Il 7 ottobre non è finito
Tre anni dopo il massacro, Israele continua a dover giustificare non soltanto come si difende, ma persino il fatto di esistere. E l’Europa scopre che il suo antisemitismo non era scomparso: aveva soltanto cambiato linguaggio.
Una mattina che non è mai davvero finita
Sono passati tre anni dal 7 ottobre 2023. Tre anni sono abbastanza perché una notizia diventi storia, perché le immagini inizino a confondersi con tutte quelle che abbiamo visto dopo, perché anche qualcosa che sembrava impossibile da dimenticare finisca piano piano nel grande archivio delle guerre lontane.
Eppure per me il 7 ottobre non è mai diventato veramente passato.
Ricordo ancora le immagini dei kibbutz, quelle del Nova Festival, i ragazzi che correvano nel deserto senza sapere dove andare, le famiglie trascinate fuori dalle proprie case. Più di 1.200 persone furono uccise e 251 prese in ostaggio, civili, anziani, ragazzi, bambini. Non erano danni collaterali di un’operazione militare, non erano persone finite accidentalmente in mezzo a uno scontro: erano, in moltissimi casi, l’obiettivo stesso dell’attacco.
Ed è da qui che bisogna partire, perché in questi tre anni abbiamo sviluppato una strana abitudine, quella di cominciare sempre dal paragrafo successivo. Netanyahu, Gaza, gli insediamenti, il 1948, il 1967, la questione palestinese, gli errori israeliani, gli americani. Sono argomenti veri, alcuni importantissimi, ma vengono dopo. Prima c’è stata una mattina nella quale uomini armati hanno attraversato un confine con l’intenzione di entrare nelle case, uccidere famiglie, rapire persone e sparare a ragazzi che stavano ballando.
Non è resistenza uccidere una famiglia nella propria cucina e non è liberazione nazionale inseguire dei ventenni nel deserto per ammazzarli. La storia del conflitto può spiegare moltissime cose, non può trasformare la barbarie nel suo contrario.
E uso apposta questa parola, barbarie, anche se oggi sembra quasi troppo semplice, troppo poco sofisticata. A volte le parole semplici sono quelle giuste.
Perché sono sionista
Forse il 7 ottobre mi ha fatto capire meglio anche un’altra cosa, cioè perché non provo alcun imbarazzo a definirmi sionista.
È una parola che negli ultimi anni è stata deformata fino a diventare quasi un’accusa. “Sionista” viene usato come se descrivesse una qualche ideologia oscura, aggressiva, quasi una colpa da confessare. Io gli attribuisco invece il suo significato più essenziale: credo che il popolo ebraico abbia diritto all’autodeterminazione, ad avere uno Stato e a poter vivere in quello Stato senza dipendere, ancora una volta, dalla buona volontà degli altri.
Questo non significa pensare che Israele abbia sempre ragione, ed è quasi assurdo doverlo precisare. Non significa approvare Benjamin Netanyahu, ogni suo ministro, ogni scelta dell’IDF o qualsiasi politica israeliana. Israele è uno Stato, non una religione, e i suoi governi possono governare bene o male, commettere errori, essere sconfitti alle elezioni e venire criticati esattamente come quelli italiani, francesi o americani.
Ma criticare uno Stato e considerare illegittima la sua stessa esistenza sono due cose diverse, e proprio su questa distinzione in Europa sembriamo avere perso una certa lucidità.
Il sionismo politico moderno nasce molto prima del 1948 e nasce soprattutto da una domanda alla quale noi europei abbiamo dato per secoli risposte piuttosto terribili: dove possono gli ebrei essere veramente al sicuro? I pogrom, le espulsioni, le persecuzioni, le leggi razziali e infine la Shoah hanno dato una risposta che dovrebbe ancora pesarci parecchio.
Per questo trovo abbastanza singolare che sia proprio l’Europa, il continente che per secoli non è riuscito a garantire agli ebrei neppure il diritto elementare di vivere in pace nelle proprie città, a spiegare oggi con tanta leggerezza perché non avrebbero bisogno di uno Stato nel quale difendersi da soli.
Gaza e una parola che manca: Hamas
Naturalmente esiste un popolo palestinese, esistono milioni di persone che non hanno partecipato al 7 ottobre, esiste una sofferenza civile immensa a Gaza e sarebbe disumano fingere il contrario. Ma c’è qualcosa che mi infastidisce profondamente nel modo in cui questa sofferenza viene raccontata in una parte del dibattito occidentale: Hamas sparisce.
Scompaiono i combattenti che operano in mezzo a una delle aree urbane più densamente popolate al mondo, scompaiono i tunnel costruiti sotto il tessuto civile, le armi e le attività militari collocate dentro o vicino a strutture civili, sparisce persino il fatto che le Nazioni Unite abbiano documentato l’uso militare di strutture civili da parte di gruppi armati palestinesi e abbiano riferito numerose segnalazioni sull’uso di civili come scudi umani.
E alla fine resta una rappresentazione quasi surreale della guerra nella quale esistono soltanto Israele e i civili palestinesi, mentre l’organizzazione che ha iniziato questa guerra il 7 ottobre, che combatte Israele e che ha scelto deliberatamente di radicare la propria infrastruttura militare dentro il territorio nel quale vivono quei civili diventa una specie di presenza astratta.
Questo per me è inaccettabile.
