Mozione Albanese. Perché il piano per Gaza piace ad Abu Mazen, ma non alla sinistra italiana
Questo articolo non riguarda i rischi e le opportunità del piano per Gaza di Donald Trump, ma il modo in cui la sinistra italiana (PD, AVS e M5S) ha immediatamente classificato questo progetto come un escamotage per eludere le vere questioni aperte dalla guerra nella Striscia e per propiziarne un esito favorevole al Governo Netanyahu.
La mia tesi è che la sinistra italiana tiene alla causa palestinese più o meno come Hamas ha a cuore quella dei gazawi: come a un pretesto umanitario di una battaglia, che non ha affatto al centro la difesa degli interessi e dei diritti della popolazione araba, ma la condanna dello scandalo rappresentato (come spiega Francesca Albanese) dalla “occupazione coloniale” della Palestina da parte della popolazione ebraica.
Per il movimento pro-pal italiano il fine non è affatto far cessare la tragedia di Gaza e i crimini di guerra contestati al Governo di Netanyahu, ma lucrarne la legittimazione dell’odio contro Israele (non contro il Governo Netanyahu, contro Israele). La mobilitazione non è contro la guerra in corso oggi nella Striscia, ma contro l’usurpazione della terra araba da parte dello stato ebraico, di cui tutto quello che è successo dal 1948 a oggi contro Israele, compreso il pogrom del 7 ottobre di due anni fa, è considerata una inevitabile e salutare conseguenza, perché – sempre per citare Francesca Albanese – “i terroristi sono riusciti a portare la Palestina di nuovo al centro della discussione, stanno animando una rivoluzione globale, che ci sta facendo pensare non solo a chi sono loro, a chi siamo noi…”
Che la guerra di Hamas e quella della sinistra italiana a Israele (non al Governo Netanyahu, a Israele) siano condotte con mezzi diversi – da una parte la violenza terroristica, dall’altra le campagne di odio politico – non significa affatto che abbiano fini diversi. I miliziani di Hamas proclamano e le piazze pro-pal esigono la liberazione della Palestina dal fiume al mare; il fatto che perseguano uno scopo comune ricorrendo ad armi diverse rileva certo per distinguere le responsabilità criminali, non per dissociare quelle politiche.
Non sono mostri e neppure terroristi gli attivisti pro-pal che l’altro giorno a Reggio Emilia, corrispondendo al pensiero dell’eroina che erano andati a festeggiare (indovinate: Francesca Albanese), hanno fischiato il sindaco della Città, il quale, nel premiarla e consegnarle il tricolore, ha osato denunciare il rapimento e chiesto il rilascio degli ostaggi israeliani ancora prigionieri di Hamas.
Sono persone sinceramente convinte che i rapiti subiscano il giusto contrappasso dovuto agli agenti dell’imperialismo sionista. Pensano lo stesso pensiero di Hamas, anche se lo interpretano moralisticamente, cioè con sdegno verso chi nega la verità delle responsabilità israeliane per il sangue ebraico versato, e non terroristicamente, come fanno i miliziani che ammazzano gli ebrei per vendicare il torto dell’usurpazione della terra araba.
La sinistra istituzionale è alla mercè di questa piazza fisica e digitale, esattamente come sul palco di Reggio Emilia il sindaco Marco Massari si è ritrovato, tra mille imbarazzi, alla mercè della Special Rapporteur divenuta famosa per la sua intransigenza contro la lobby ebraica, contro il senso di colpa dell’Olocausto e contro la criminalizzazione di Hamas.
Che le cose stiano esattamente così lo dimostra proprio l’atteggiamento della sinistra verso il piano di pace per Gaza, che è del tutto incompatibile con la posizione “moderata” che tenta ufficialmente di accreditare. Se davvero a sinistra si volesse la fine della guerra, il rilancio del processo di pace nella prospettiva dei “due popoli e due stati”, la sconfitta del progetto di annessione della Cisgiordania e occupazione di Gaza, la marginalizzazione di Netanyahu e l’esclusione dall’arco costituzionale israeliano dei suprematisti e dei razzisti anti-arabi; se la sinistra davvero volesse tutto questo, perché su questo piano dovrebbe avere (come ha) una posizione più scettica e negativa di quella di Abu Mazen?
Come è evidentissimo, questa ipotesi di accordo, se mai trovasse applicazione, risparmierebbe un sacco di morti e lascerebbe sul campo due vittime – Hamas e il Governo Netanyahu – di cui una sinistra democratica dovrebbe molto apprezzare il sacrificio.
Due vittime che, come è logico, stanno facendo di tutto per boicottare l’intesa che porterebbe alla loro capitolazione e che sperano l’una nell’altro per fare deragliare il negoziato dai binari stabiliti dalla Casa Bianca (lasciamo da parte perché Trump si sia deciso a fare questo passo, visto che non serve ai fini del nostro discorso).
Se l’accordo prendesse avvio, pure tra mille equivoci e incertezze, Gaza sarebbe libera sia da Hamas, sia dai progetti di occupazione di Smotrich e Ben Gvir; si riaprirebbe un percorso, indeterminato nei tempi, ma non nella direzione, verso la costituzione di uno stato palestinese; i centristi sostituirebbero i fanatici nella compagine ministeriale israeliana e il premier attualmente in carica, che rimanga o meno in sella fino alle prossime elezioni, nella prossima legislatura si dovrebbe preoccupare più dei propri problemi giudiziari che del Governo di Israele.
Perché la sinistra italiana non è a favore di questo piano?
Perché a guidarne le mosse non è l’agenda dichiarata, ma quella sorta di “mozione Albanese” di cui sono disseminate la retorica e la pubblicistica pro-pal.
Perché la fine della guerra a Gaza e la fine di Netanyahu non bastano affatto per placare la sete di giustizia antisionista gridata dalle sue piazze.








