Due parole su TikTok, il social che non è un social

Donatello D'Andrea
25/10/2026
Poteri

Le devastazioni di Milano del 17 ottobre 2026 hanno riportato TikTok sotto i riflettori dei media italiani. Il Movimento 17 ottobre si era organizzato su Instagram e Telegram, ma il suo bacino di reclutamento viveva su TikTok: ragazzini di 12, 13, 14 anni che avevano visto sui propri feed video di scontri e saccheggi, che li avevano replicati come si replica una challenge, che avevano costruito attorno a quell’idea un’identità collettiva istantanea. Il meccanismo non era nuovo.

A Roma, i due adolescenti della banda della minicar che tra il 4 e il 5 ottobre avevano aggredito passanti casuali nel quartiere Monteverde hanno spiegato al pm la ragione delle aggressioni con una semplicità che vale più di qualsiasi analisi: «L’abbiamo visto fare su TikTok. È pieno di video dove ci sono persone che danno spintoni a passanti scelti a caso. Nessuno si faceva niente. Credevamo che avrebbe funzionato così anche per noi». Prima ancora, i raduni violenti di Peschiera del Garda erano stati convocati attraverso la stessa piattaforma.

Ogni volta, dopo gli episodi di violenza, TikTok è finito sui giornali per qualche giorno e poi è scomparso dalla discussione pubblica senza che nessuno si fosse fermato a capire davvero cosa sia questa piattaforma, perché funziona in modo radicalmente diverso da qualsiasi social media che l’ha preceduta, e perché dietro la sua architettura c’è qualcosa che va molto oltre un’app di intrattenimento per adolescenti.

Un sistema di distribuzione, non un social network

La risposta sbagliata, quella che circola nei media, descrive TikTok come un social media con video brevi, una versione accelerata di Facebook o Instagram. Questa descrizione ne oscura la natura reale. Facebook e Instagram sono costruiti attorno alla rete sociale: vedi i contenuti delle persone che segui, le tue connessioni determinano il tuo feed. TikTok ha una struttura radicalmente diversa. Il suo feed principale, il “For You Page”, non mostra quello che pubblicano le persone che segui: mostra quello che l’algoritmo decide che devi vedere, costruito sulla base del tuo comportamento di consumo. Quanto tempo passi su ogni video, cosa guardi più volte, dove ti fermi, dove scorri via. Non hai bisogno di seguire nessuno per ricevere contenuti: l’algoritmo ti trova da solo, prima ancora che tu sappia cosa cercare.

Questa differenza tecnica ha conseguenze antropologiche precise. Su Facebook e Instagram sei tu che costruisci la tua rete, scegli le tue fonti, determini il tuo ecosistema informativo. Su TikTok è l’algoritmo che ti costruisce. Il feed non riflette i tuoi interessi: li forma, li orienta, li radicalizza progressivamente verso i contenuti che producono maggiore engagement, cioè i più emotivamente intensi, i più estremi, i più difficili da smettere di guardare. L’effetto non è diverso da quello di una slot machine: la variabilità del contenuto, la ricompensa imprevedibile, il formato breve che azzera il costo di passare al video successivo. Facebook ha impiegato circa otto anni per raggiungere un miliardo di utenti. TikTok ce ne ha messi quattro. Quella velocità di penetrazione è il prodotto di un sistema ingegnerizzato per creare dipendenza con una precisione che nessun social media precedente aveva mai raggiunto.



TikTok trasmette comportamenti

Il formato video breve non è adatto a spiegare, argomentare o contestualizzare. È adatto a mostrare, imitare e replicare. La challenge è il formato nativo di TikTok: vedi qualcosa, lo replichi, lo condividi. L’algoritmo premia la replicabilità, non la qualità o la responsabilità del contenuto. TikTok distribuisce comportamenti, non idee. Abbassa il costo di coordinamento collettivo a zero. Chiunque può convocare centinaia di persone in poche ore senza struttura organizzativa, senza responsabili identificabili, senza filtri. Vale per la challenge pericolosa come per il raduno violento.

Il meccanismo si autoalimenta perché la piattaforma premia l’intensità emotiva. Un video di scontri in piazza produce più engagement di un video di una conferenza stampa. Un incendio produce più engagement di uno striscione. Un saccheggio produce più engagement di un presidio pacifico. L’algoritmo non ha ideologia: ha un obiettivo, massimizzare il tempo di permanenza sulla piattaforma, e persegue quell’obiettivo premiando sistematicamente i contenuti più estremi. Applicato a una generazione di adolescenti con un bisogno acuto di identità e appartenenza, trasforma la violenza in spettacolo, lo spettacolo in emulazione, e l’emulazione in cronaca.

La spirale funziona senza nessuna regia esterna: chi compie il gesto più estremo ottiene più visualizzazioni, chi ottiene più visualizzazioni diventa un riferimento identitario per il proprio gruppo, chi diventa un riferimento identitario produce altri contenuti estremi per mantenere quella posizione. Non serve un organizzatore, non serve una struttura, non serve un’ideologia. Serve solo un algoritmo che premia la radicalità e una generazione che ha imparato a misurare il proprio valore in visualizzazioni.

