E’ stata la mano di…
L’Europa è scossa. Il weekend passato ha riportato la violenza incontrollata nelle piazze del nostro continente, questo è un dato di fatto incontrovertibile.
La Francia in preda al delirio anarchico, Italia e Belgio a ruota, la Spagna in perenne mobilitazione pre-elettorale, la Germania in ebollizione.
Dopo un’estate che intrinsecamente calma gli animi, non potevamo aspettarci un autunno a temperature sociali troppo differenti da quelle percepite oggi.
Troppa la tensione dovuta alle difficoltà che colpiscono al cuore del nostro stile di vita, i rincari dei carburanti, dell’energia, del paniere (ora sono in arrivo gli extracosti insostenibili dei cantieri). Troppo ghiotta la situazione per non essere cavalcata da chi ci è ostile. Gli studenti? Gli operai? Gli autotrasportatori del sud Italia?
Macchè…
Sono solo studenti?
La domanda, guardando in particolar modo alla Francia, sorge spontanea.
Tutto è partito dall’occupazione di un liceo dell’iper-cementificato sud-est di Parigi, il Saint-Exupéry di Créteil, a metà settembre. Gli studenti, seguiti dal corpo docenti, protestavano contro la mancanza di personale, contro gli edifici fatiscenti, contro le classi piccole e sporche. Da quel momento, una frozen ball alimentata dai feed social ha travolto la Francia, da Marsiglia ad Amiens, portando in piazza decine e decine di migliaia di studenti (e non solo).
La viralità è mutata immediatamente in virulenza, contagiando i paesi vicini prima che potessimo finanche riuscire ad accorgercene.
La classica storia infiocchettata e trita di mobilitazione globale e spontanea, sembrerebbe. Ma ad osservarla bene troppe cose non tornano, e troppi particolari lasciano perlomeno straniti.
La potenza e le risorse (sospette) della rete
Molotov, mazze ferrate, arieti da sfondamento, propellenti infiammabili: tecniche da trincea. Tutti mezzi non propri della contestazione ma della guerriglia organizzata. Senza sottovalutare un altro aspetto: la coordinazione delle azioni, le chiamate a raccolta dei manifestanti, l’elasticità dei centri propulsori pur colpiti da migliaia di arresti.
Per quanto organizzati, gli studenti medi e gli universitari non possono raggiungere questa capillarità. E neanche i redivivi gilles jaunes, rispuntati dal cassetto dei ricordi per fomentare gli animi e serrare le fila della contestazione. Con tanto di dominio web collettore prontamente registrato e popolato: https://17octobregiletjaune.net/
E non si può neanche attribuire tutta la responsabilità alle solite frange estremiste infiltrate nei moti disorganizzati. Questi moti sono tutt’altro che disorganizzati, e più che sugli infiltrati bisogna concentrarsi sui manovratori.
Premessa: ad oggi non si sa per certo se si sono verificate interferenze straniere o connivenze interne, in Italia come in Francia, a guidare le proteste; su questo si avrà sicuramente chiarezza tra non molto.
Oggi si possono solo unire alcuni puntini.

Responsabilità politiche, infiltrazione e lotta
Non si può nascondere, in Francia più che in Italia (per ora), una grave responsabilità politica della sinistra mèlenchoniana, appiattita come non mai sulle posizioni extraparlamentari delle bande e dei collettivi.
Nessuna parola di condanna sulle violenze è uscita dalla bocca del leader de “La France Insoumise” Mélenchon, anzi, parole di inneggiamento alla rivoluzione e allo scoppio della rivolta giovanile sono state pronunciate sabato alla testa di un corteo parigino. La sinistra italiana, rincuoriamoci, almeno le violenze le condanna, fermo restando quell’ immancabile “ma vanno capite le proteste” paternalistico, perché certi violenti rimangono sempre “compagni che sbagliano”.
A voler tendere la lente, in Francia si scorge un altro elefante nella stanza. Quella Fratellanza musulmana che, secondo un rapporto di intelligence su cui Macron convocò nel 2025 un Consiglio di Difesa, starebbe stringendo le maglie per sovvertire le istituzioni laiche del paese, con una campagna occulta e raffinata di diffusione seriale dell’islam politico radicale.
L’azione (eterodiretta), secondo la giornalista americana Asra Nomani trova aderenze e ramificazioni facili in un intreccio di almeno 54 organizzazioni di lotta sindacale comunista e rivoluzionaria, legate a doppio filo ad amplificatori mediatici internazionali di tutto il mondo, uniti al grido di “Fight for Our Future, not their wars!”
Chi ne trae benefici
Se non possiamo scoprire ancora chi si cela dietro le proteste, ci è sempre più palese chi ne stia traendo linfa.
A rilanciare sistematicamente i contenuti di distruzione in Europa sono la propaganda russa, dove ai moti è stato dedicato enorme spazio nei tg nazionali con migliaia di bot attivi nella diffusione via web, e la destra americana.
Da un lato la mappa dettagliata delle proteste diffusa entusiasticamente dalla struttura di propaganda Rybar, figlia sopravvissuta della Internet Research Agency di Evgenij Prigožhin. Dall’altro, i moniti contro le strategie migratorie dei governi europei che partono direttamente dal Presidente Trump.
Senza mai dimenticare gli altri due grandi burattini della disinformazione occidentale: la Cina e l’Iran.
Tanti soggetti (molti più di quanti ho elencato) con obiettivi differenti, che possono incontrarsi in un punto spaventosamente e sorprendentemente comune: lo smantellamento di quella che oggi chiamiamo Europa.
E’ evidente che di mani sopra le nostre teste se ne stiano muovendo troppe, e sempre più minacciose. Mani che non portano a guerre dirette; ma asimmetriche e combattute contro cavalli di troia difficilissimi da estirpare dalle nostre società.
Riconosco che la lettura pare difficile e complessa. E non vuole ricondurre le proteste sempre legittime a “manine” presunte, sarebbe fazioso e non veritiero.
Vuole dire semplicemente che oggi siamo deboli, e non possiamo più permetterci di esserlo.
E parlare di disinformazione è la cosa più politica che si possa fare. Noi il 7 novembre a Bologna lo faremo, e non ci fermeremo.









