«Se non parlo io che vivo in Europa, chi lo farà?» Intervista alla dissidente russa Anna Koshkina

intervista-anna-kochkina-opposizione-russa — Anna Kochkina con una mela verde davanti a un edificio.
Luca Cadonici
25/09/2026
Frontiere

Cantante lirica e attivista russa residente a Roma, Anna Koshkina racconta la protesta dei cittadini russi all’estero durante le elezioni per la Duma, la paura di esporsi e le difficoltà dell’opposizione alla guerra in Ucraina.

Abbiamo avuto il piacere di intervistare Anna Koshkina dopo le elezioni per il rinnovo della Duma, la camera bassa del Parlamento russo, svoltesi il 20 settembre 2026. Anna vive a Roma da circa dieci anni. È una cantante lirica, ha studiato al Conservatorio Santa Cecilia e fa parte di Ygrò, un’associazione italiana di artisti queer.

Nei giorni del voto ha invitato altri cittadini russi a incontrarsi e a recarsi insieme alle urne. Il loro gesto voleva rendere visibile l’opposizione alla guerra e al governo di Vladimir Putin. Abbiamo parlato con lei di quell’iniziativa, del suo attivismo e del futuro della Russia.

La musica e l’attivismo

Luca Cadonici — Partiamo da te. Come sei arrivata in Italia e di cosa ti occupi?

Anna Koshkina — Mi sono trasferita a Roma circa dieci anni fa. Ho studiato canto al Conservatorio di Santa Cecilia, dove ho completato il triennio e il biennio, laureandomi nel 2023. Sono una cantante lirica e un’attivista LGBTQ+. Faccio parte di Ygrò, un’associazione italiana che si occupa di artisti queer a Roma.

All’inizio della guerra in Ucraina ho cantato insieme a colleghe ucraine in concerti per la pace, anche al Pantheon e al Parlamento italiano. Ho partecipato inoltre a spettacoli e tournée di Jesus Christ Superstar al Teatro Sistina, condividendo il ruolo di Maria Maddalena con una collega ucraina.

Luca Cadonici — Prima tornavi in Russia per vedere la tua famiglia. È cambiato qualcosa da quando hai iniziato a parlare pubblicamente?

Anna Koshkina — I miei genitori vivono ancora lì e prima tornavo ogni tanto. Ora non lo faccio più. Nel gennaio 2026 ho iniziato a parlare su Instagram dei problemi che vedo in Russia. Alcuni video hanno raggiunto milioni di visualizzazioni e, dopo quella visibilità, considero troppo pericoloso rientrare.

Luca Cadonici — Qual è la condizione di chi si espone per i diritti LGBTQ+ in Russia?

Anna Koshkina — Essere un’attivista LGBTQ+ è molto pericoloso. Le restrizioni e il clima di repressione rendono rischioso parlare apertamente. Si colpiscono le persone anche attraverso quello che pubblicano o condividono. Per me, che affronto questi temi pubblicamente, il rischio di tornare è diventato concreto.

La protesta e il simbolo della mela verde

Luca Cadonici — Durante le elezioni volevi organizzare una protesta. Che cosa avevi in mente?

Anna Kochkina — Avrei voluto una manifestazione con bandiere, cartelli e musica. Non era un’iniziativa soltanto a favore di Yabloko: volevamo protestare contro il regime di Putin e contro la guerra. Yabloko era diventato un riferimento perché si dichiarava pacifista e difendeva i diritti umani.

Luca Cadonici — E perché avete portato delle mele verdi?

Anna Kochkina — Yabloko significa «mela» in russo. La mela verde è diventata il simbolo della nostra protesta: un modo per dire che siamo contro Putin e contro la guerra. Una di noi – Natalia, che fa parte dell’associazione Russi per la Libertà e la Democrazia (Russians for Freedom and Democracy) – ha portato le mele e alcuni cartelli, tra cui uno con un’immagine di Magritte e una colomba.

Luca Cadonici — Perché alla fine avete scelto di incontrarvi e andare a votare insieme?

