Mladic è morto. Ma in Serbia c’è chi ancora lo rimpiange

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Crescenzo Garofalo
28/08/2026
Frontiere

Ratko Mladic, generale serbo in pensione, è deceduto in un ospedale dell’Aia dopo quindici anni di reclusione per crimini contro l’umanità.

Dietro di sé lascia un’eredità assai più divisiva di quanto le sentenze giudiziarie potrebbero suggerire ai lettori con poca dimestichezza delle vicende balcaniche.

Nelle ore appena trascorse dall’annuncio non si sono fatte attendere le lodi al defunto da alcune tra le più alte cariche della Serbia e tutto suggerisce che nei prossimi giorni, fino al funerale, assisteremo a un crescendo di omaggi per in particolare nella Republika Srpska, l’entità statuale bosniaca di cui Mladic fu il massimo capo di stato militare durante la guerra civile che dilaniò l’area più etnicamente mista della morente Jugoslavia e mise l’una contro l’altra famiglie e comunità che avevano convissuto per quasi cinquant’anni in concordia.

Insieme a Radovan Karadicz, il presidente della Republika che gli era superiore per ruolo ma non per carisma, Mladic per tre violentissimi anni dal 1992 al 1995 mise la sua firma su innumerevoli crimini di guerra e atti di pulizia etnica volti a forgiare una Bosnia a predominanza serba ai danni di croati e in particolare dei bosniaci musulmani (i “turchi”, come chiamati dispregiativamente dai nazionalisti serbi che li ritenevano discendenti degli invasori ottomani).

Il culmine di un odio secolare (che il comunismo titino, con i suoi principi ferrei di laicità e uguaglianza razziale, sembrava aver risolto e in realtà aveva solo narcotizzato) fu raggiunto nella cittadina di Srebrenica, dove circa ottomila bosniaci furono divisi dalle loro mogli, madri e figli e condotti nelle foreste adiacenti per essere barbaramente trucidati.

Il massacro di Srebrenica è stato definitivamente classificato come genocidio dalla Corte Internazionale di Giustizia nel 2007, ma la comunità serba è ancora divisa al suo interno.
Milorad Dodik, l’attuale uomo forte della Republika Srpska, ha reiteratamente rigettato quel riconoscimento, come la stragrande maggioranza dei serbi che ancora ricordano con affetto la figura di Mladic.
Per molti di loro egli rimane il patriota dal sorriso giocondo che li ha tutelati durante il disfacimento del sistema in cui erano cresciuti, il generale che aveva a cuore la dignità del popolo che serviva.

“Sei diventato caro alla tua gente, hai difeso la nostra porta di casa” recita una canzone del soldato-cantautore Rodoljub “Roki” Vulovic assai popolare negli anni ’90.
Lo stesso Mladic che durante l’assedio di Sarajevo in una conversazione radio riportata al suo processo indicava di bombardare incessantemente i quartieri di Velešići e Pofalići perché “là non ci sono molti serbi”.
Lo stesso Mladic che sabotò apertamente il piano di pace delle Nazioni Unite e della Comunità europea inizialmente sottoscritto dalle tre parti coinvolte che avrebbe potuto portare alla creazione di uno stato federale bosniaco, e in questo modo consentì che la guerra fagocitasse altre decine di migliaia di connazionali.

Ratko Mladic era egli stesso frutto di un odio etnico che ne ha segnato tanto il passato quanto il futuro.

Mentre suo padre partigiano era stato ucciso dai fascisti croati durante la Seconda Guerra Mondiale, sua figlia finì suicida con la pistola del genitore, a quanto pare per la vergogna provocata dai suoi crimini.
La tragedia di Ana Mladic è stata poi ripercorsa in maniera fittizia da Clara Usòn nell’incensato “La figlia”, forse uno dei più grotteschi e riusciti manifesti anti-nazionalisti della letteratura contemporanea.

Eppure, a dispetto delle sue contraddizioni e della sua brutalità, il boia Ratko resta un simbolo per la Serbia.
E un promemoria di come spesso neanche la verità delle carte, delle testimonianze e dei filmati riesca a penetrare facilmente nelle società segnate dallo sciovinismo post-bellico fino a quando esse non faranno spazio alle nuove generazioni maggiormente capaci di staccarsi dalle narrazioni ancestrali.

La strada risulta ancora lunga.