Estonia: la nostra Taiwan? Intervista a Stefano Braghiroli, docente all’Università di Tartu
A Tartu il confine con la Russia non è qualcosa di astratto. Secondo il Financial Times l’Estonia sta spostando la sua brigata principale più vicino alla frontiera nell’ambito di una nuova strategia di “difesa attiva”, mentre Tallinn accusa Mosca di una campagna di sabotaggi contro l’industria europea della difesa.
Ne parliamo con Stefano Braghiroli, professore associato di Studi Europei all’Università di Tartu e direttore del programma di master in “European Studies”, per capire come si muovono l’Estonia e i Baltici, quali sono i rischi reali e cosa lega questo piccolo Stato a Taiwan.
Guido Gargiulo — Lei è italiano e dal 2012 vive e lavora in Estonia: oggi è professore associato di Studi Europei al Johan Skytte Institute of Political Studies dell’Università di Tartu, dove dirige il programma di master in European Studies. Come è arrivato fin lì? E cosa significa, per uno studioso di relazioni UE-Russia, vivere e lavorare così vicino alla Russia in un momento così teso?
Stefano Braghiroli — Tutto è iniziato durante il mio dottorato a Siena in Comparative and European Politics, focalizzato sulla politica comparata e sulle relazioni esterne dell’Unione Europea, in particolare con la Turchia — quando il dibattito sulla sua adesione era ancora vivo — e con la Russia.
Quattordici anni fa ho vinto una borsa di studio gestita dal Consiglio di Ricerca Estone presso il Center for Eu-Russia Studies di Tartu. Ho trovato un contesto accademico di altissimo livello, fortemente internazionalizzato e tra i più dinamici dell’area nordico-baltica, caratterizzato da una struttura organizzativa aperta che favorisce la crescita accademica e da una competenza diretta e approfondita sullo spazio post-sovietico e sulle dinamiche geopolitiche tra la Russia e l’Unione Europea.
Il valore aggiunto di studiare le dinamiche russe da un Paese come l’Estonia risiede innanzitutto nella prossimità geopolitica: per usare una metafora, qui apri la finestra al mattino e quasi vedi la Russia dall’altra parte.
Questa vicinanza permette di comprendere a fondo le minacce strategiche e i processi decisionali di Mosca, ma con un grande vantaggio: osservare il Paese da vicino senza pagare il prezzo di trovarsi fisicamente in Russia.
Il secondo aspetto fondamentale è che trovarsi in Estonia aiuta a de-imperializzare la Russia, smontando la sua narrativa e comprendendo quanto il discorso politico di Mosca sia radicato in una storia e in una pratica di tipo imperiale.
Inoltre, vivere qui significa entrare in contatto diretto con le esperienze – individuali, familiari e nazionali – dei Paesi del “fianco Est”.
È questo che permette di capire perché l’Estonia e i suoi vicini ritengano che il modo corretto di relazionarsi con Mosca non sia l’appeasement o il dialogo a ogni costo, bensì la fermezza. Quello che da una prospettiva occidentale o mediterranea, come quella italiana, può sembrare a volte un approccio rigido o rischioso in termini di escalation, qui rappresenta invece una realtà dettata dalla storia: l’unica via che la Russia riconosce e rispetta.
Guido Gargiulo — L’Estonia ha adottato la “difesa attiva”: secondo il Financial Times, la Prima Brigata si sposta a Jõhvi e a Narva è in costruzione una nuova base, mentre la spesa per la difesa nel 2026 arriva al 5,4% del PIL. Quale messaggio manda a Mosca, di fronte al timore dell’intelligence estone di una provocazione limitata che metta alla prova l’Articolo 5?
Stefano Braghiroli — Il messaggio che emerge dall’Estonia è duplice ed è rivolto contemporaneamente a Mosca e agli alleati occidentali.
Verso la Russia, la posizione è chiara: l’Estonia è consapevole dei rischi che corre e riconosce in Mosca una minaccia non contingente, ma di lungo termine, conscia del fatto che al momento l’unico vero argine all’imperialismo russo sia la resistenza ucraina.
Allo stesso tempo, si considera l’ipotesi che la Russia — trovandosi in una situazione di impasse in Ucraina — possa tentare una provocazione su piccola scala per distrarre l’attenzione dal fronte ucraino, dividere gli alleati e porre la NATO di fronte a un dilemma.
Il vero pericolo oggi non è un conflitto su larga scala: la Russia non ha le risorse per sostenerlo, sa che una guerra diretta con la NATO porterebbe a una sua sconfitta e a conseguenze devastanti per l’umanità.