Anna Koshkina — Devi capire che molte persone hanno paura, anche tra i russi che vivono all’estero. Alcuni hanno i genitori in Russia; altri temono conseguenze se parlano apertamente, anche per ciò che pubblicano sui social. C’è chi ha paura di essere indicato come «agente straniero» e di subire restrizioni sui propri beni o sui documenti. Per questo le persone disposte a esporsi sono sempre meno.

Ho scritto su Instagram proponendo un incontro in un bar, seguito dal voto all’ambasciata. Ho precisato che chi non voleva comparire nelle foto o nei video poteva restare fuori dall’inquadratura o farsi riprendere di spalle. Sono venute circa dieci o quindici persone, tutte donne, e siamo andate a votare insieme.

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Il voto e le difficoltà dell’opposizione

Luca Cadonici — Com’era il seggio quando siete arrivate?

Anna Koshkina — Era quasi vuoto. Nel 2024, per le elezioni presidenziali, ricordo invece una lunga fila: avevo aspettato per ore. Questa volta la partecipazione mi è sembrata molto più bassa.

Luca Cadonici — Che cosa rappresenta oggi Yabloko per chi si oppone al governo?

Anna Koshkina — Il suo valore, per noi, va oltre il partito. Era un riferimento per chi si oppone alla guerra, ma molti suoi candidati non potevano più presentarsi attraverso il partito. Alcuni si sono candidati individualmente in determinate regioni. Chi votava dall’estero, però, non poteva scegliere quei candidati: doveva esprimere un voto di lista per la Duma.

Non posso dire come abbiano votato le altre donne del gruppo. L’idea che ci univa era opporci a Russia Unita. Per molti di noi, però, quella sulla scheda era una scelta senza una vera alternativa.

Luca Cadonici — È ancora possibile costruire una piattaforma comune dell’opposizione russa?

Anna Koshkina — È difficile. In Russia esporsi comporta dei rischi; molti oppositori sono stati arrestati, altri vivono all’estero, sparsi in Paesi diversi. Anche per questo è complicato organizzarsi e trovare una voce comune.

Luca Cadonici — Che cosa possono fare, concretamente, i russi che vivono fuori dal Paese?

Anna Koshkina — Parlare apertamente. Io vivo in Italia e qui mi sento più protetta di chi vive in Russia. Capisco perché molte persone nel mio Paese tacciano: hanno paura delle conseguenze. Proprio per questo sento il dovere di dire ad alta voce che sono contro la guerra e contro Putin. Se non lo faccio io, che vivo in Europa, chi lo farà?

La guerra in Ucraina e il futuro della Russia

Luca Cadonici — Dall’Europa è difficile capire che cosa pensino i russi della guerra in Ucraina. Qual è la tua impressione?

Anna Koshkina — Non esiste una risposta unica. Ci sono persone contrarie alla guerra che sono fuggite o che hanno paura di dirlo. Ci sono anche persone che la vedono come un’opportunità economica: nelle zone più povere, il denaro promesso a chi si arruola può apparire enorme rispetto a ciò che si guadagna normalmente.

Poi c’è la propaganda. Vengono ripetuti messaggi secondo cui l’Europa e la NATO vorrebbero distruggere la Russia. Le persone LGBTQ+ sono usate come bersaglio per alimentare la paura. Sono racconti assurdi, ma vengono diffusi continuamente e c’è chi finisce per crederci.

Luca Cadonici — Riesci a immaginare una Russia pluralista e democratica?

Anna Koshkina — Vorrei immaginarla, ma non credo che basti sostituire Putin. Il problema riguarda anche le persone che lo circondano, la corruzione e il sistema che hanno costruito. Negli ultimi dieci anni ho visto peggiorare molto la situazione. Una transizione democratica, secondo me, richiederà tempo, forse generazioni. Non so se riuscirò a vederla.

Luca Cadonici — Che cosa vorresti chiedere a chi vive in Europa?

Anna Koshkina — Di ascoltarci e di parlarne. Vorrei che le persone sapessero che non tutti i russi sostengono la guerra. E vorrei che conoscessero anche gli altri problemi del Paese: la repressione, l’omofobia, la violenza contro le donne. Dare voce a chi si oppone è già un modo per cominciare.