Giorgia ripensaci. Se la politica ha paura del voto fuorisede qualcosa non va

Filippo Rigonat
01/02/2026
Interessi

Onestamente, mai avrei pensato di dover scrivere oggi questo articolo, ma tant’è.

La possibilità di far votare i cittadini fuori sede nel comune di domicilio è stata per anni oggetto di campagne, raccolte firme e disegni di legge respinti. Solo alle ultime elezioni europee e per i referendum cittadinanza del giugno 2025 l’ordinamento italiano, in via temporanea, aveva finalmente derogato la disposizione che impone agli elettori di tornare nel comune di residenza per votare. Nel 2024 la deroga fu indirizzata solamente agli studenti fuori sede, mentre per i referendum cittadinanza venne estesa anche ai lavoratori.

Pur registrando tiepide adesioni, la disciplina sembrava inaugurare la felice tendenza di incentivazione e facilitazione della partecipazione popolare, in un paese in cui da diversi anni a vincere ogni tornata elettorale è l’astensione.

Oggi, con l’avvicinarsi dell’importantissimo appuntamento referendario del 22 e 23 marzo, in cui saremo chiamati a confermare o meno la Riforma costituzionale Nordio, questo processo subisce un brusco stop.

Il disinteresse del governo

Il primo potente campanello d’allarme era già suonato con l’approvazione del “Decreto-legge elezioni” del 27 dicembre 2025.

Il dispositivo, approvato dal cdm, ha stabilito alcune modalità per lo svolgimento del voto in occasione del referendum. In merito al voto per i fuorisede: silenzio


Nota bene: il “decreto elezioni” per i Referendum cittadinanza, approvato il 19 marzo 2025 per la consultazione di giugno, già conteneva la norma regolante il voto per i fuori sede.


Poco male, si dirà. Dovendo il decreto legge passare dal Parlamento per la conversione, potrà essere emendato in modo da superare questa svista.

Colpo di scena: nel pomeriggio di mercoledì 28 gennaio, su input del governo, la Commissione Affari Costituzionali della Camera ha bocciato gli emendamenti presentati al decreto per agevolare il voto dei fuorisede.

Motivazione ufficiale: “tempi tecnici stretti”. Motivazione reale: “mancanza di coraggio”.

Perché ignorare i fuorisede è un autogol del Parlamento

La giustificazione della sottosegretaria al Ministero dell’Interno Ferro, secondo la quale mancherebbero i “tempi tecnici” per l’attuazione procedurale, è a dir poco campata in aria

Non si chiede certo un’approvazione-lampo della legge ordinaria sul voto ai fuorisede, ferma al Senato dal 2024, ma semplicemente la replica della procedura temporanea già adottata nelle ultime due consultazioni, per la quale i tempi ci sono eccome.

Ignorando deliberatamente l’istanza, si pongono 4,9 milioni di persone davanti a una scelta inaccettabile: rinunciare al voto o pagare di tasca propria per esercitare un diritto costituzionale. E’ un passo indietro preoccupante, nonché una implicita ed evitabile ammissione di debolezza della maggioranza di governo, controproducente nella disputa referendaria.

Diventa facile in quest’ottica identificare la composita categoria dei fuorisede nell’idealista studente di filosofia trasferitosi a Bologna e geneticamente accanito contro il governo Meloni, al quale è conveniente rendere difficile l’espressione del voto. Ma è una rappresentazione falsa. Fuori sede è soprattutto chi lavora lontano da casa, chi studia per costruirsi un futuro, chi si cura altrove per necessità. Persone normali, non categorie ideologiche.

E tra questi fuorisede, come chi scrive, non sono pochi quelli intenzionati a votare SI al quesito referendario. 



Il tempo per tornare indietro c’è

Abbiamo visto che gli impedimenti tecnici per il provvedimento, non ci sono. Pertanto, per tradurre in realtà il fiacco richiamo alla partecipazione che risuona sempre più appassito all’avvicinarsi di ogni consultazione; Giorgia, ripensaci

Consentire ai fuorisede di iscriversi, entro i quattordici giorni precedenti al voto, nelle liste elettorali del comune di domicilio significherebbe semplicemente replicare una procedura già sperimentata, e non sarebbe solo un atto cosmetico. E neanche un atto di audacia nei confronti di presunte ondate rosse di studenti. Sarebbe un gesto minimo di giustizia civile, necessario soprattutto in occasione di un referendum che interviene sulla Costituzione e sul funzionamento della giustizia.

Affinché la partecipazione sia agevolata, non ostacolata in tutti i modi.

Quando la politica ha paura del voto, il problema non è il voto. È la politica

La postura paternalistica della classe politica secondo cui la popolazione è gregge e le persone reputate pensanti sono pericolose è insostenibile e fuori dal tempo. Allo stesso modo, suona ipocrita il lamento rituale sull’astensione, brandito come emergenza solo a parole, mentre nei fatti si moltiplicano gli ostacoli alla partecipazione.

In questo modo, se da un lato la maggioranza mostra il fianco alla retorica velleitaria– nel merito della riforma anche sconclusionata– di chi paventa un assalto governativo alla Costituzione, dall’altro le opposizioni strumentalizzano la scelta in chiave referendaria, anteponendo l’interesse di parte alla tutela del diritto di partecipare senza barriere alla vita politica. E il sistema rimane immobile.

Concludendo questa riflessione, è doveroso ricordare a chi vuole marciare dal fronte del NO sulla questione del voto ai fuorisede, di dormire comunque sogni sereni. A marzo si voterà nel merito della riforma. E chi, come me, è intenzionato a votare SÌ difficilmente cambierà idea, anche dovendo superare ostacoli che nulla hanno a che fare con il confronto democratico. Ma il governo non canti vittoria, e torni sui suoi passi. Perché il diritto di voto reso più difficile oggi diventa memoria politica domani. E su certe scelte, prima o poi, si torna sempre a votare.