Lo scenario più plausibile è invece una provocazione limitata — ad esempio l’apparizione di un centinaio di “little green men” (gli «omini verdi» senza insegne) su un’isola del lago Peipsi o in una città di confine come Narva o Värska.
È un tipo di minaccia che l’Estonia è perfettamente in grado di gestire con le proprie forze.
Inoltre, nell’ambito dell’Enhanced Forward Presence della NATO, sul territorio estone sono dislocate truppe alleate, principalmente britanniche e francesi. Qualsiasi azione russa al confine finirebbe inevitabilmente per coinvolgere anche le forze di Parigi e Londra, innescando un effetto escalation che Mosca vuole evitare.
Il secondo messaggio è diretto agli alleati occidentali, in particolare a quelli maggiormente impegnati nel sostegno all’Ucraina e nella difesa del “fianco Est”: per pretendere solidarietà e garanzie di sicurezza, occorre dimostrare nei fatti il proprio impegno.
È questo il motivo per cui l’Estonia investe in difesa una quota del PIL nettamente superiore rispetto alla media dei Paesi occidentali. È un segnale chiaro e pragmatico inviato ai partner: noi stiamo facendo pienamente la nostra parte, dimostrando massima determinazione; a questo punto ci aspettiamo che voi facciate la vostra.
Guido Gargiulo — Come si stanno muovendo l’Estonia e gli altri Stati baltici sul sostegno all’Ucraina e verso la Russia? Sono davvero compatti e ascoltati a Bruxelles, o ci sono sfumature tra Tallinn, Riga e Vilnius?
Stefano Braghiroli —Sulla centralità del sostegno all’Ucraina esiste un consenso sostanziale tra Estonia, Lettonia e Lituania — un orientamento ampiamente condiviso anche dalla Finlandia.
In questi Paesi è chiaramente radicata la convinzione che Kyiv non stia combattendo soltanto per la propria sovranità, ma per la sicurezza e la libertà dell’intera Europa.
L’Ucraina viene vissuta, a tutti gli effetti, come la prima linea di difesa dell’intero continente.
Il peso politico della voce baltica a Bruxelles è cresciuto in modo esponenziale. Prima dell’invasione su larga scala del 2022, i tre Paesi erano considerati modelli virtuosi di transizione democratica e di successo dell’allargamento UE.
Tuttavia, sul dossier russo la loro posizione veniva regolarmente ridimensionata.
Ciò accadeva per due ragioni principali.
1) Il dogma del dialogo e del mercato: l’idea, prevalente in Europa occidentale, che occorresse comunque mantenere aperto il canale diplomatico con Mosca e che le relazioni commerciali potessero ammorbidire i contrasti politici.
2) La percezione di un “trauma storico”: l’esperienza baltica legate all’occupazione sovietica e alle deportazioni veniva spesso derubricata a una sorta di sindrome da stress post-traumatico nazionale — un’eredità storica dolorosa, ma considerata non estendibile alla visione strategica globale dell’Unione.
I fatti del 2022 hanno smentito questa impostazione, spingendo diversi leader europei ad ammettere pubblicamente che si sarebbe dovuto ascoltare prima l’allarme lanciato da Tallinn, Riga e Vilnius.
Sebbene l’Europa occidentale si sia notevolmente riavvicinata alle posizioni del “fianco Est”, rimane una differenza di fondo sulla gestione di lungo periodo della Russia.
Nella prospettiva di Baltici, Polonia e Finlandia, l’unico linguaggio compreso da Mosca è quello della fermezza, della forza e della deterrenza credibile.
Nella prospettiva di parte dell’Europa occidentale, persiste il timore che una pressione eccessiva possa mettere la Russia con le spalle al muro, innescando un’escalation incontrollabile.
Guido Gargiulo — Tallinn accusa Mosca di una campagna di sabotaggi, dall’incendio alla Milrem al reclutamento di civili da parte dei servizi russi. Quanto è concreta la minaccia, cyberattacchi compresi, e ha senso, come sostiene il ministro Tsahkna, smettere di chiamarla “ibrida” e parlare di guerra?
Stefano Braghiroli — La minaccia degli attacchi ibridi in Europa è reale, tangibile e diffusa a tutti i livelli. Dai casi di sabotaggio nei depositi di munizioni agli attacchi cibernetici alle catene logistiche o alle infrastrutture critiche, fino ai droni nello spazio aereo europeo e ai danneggiamenti dei cavi sottomarini, il repertorio delle provocazioni attribuite a Mosca è vastissimo.
Il rischio che questi episodi aumentino di frequenza e di intensità è pressoché scontato. Il vero problema strategico risiede nelle caratteristiche intrinseche della minaccia ibrida.
