La scommessa europea sull’Edtech, nel rapporto di Osservatorio Proxima e 12Venture
Il settore dell’EdTech non è più una nicchia. È diventato il terreno su cui si gioca un pezzo fondamentale della competitività del continente — e, in misura crescente, il suo peso nel mondo.
C’è un numero che, più di altri, racconta dove sta andando il futuro delle nazioni: il 59%. Secondo il World Economic Forum, entro il 2030 quella è la quota della forza lavoro globale che avrà bisogno di reskilling o upskilling per restare competitiva in un’economia ridisegnata dall’intelligenza artificiale e dall’automazione. Centosettanta milioni di nuovi posti di lavoro verranno creati; novantadue milioni spazzati via. La differenza tra chi saprà cavalcare questa transizione e chi ne sarà travolto dipende, in larghissima misura, da come i sistemi educativi e le imprese gestiranno l’aggiornamento continuo delle competenze.
È in questa luce — non come curiosità tecnologica, ma come leva di sopravvivenza strategica — che va letto il settore dell’Education Technology, l’EdTech. Il Rapporto EdTech 2026 dell’Osservatorio Proxima (organizzazione promossa dal gruppo di human capital Enzima12), è stato presentato lo scorso 25 marzo 2026 alla Camera dei Deputati dal presidente dell’Osservatorio Alberto Oddenino e dal coordinatore Piercamillo Falasca. Alla presentazione hanno partecipato i rappresentanti politici Giulio Centemero(Lega), Andrea Orlando (PD) e Giulia Pastorella (Azione) — tre voci parlamentari distanti per collocazione politica, ma convergenti sull’urgenza di una strategia nazionale per la formazione digitale — insieme a Roberto Capobianco di Conflavoro, che ha portato la prospettiva delle piccole e medie imprese alle prese con il retraining delle proprie risorse umane, e a Maria Finadri della Fastweb Digital Academy, esempio concreto di come un operatore industriale possa fare della formazione un asset strategico. Una pluralità di presenze che, da sola, dice qualcosa di importante: l’EdTech ha smesso di essere un argomento da addetti ai lavori. Il rapporto offre la fotografia più nitida disponibile di un settore che ha superato la sbornia post-pandemica ed entra in una fase più selettiva, nella quale contano meno le promesse e più la capacità di trasformare domanda reale in modelli sostenibili






Dopo l’euforia, la sostanza
Per capire dove si trova oggi l’EdTech, bisogna ricordare da dove viene. Tra il 2020 e il 2021, la pandemia ha funzionato da acceleratore brutale: scuole, università e imprese hanno digitalizzato in poche settimane processi che avrebbero impiegato anni. I mercati hanno inseguito l’onda: nel 2021 gli investimenti di venture capital a livello globale nel settore hanno raggiunto i 20,8 miliardi di dollari, un picco che rifletteva l’euforia collettiva.
La correzione è stata altrettanto rapida. Nel 2024 i finanziamenti globali si sono attestati a 2,4 miliardi di dollari, risaliti a 2,6 miliardi nel 2025, e la spesa mondiale in strumenti digitali per l’educazione — pur raddoppiata nel quinquennio post-Covid fino a oltre 400 miliardi di dollari — rappresenta ancora appena il 5% della spesa educativa complessiva. «Finito l’hype, il settore è entrato in una fase in cui contano di più i fondamentali», scrivono i ricercatori dell’Osservatorio Proxima — «efficacia, sostenibilità e capacità di scalare senza bruciare fiducia e capitale».

L’Europa si gioca la leadership
In questo scenario globale, l’Europa occupa una posizione peculiare e, per certi versi, paradossale. In valore assoluto, secondo i dati di HolonIQ richiamati nel rapporto, i capitali investiti in EdTech nel continente sono stati 0,8 miliardi nel 2024 e il peso relativo dell’Europa sul totale globale è cresciuto, passando dal 12% del 2021 al 33% del 2024.
Siamo di fronte a un protagonismo assoluto, che tuttavia non deve oscurare il nodo strutturale che il rapporto identifica con chiarezza: l’Europa sa produrre regole, sta consolidando un vantaggio competitivo in un mercato dove affidabilità regolatoria, sicurezza e tracciabilità contano sempre di più, ma non ha ancora espresso abbastanza campioni industriali.

La frammentazione linguistica e culturale — ventisette Paesi, sistemi scolastici diversi, lingue di insegnamento molteplici — rende difficile scalare rapidamente su tutto il mercato continentale. E il cosiddetto scale-up gap, denunciato dalla Banca Europea per gli Investimenti, è reale: l’Europa riesce a finanziare le fasi iniziali delle startup, ma manca di quel growth capital in grado di trasformare un’impresa promettente in una piattaforma continentale. Quando servono round di crescita superiori ai 50 milioni di euro, una parte rilevante del capitale tende a venire da investitori non europei, con il rischio concreto di relocation e perdita di controllo tecnologico.
