o un milione di posti di lavoro: nell’America di Trump e nell’Europa dei populismi, il muro al confine col Messico vale più di qualsiasi agevolazione fiscale perché risponde a un bisogno identitario, non economico.
È una diagnosi scomoda, ma intellttualmente onesta e utile.
Europeisti, leggete questo libro
Per i lettori de L’Europeista, c’è un motivo in più per tenere questo volume sul comodino. Petrolo dedica un’attenzione speciale alla dimensione europea del problema: l’immigrazione come carburante del nazionalismo, il fallimento del multiculturalismo “blando”, la nostalgia degli anziani che in tutta Europa votano contro l’integrazione anche quando ne hanno beneficiato enormemente — la Polonia ne è l’esempio paradossale più lampante. Se l’Europa vuole sopravvivere come progetto politico, dovrà imparare a parlare il linguaggio dell’appartenenza senza cedere alla retorica del “sangue e suolo”: coniugare riconoscimento e universalismo, radici e apertura, memoria e progetto.
Domenico Petrolo non offre ricette semplici, perché queste banalmente non esistono. Offre la capacità di capire prima di giudicare. In un’epoca in cui l’identità è diventata un’arma politica, questo libro insegna a usarla come strumento di analisi. È già un atto di coraggio intellettuale — ed è più che sufficiente per leggerlo.

Domenico Petrolo, La stagione dell’identità. Dalla Brexit a Trump, perché orgoglio e valori contano più di salari e welfare, FrancoAngeli, Milano, 2026. Prefazione di Luigi Di Gregorio, postfazione di Alessandro De Angelis.