I tempi dell’attribuzione: tra il momento in cui l’evento si verifica e quello in cui si raccoglie un livello di certezza sufficiente per addebitarlo ufficialmente a un attore statale passa del tempo, creando una finestra d’incertezza.
La credibilità della deterrenza: se non si risponde con fermezza alle prime provocazioni — ad esempio abbattendo immediatamente i droni che violano lo spazio aereo — la mancanza di reazione incentiva ulteriori attacchi a un livello di gravità sempre maggiore.
Per interrompere questa spirale è necessario trovare una modalità di risposta che non trasformi l’azione ibrida in uno scontro militare aperto, ma che al contempo invii a Mosca un segnale inequivocabile.
La risposta non deve essere necessariamente speculare o di tipo cinetico. Di fronte a un atto di sabotaggio o a un’ingerenza ibrida, gli Stati occidentali dovrebbero reagire applicando ritorsioni immediate e punitive sul piano politico ed economico. Ad esempio:
Misure diplomatiche e sanzionatorie: riduzione della presenza diplomatica russa, accelerazione sulla chiusura di enti o reti di influenza legate a Mosca, espulsioni mirate.
Supporto diretto all’Ucraina: adozione del principio di condizionalità per cui a ogni atto ibrido subito in Europa corrisponda un aumento tangibile dell’aiuto militare a Kyiv (come l’invio di forniture d’arma più avanzate o l’innalzamento delle risorse destinate alla difesa ucraina).
Utilizzo degli asset congelati: avanzare con decisione nell’impiego dei beni sovrani russi bloccati in Occidente.
Il dibattito sull’opportunità di definire queste azioni “guerra ibrida” evidenzia un dilemma fondamentale. Quando un attacco provoca vittime o colpisce direttamente infrastrutture e imbarcazioni nelle acque territoriali degli Stati membri com’è accaduto di recente in Romania, la distinzione tra “azione ibrida” e “attacco militare” diventa estremamente labile.
Tuttavia, classificare formalmente un episodio come un atto di guerra aperto costringerebbe l’Alleanza a valutare l’attivazione dell’Articolo 5 della NATO, uno scenario complesso che la diplomazia alleata intende evitare per non rischiare un’escalation incontrollata.
Proprio per non trovarsi di fronte a questa drammatica alternativa, la strada più efficace resta quella della dissuasione proattiva: fare in modo che la Russia sappia in anticipo che ogni ulteriore intensificazione della guerra ibrida si tradurrà in un costo politico ed economico insostenibile.
Guido Gargiulo — Estonia e Taiwan vivono accanto ad una grande potenza percepita come minaccia, rispettivamente Russia e Cina, e sono entrambe bersaglio di cyberattacchi e disinformazione. Ma l’Estonia può contare sull’Articolo 5 della NATO, Taiwan no: dove regge il parallelo tra i due casi e dove si rompe?
Stefano Braghiroli —- Esiste una rilevante analogia geopolitica tra la posizione dell’Estonia (e dei Paesi baltici) e quella di Taiwan. Pur in contesti geografici e storici differenti, entrambe le realtà possono essere definite come “piccoli Stati” che vivono all’ombra di un vicino ingombrante e aggressivo che ne costituisce la minaccia esistenziale primaria: la Russia da un lato, la Cina dall’altro.
Nessuna delle due potenze fa mistero delle proprie ambizioni revisioniste: se Pechino rivendica apertamente Taiwan come parte integrante del proprio territorio, la narrazione del Cremlino considera i Baltici alla stregua di ex colonie destinate prima o poi a rientrare nella propria sfera d’influenza.
Ad accomunare i due scenari vi è stato a lungo anche il principale garante della sicurezza: gli Stati Uniti d’America.
Per i Baltici questo ruolo è integrato nella cornice dell’Alleanza Atlantica, mentre per Taiwan si concretizza attraverso l’architettura di sicurezza bilaterale definita dopo la politica della One China.
In entrambi i contesti, l’incertezza legata agli orientamenti dell’amministrazione Trump ha sollevato forti preoccupazioni sulla tenuta di tali garanzie.
Accanto alle analogie, sussistono tuttavia differenze sostanziali che incidono sui livelli di tutela.
Il riconoscimento della sovranità: l’Estonia è uno Stato pienamente riconosciuto a livello internazionale e membro delle Nazioni Unite e della NATO, il che le garantisce coperture giuridiche e di difesa collettiva precluse a Taiwan dopo le svolte diplomatiche avviate dagli anni Settanta.