Il vantaggio della credibilità
Eppure, quella che a prima vista appare come una debolezza potrebbe trasformarsi nel principale vantaggio competitivo dell’Europa — a patto di saperla leggere bene. Il Rapporto Proxima formula una tesi provocatoria: «L’Europa può competere sulla credibilità, più che sulla velocità».
Il ragionamento è questo. L’AI Act impone requisiti espliciti di governance e responsabilità su tutti i sistemi di intelligenza artificiale, inclusi quelli usati in ambito educativo. La Direttiva NIS2 obbliga le organizzazioni a investire in cyber awareness e formazione continua tracciabile. Il GDPR stabilisce standard stringenti sul trattamento dei dati degli studenti. Insieme, queste norme stanno producendo un effetto paradossale: la compliance non è più un freno all’innovazione, ma ne diventa il motore. Le soluzioni EdTech che sanno essere audit-ready, interoperabili e trasparenti valgono di più sul mercato — e il mercato europeo, per le sue dimensioni, ha la forza di imporre questi standard anche oltre i propri confini.
È l’effetto Bruxelles applicato all’educazione: chi costruisce oggi piattaforme compliance-by-design in Europa, domani potrà esportare quel modello nel mondo.
Il motore dell’edtech è la formazione continua delle imprese
La vera partita, però, si gioca sul piano del capitale umano. Il rapporto identifica un cambio di baricentro nell’intero settore: il motore dell’EdTech non è più la scuola primaria o l’università, ma la formazione continua delle imprese. Il corporate learning è diventato «un imperativo strutturale», non più opzionale: negli USA, la spesa per la formazione aziendale ha raggiunto i 102,8 miliardi di dollari nel biennio 2024-2025, con la componente esternalizzata — tecnologie, contenuti, consulenze — cresciuta del 29%. In Europa, il 67,4% delle imprese con almeno dieci dipendenti risulta training enterprise.
I casi italiani citati nel rapporto offrono una misura concreta di questo salto. Generali ha consolidato la propria Academy in un’unica piattaforma di apprendimento, investendo 62,5 milioni di euro in formazione nel 2024 e coinvolgendo il 100% del personale con una media di 32,7 ore pro capite, incluso un programma di AI-infused learning per 1.200 senior manager. Leonardo, nel settore della difesa e dell’aerospazio, ha costruito una rete internazionale di Training Academies che eroga oltre 40.000 ore annue in ambienti di simulazione VR/XR, avendo formato più di 12.400 piloti e tecnici. Non sono casi isolati: sono la punta di un iceberg che segnala come la formazione stia diventando — per le grandi organizzazioni europee — un’infrastruttura strategica al pari dei sistemi informativi.
L’Italia tra slancio, ritardi e opportunità
Nel contesto europeo, l’Italia incarna meglio di chiunque altro le contraddizioni del settore. Il Piano Scuola 4.0, finanziato con 2,1 miliardi di euro del PNRR, ha l’obiettivo di trasformare 100.000 aule in ambienti di apprendimento innovativi. Al 30 novembre 2025, risultavano già connesse 24.087 scuole tramite interventi Infratel, con altri 450 milioni di euro destinati alla formazione del personale scolastico. Nel 2024, l’ecosistema EdTech italiano ha raccolto 74 milioni in 24 round, raggiungendo una quota del 6% degli investimenti europei totali — un record storico. Docebo, la principale LMS enterprise di origine italiana, ha chiuso il 2024 con ricavi di 216,9 milioni di dollari, il 94% dei quali da abbonamenti ricorrenti.
Ma i numeri raccontano anche l’altra faccia. Solo il 45,9% degli italiani tra i 16 e i 74 anni possiede competenze digitali almeno di base. L’utilizzo dell’AI nelle imprese, pur in rapida crescita (dall’8,2% del 2024 al 16,4% del 2025), resta ben al di sotto della media europea del 20%. E la fragilità del sistema scolastico di fronte alle minacce informatiche è allarmante: secondo Check Point Research, nei primi sette mesi del 2025 l’Italia ha registrato una media di 8.593 attacchi informatici settimanali per organizzazione nel settore education — l’82% in più rispetto all’anno precedente, e ben al di sopra della media globale di 4.356.

Idee in cerca di mercato
C’è un modo per misurare la temperatura reale di un settore che non passa dai comunicati stampa né dai dati aggregati degli analisti: guardare direttamente alle startup che cercano di risolverlo. La seconda parte del Rapporto Proxima fa esattamente questo. 12Venture, lo startup studio dell’ecosistema Enzima12, ha analizzato e valutato 388 imprese EdTech e HRTech lungo più dimensioni — dai pitch deck alle ipotesi di prodotto, dai modelli di ricavo alle traiettorie tecnologiche. Non è un esercizio di previsione. È, nelle parole dei ricercatori, una lettura degli «spiriti animali» del settore: le intuizioni che catalizzano talenti e capitali, i segnali deboli che anticipano i punti di svolta.