A questo si aggiunge la velocità, che è una variabile che nessun sistema educativo o familiare riesce ad intercettare. Quello che su Facebook o Instagram impiegava giorni a diventare virale, su TikTok diventa un modello da replicare in ore. I due adolescenti della banda della minicar di Roma hanno replicato comportamenti visti su TikTok nel giro di giorni dalla visione, forse di ore. Tra l’ispirazione e l’azione non c’è più lo spazio in cui un adulto potrebbe intervenire, un insegnante potrebbe fare una domanda, un genitore potrebbe accorgersi di qualcosa. La finestra si è chiusa prima ancora che qualcuno se ne rendesse conto.

Douyin e TikTok: due algoritmi, due popolazioni

In Cina TikTok non esiste. La versione cinese della piattaforma si chiama Douyin, ed è gestita dalla stessa società madre, ByteDance, con lo stesso formato video breve. L’algoritmo di Douyin promuove contenuti educativi, risultati accademici, successi sportivi, patriottismo. Sotto i quattordici anni esiste solo una versione protetta che si disattiva dopo quaranta minuti di utilizzo e non è accessibile tra le dieci di sera e le sei del mattino. Nel 2022 il governo cinese ha obbligato trenta grandi aziende tecnologiche, inclusa ByteDance, a consegnare i propri algoritmi alla Cyberspace Administration of China, l’autorità statale che regola internet nel paese.

Il confronto tra i due prodotti dello stesso produttore produce una conclusione scomoda ma precisa. La Cina usa Douyin per tenere i propri cittadini orientati verso contenuti che rafforzano la coesione sociale e il consenso al regime. Usa TikTok per fare l’opposto con le popolazioni occidentali: promuovere contenuti divisivi, emotivamente destabilizzanti, che erodono la coesione sociale e abbassano la capacità critica di chi li consuma. La differenza di trattamento tra i giovani cinesi – protetti, limitati, orientati verso contenuti educativi – e i giovani occidentali – esposti senza filtri a un algoritmo ottimizzato per la dipendenza – non è casuale. È una scelta di architettura deliberata, documentata dalla differenza tra i due prodotti e dalla sorveglianza statale cinese sugli algoritmi di ByteDance.

La regia cinese e i dati europei

ByteDance è soggetta alla legge cinese sulla sicurezza nazionale del 2017, il cui articolo 7 stabilisce che «tutte le organizzazioni e i cittadini devono supportare, assistere e cooperare con gli sforzi di intelligence nazionale in conformità alla legge». Non si tratta di una semplice norma teorica: è un obbligo legale che non ammette rifiuto e che si applica a qualsiasi azienda cinese, inclusa ByteDance, indipendentemente da dove operi nel mondo. Il principale lobbista europeo di TikTok ha ammesso che sarebbe “estremamente difficile” impedire del tutto che i dati europei vadano in Cina.

Le conseguenze concrete di questa architettura giuridica sono state documentate dalla Commissione irlandese per la protezione dei dati, che funge da autorità capofila per TikTok nell’Unione Europea. Nel maggio 2025, TikTok è stata multata per 530 milioni di euro per aver trasferito illegalmente i dati degli utenti europei in Cina, violando il GDPR. Il dettaglio più rilevante dell’indagine è che durante il procedimento TikTok aveva sostenuto di non archiviare dati europei su server cinesi. Nell’aprile 2025 ha dovuto ammettere che una quantità di quei dati era effettivamente finita su server in Cina, contrariamente a quanto dichiarato. La multa da 530 milioni è la terza più alta mai inflitta per violazione del GDPR. Oltre 175 milioni di utenti europei continuano a usare la piattaforma.

ByteDance ha inoltre un rappresentante del Partito Comunista Cinese con ruolo di vicepresidente che ha influenza su tutte le linee di prodotto e di business. Nel 2024, negli Stati Uniti, la Camera dei Rappresentanti ha approvato una legge che obbligava ByteDance a cedere il ramo americano di TikTok entro sei mesi o a chiudere l’app nel paese, proprio per queste ragioni di sicurezza nazionale. La questione è ancora aperta.



Perché è un’arma

Mettendo insieme i pezzi, il quadro è preciso. TikTok è una piattaforma progettata per creare dipendenza attraverso un algoritmo che premia i contenuti più estremi e divisivi. La stessa società che la gestisce usa un algoritmo diverso in Cina, dove protegge i propri cittadini dai contenuti destabilizzanti che esporta in Occidente. È soggetta a una legge che la obbliga a consegnare i dati dei propri utenti al governo cinese su richiesta. Ha mentito durante un’indagine regolatoria europea su dove fossero archiviati quei dati. Ha un rappresentante del Partito Comunista Cinese nel proprio consiglio di amministrazione.

Tutto questo non è teoria del complotto. È la descrizione di uno strumento progettato per produrre effetti precisi su popolazioni precise, gestito da un’azienda soggetta al controllo di un governo straniero con interessi strategici opposti ai nostri. Ogni volta che un ragazzino replica una challenge violenta vista sul proprio feed, ogni volta che un gruppo di minorenni si organizza per un saccheggio attraverso quella piattaforma, ogni volta che un adolescente occidentale trascorre ore davanti a contenuti progettati per radicalizzarlo e destabilizzarlo, quella piattaforma funziona esattamente come è stata progettata per funzionare.

La domanda che i media italiani continuano a non fare, dopo ogni episodio di violenza legato a TikTok, è questa: fino a quando.