Le garanzie di difesa dirette: la responsabilità primaria per la tutela di Taiwan ricade prevalentemente sugli Stati Uniti (con un ruolo europeo limitato e indiretto), mentre la difesa dell’Estonia rientra nel vincolo di solidarietà automatica previsto dall’Articolo 5 della NATO.
Il punto di contatto cruciale tra il fronte baltico e quello indo-pacifico risiede nel valore della deterrenza in Ucraina. L’opportunità per la Cina di tentare un’azione contro Taiwan è direttamente proporzionale alla percezione della fermezza occidentale di fronte all’invasione russa.
Aiutare l’Ucraina è incomparabilmente più semplice rispetto a un’eventuale difesa di Taiwan: Kyiv dispone di una vasta profondità strategica, confini terrestri aperti con i Paesi NATO per i rifornimenti ed è uno Stato sovrano riconosciuto da tutta la comunità internazionale.
Se l’Occidente si dimostrasse incapace di sostenere efficacemente l’Ucraina a costi e rischi logistici nettamente inferiori, risulterebbe del tutto poco credibile agli occhi di Pechino quando afferma di voler difendere lo status quo a Taiwan.
La dirigenza cinese osserva da vicino le titubanze e le divisioni occidentali nei confronti di Mosca: l’apparente debolezza o indecisione nei confronti della Russia finisce per incoraggiare un atteggiamento sempre più assertivo da parte della Cina nel Pacifico.
In quest’ottica, la difesa della sovranità ucraina rappresenta il primo e più efficace strumento di deterrenza preventiva contro un’escalation nell’Indo-Pacifico.
Guido Gargiulo — Guardando ai prossimi anni, qual è il rischio che l’Europa occidentale, e l’Italia in particolare, sottovaluta di più rispetto a quello che si vive in Estonia?
Stefano Braghiroli — Il rischio primario per Paesi geograficamente più distanti dal fronte orientale, come l’Italia, non è quello di un’invasione diretta o dell’arrivo «dei Cosacchi a Roma». Il pericolo reale è la dissoluzione del modello economico, politico e di sicurezza che ha garantito la prosperità e la stabilità del continente a partire dal secondo dopoguerra.
Se l’Ucraina venisse costretta a una resa che premiasse l’aggressore, la minaccia russa si attesterebbe stabilmente ai confini dell’Unione Europea e della NATO. In un simile scenario, un’eventuale provocazione al “fianco Est” senza una risposta ferma e coesa porterebbe al collasso della credibilità delle alleanze sovranazionali.
Per l’Italia, il venir meno della NATO e dell’UE significherebbe trovarsi isolata in un contesto globale aggressivo e multipolare, ridotta a marginale pedina geopolitica e privata delle sue tutele fondamentali — dal mercato unico alla libera circolazione di Schengen.
La prevenzione e il sostegno alla resistenza ucraina non rappresentano dunque un costo fine a sé stesso, ma un investimento strategico per evitare uno scenario catastrofico per le nostre democrazie.
La fase storica attuale presenta tratti di forte vulnerabilità per l’Europa, richiamando la celebre analisi di Mario Draghi secondo cui, per la prima volta nella storia recente, i Paesi europei si trovano «soli insieme».
L’Unione si trova stretta in una morsa geopolitica senza precedenti:
Ad Est, una Russia aggressiva e revisionista che pone una minaccia diretta alla sicurezza continentale.
Ad Ovest, degli Stati Uniti il cui disimpegno o il cui potenziale mutamento di rotta rischiano di incrinare le tradizionali garanzie d’oltre atlantico.
Di fronte alla regressione democratica su scala globale — con dinamiche che ricordano le fragilità istituzionali degli anni Venti e Trenta del Novecento — l’unica via di sopravvivenza per le democrazie liberali risiede nell’unità e nel mettere da parte i sovranismi e gli egoismi nazionali.
Per proteggere l’ordine internazionale basato sulle regole, l’integrazione europea dovrà evolvere verso formule d’alleanza più ampie, estendendosi a quella che si può definire una rete Europe Plus.
L’UE è chiamata ad approfondire la cooperazione politica, economica e di sicurezza con nazioni partner che condividono i medesimi valori democratici e istituzionali e che avvertono analoghe pressioni in termini di sicurezza e geo-politica: Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Giappone, Corea del Sud e Taiwan.
I segnali di riavvicinamento strutturale — dal rinnovato dibattito nel Regno Unito alle discussioni su partenariati speciali tra UE, Canada e Paesi dell’Indo-Pacifico — dimostrano che, fronteggiando minacce esistenziali comuni, la coesione tra le democrazie rappresenterà il vero baricentro geopolitico degli anni a venire.