Il quadro che emerge è quello di un ecosistema vivace e, per certi versi, sorprendentemente diffuso. Sul piano geografico, è vero che i principali poli urbani — Milano in testa, seguita da Roma — concentrano la quota più consistente delle iniziative italiane. Ma la mappatura restituisce anche un segnale inatteso e incoraggiante: l’innovazione nasce ovunque. Startup attive nel Sud del Paese, in città medie, in contesti apparentemente periferici dimostrano che la distanza dai grandi hub non è più, di per sé, un ostacolo insormontabile alla nascita di idee di qualità. La vera sfida non è dove le idee nascono, ma se i capitali, le reti e le competenze necessarie a farle crescere riusciranno a raggiungerle prima che si spengano. Se l’ecosistema saprà costruire ponti tra i centri di innovazione consolidati e le realtà emergenti — attraverso programmi di accelerazione distribuiti, reti di mentorship e accesso al credito più capillare — anche il Sud e i territori minori potranno smettere di essere la periferia dell’EdTech italiano per diventarne, in prospettiva, nuovi protagonisti.
L’analisi dei pitch deck rivela alcune tendenze trasversali. Il segmento più affollato è quello della formazione professionale e del corporate learning, dove la pressione normativa — dall’AI Act alla NIS2 — ha creato una domanda strutturale che le grandi imprese non riescono a soddisfare interamente con le risorse interne. Cresce il numero di startup che puntano sull’intelligenza artificiale generativa non come funzionalità accessoria, ma come strato infrastrutturale: tutor conversazionali, generatori automatici di contenuti formativi, strumenti di valutazione adattiva. Più raro, ma più prezioso, il profilo delle startup che integrano nativamente requisiti di compliance, tracciabilità e interoperabilità fin dalla progettazione — quelle che il rapporto definisce compliance-by-design — perché sono le uniche in grado di rispondere alla domanda più sofisticata delle grandi organizzazioni.
Alcune di queste 388 idee non sopravviveranno, altre procederanno a fatica, ma una parte saprà crescere, consolidare partnership e affermarsi. La vera utilità di questa mappatura non è predittiva: è euristica. Serve a capire dove si stanno concentrando i talenti e i capitali, quali ipotesi di prodotto stanno diventando modelli industriali.
La geopolitica dell’apprendimento
C’è infine una dimensione del problema che tende a essere sottovalutata nel dibattito pubblico, e che il Rapporto Proxima nomina con una formula efficace: la geopolitica gentile. Chi controlla le piattaforme educative controlla, in misura crescente, i dati degli studenti, le traiettorie di apprendimento, i modelli di valutazione. Google e Microsoft hanno distribuito suite gratuite a scuole di tutto il mondo: un gesto di “generosità” che porta con sé, inevitabilmente, un tema di sovranità educativa e dipendenza tecnologica.
L’Europa ha una scelta di fronte a sé: lasciare che la standardizzazione diventi un oligopolio delle grandi piattaforme americane, oppure costruire un ecosistema competitivo e modulare, fondato su interoperabilità e portabilità dei dati. La risposta non è il protezionismo digitale, ma la costruzione di alternative credibili — standard aperti, requisiti minimi di trasparenza, soluzioni pubblico-private capaci di ridurre la dipendenza senza chiudersi all’innovazione. In questa partita, la cooperazione educativa con i paesi in via di sviluppo — dove l’EdTech può colmare gap enormi di accesso all’istruzione — diventa essa stessa uno strumento di influenza e stabilità geopolitica.
Il trittico della maturità
Il Rapporto Proxima identifica tre condizioni che definiscono la soglia di maturità dell’EdTech nel prossimo triennio: controllo (saper governare tecnologie e dati), responsabilità (assumersi ruoli e conseguenze), fiducia (costruita con evidenze e trasparenza). Non è una formula astratta. È la descrizione di ciò che serve perché l’innovazione educativa sia scalabile, sostenibile e socialmente legittimata.
L’Europa ha le regole. Ha le istituzioni. Ha un’impostazione valoriale — l’educazione come bene comune, l’inclusione come priorità — che la distingue dai modelli americano e cinese. Quello che ancora le manca è la capacità di trasformare tutto questo in piattaforme industriali, in campioni globali, in un mercato del capitale abbastanza profondo da accompagnare le migliori idee fino alla scala continentale.
Il 2026 è il primo anno di un nuovo ciclo. Chi saprà cogliere questa finestra — investitori, governi, imprenditori e istituzioni scolastiche — contribuirà a decidere se la classe di domani sarà attrezzata per competere.