Hamas porta una responsabilità enorme per la morte dei civili palestinesi proprio perché ha scelto questo modo di combattere, perché la commistione tra infrastruttura militare e ambiente civile non è un dettaglio marginale della guerra ma una parte della sua strategia. Questo non significa che qualsiasi attacco israeliano diventi automaticamente giusto, né che qualunque decisione presa sul campo sia immune da critica; significa però che non si può raccontare con onestà la morte di civili a Gaza cancellando dalla fotografia chi ha trasformato quartieri, edifici e infrastrutture civili nel terreno della propria guerra.
Non basta mostrare il risultato di un bombardamento e fingere che la storia di quella bomba sia iniziata nel momento in cui un pilota israeliano ha premuto un pulsante.
Israele, dopo il 7 ottobre, aveva non soltanto il diritto ma il dovere di difendersi e di impedire che Hamas potesse mantenere intatta la capacità di ripetere un massacro simile. Questo non vuol dire che in guerra tutto sia consentito, ovviamente, ma una cosa mi sembra altrettanto ovvia e viene detta molto meno: uno Stato non perde il proprio diritto alla difesa perché il nemico che deve combattere sceglie di nascondersi in mezzo ai civili.
Altrimenti avremmo creato un incentivo mostruoso. Più un’organizzazione terroristica utilizza la propria popolazione come protezione della propria infrastruttura militare, più diventa militarmente intoccabile.
Non può funzionare così.
L’antisemitismo ha imparato parole nuove
C’è poi qualcosa che il 7 ottobre ha fatto riemergere con una velocità che sinceramente credevo impossibile.
L’antisemitismo.
Non penso affatto che criticare Israele sia antisemitismo e non penso che manifestare per i palestinesi renda automaticamente antisemiti. Sarebbe una sciocchezza, oltre che un modo molto efficace per svuotare la parola “antisemitismo” del suo significato. Si può contestare duramente il governo israeliano, chiedere un diverso modo di condurre la guerra, opporsi agli insediamenti o sostenere la nascita di uno Stato palestinese senza avere alcuna ostilità verso gli ebrei.
Il problema comincia quando la critica cambia natura, quando all’ebreo di Milano, Londra, Parigi o New York viene chiesto conto delle decisioni del governo di Gerusalemme; quando una sinagoga diventa il luogo sul quale riversare la rabbia per una guerra combattuta a migliaia di chilometri di distanza; quando “sionista” diventa semplicemente un sostituto più elegante, più accettabile nei salotti e soprattutto sui social, della parola che in pubblico non si può più usare.
E soprattutto quando lo Stato ebraico viene sottoposto a una condizione che non applichiamo praticamente a nessun altro Stato del mondo: il referendum permanente sulla sua esistenza.
Possiamo ritenere criminale una decisione del governo russo senza sostenere che la Russia debba essere cancellata dalle mappe. Possiamo considerare spaventoso il regime iraniano senza pensare che il popolo iraniano abbia perso il diritto ad avere un Paese. Possiamo discutere per secoli dei crimini coloniali europei senza concludere che Francia, Belgio o Regno Unito debbano per questo cessare di esistere.
Con Israele invece la discussione torna continuamente lì. Non cosa dovrebbe fare Israele, non chi dovrebbe governarlo, non quali siano i suoi confini o quale accordo possa raggiungere con i palestinesi, ma se alla fine sia stata una buona idea permettere agli ebrei di avere uno Stato.
A me questa domanda, detta così, fa abbastanza impressione.
Anche perché non arriva nel vuoto. Dopo il 7 ottobre le organizzazioni che monitorano l’antisemitismo in Europa hanno registrato aumenti enormi degli episodi segnalati e già prima del massacro la FRA rilevava che una larga maggioranza degli ebrei europei intervistati sentiva di essere ritenuta responsabile delle azioni del governo israeliano.
Ecco, forse dovremmo chiederci perché.
Un bambino israeliano non vale meno
Tre anni dopo il 7 ottobre, essere sionista per me significa quindi una cosa abbastanza semplice, anche se apparentemente è diventata controversa.
Non significa credere che Israele sia perfetto, perché non lo è e non vedo perché dovrebbe esserlo. Non significa credere che ogni guerra combattuta da Israele sia giusta in ogni sua singola azione e certamente non significa pensare che la vita di un bambino israeliano valga più di quella di un bambino palestinese.
Non vale di più.
Ma significa rifiutare con la stessa fermezza l’idea che ne valga meno.
Significa pensare che un israeliano non debba essere obbligato ad accettare razzi sulle proprie città, terroristi nelle proprie case o ostaggi trascinati dentro un tunnel per dimostrare al mondo di essere moralmente superiore. Significa credere che dopo secoli nei quali gli ebrei hanno dovuto affidare la propria sicurezza agli imperi, ai re, ai governi e, troppe volte, all’indifferenza dei propri vicini, esista finalmente un luogo nel quale possono difenderla da soli.
Forse è proprio questo che il sionismo ha cambiato nella storia ebraica. Non la promessa che gli ebrei non sarebbero mai più stati attaccati — il 7 ottobre ha dimostrato tragicamente il contrario — ma la certezza che, quando accade, non sono più costretti ad aspettare che qualcun altro decida se vale la pena salvarli.
Il 7 ottobre 2023 qualcuno ha provato ancora una volta a riportare gli ebrei alla condizione antica di persone che possono essere massacrate nelle proprie case mentre il resto del mondo guarda, commenta, contestualizza e, abbastanza rapidamente, comincia a spiegare perché in fondo la questione è complicata.
Tre anni dopo penso che la risposta debba essere molto meno complicata.
Israele esiste. Ha il diritto di esistere, ha il diritto di difendersi e non deve chiedere scusa per nessuna delle due cose.








