Manila insegna: rispondere a Pechino si può, anche in diretta mondiale

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Guido Gargiulo
09/09/2026
Frontiere

A Seoul, durante un forum internazionale sulla sicurezza, un funzionario cinese ha fatto recapitare al ministro della Difesa filippino Gilberto Teodoro un bigliettino con la posizione ufficiale di Pechino sul Mar Cinese Meridionale.
Teodoro lo ha letto ad alta voce, lo ha smontato pezzo per pezzo, e ha ottenuto una standing ovation.

L’accaduto


Martedì 8 settembre, nel mezzo del Seoul Defense Dialogue 2026, uno dei forum sulla sicurezza più seguiti dell’Asia-Pacifico, il segretario alla Difesa filippino Gilberto “Gibo” Teodoro Jr. sta rispondendo ad una domanda sulle tattiche di coercizione in zona grigia nel Mar Cinese Meridionale.
Un uomo in giacca sportiva bianca si avvicina alle sue spalle, posa un foglio sul tavolo e corre via. Teodoro si interrompe: “Ho qui una nota. Credo sia della Cina.”

Il testo, letto ad alta voce davanti alla platea, ripete la linea ufficiale di Pechino: l’arbitrato internazionale del 2016 sul Mar Cinese Meridionale avrebbe violato i “principi fondamentali del diritto internazionale”, e la Cina lo respinge in blocco.

Teodoro non lascia passare neanche un secondo. Alza il foglio, lo mostra alla sala, e lo bolla come la prova plastica di una posizione “disperata e inefficace”.
Poi affonda: “Forse è proprio la decenza di base, il comportamento civile, ciò di cui la Cina ha bisogno.”
Applauso.
“Questa non è più una questione di zona grigia. Questa è coercizione vera, prepotenza, aggressione.”

Non si ferma qui. Teodoro fa notare che consegnare un bigliettino del genere, a un ministro che sta rispondendo a una domanda sul palco, durante un forum ospitato dalla Corea del Sud, è un affronto che va ben oltre lui: “Se questa è la posizione cinese inviatami in questo modo, non solo calpesta il diritto internazionale, gettando l’UNCLOS (Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare) a terra e trascinandolo nel fango — ma manca anche del rispetto elementare dovuto ai nostri generosissimi ospiti, la Repubblica di Corea, e a tutto il pubblico qui presente.”

È il passaggio che scatena l’ovazione più lunga della serata: un funzionario straniero che difende, prima ancora della propria causa nazionale, il rispetto dovuto al Paese che ospita l’incontro.

Chiude rivolgendosi, con un misto di ironia e disprezzo, a chi gli ha recapitato il foglio — un assistente o addetto militare cinese a Seoul, secondo le ricostruzioni: “Hai reso un grande servizio al tuo Paese. Grazie, e spero che tu non finisca in un gulag per questo.”

Una storia che va oltre un semplice pomeriggio a Seoul


Chi segue le vicende del Mar Cinese Meridionale sa che quello di Seoul non è stato un episodio isolato, ma l’ultimo capitolo di uno scontro personale e istituzionale che va avanti da tempo.

A giugno la Cina ha imposto sanzioni dirette contro Teodoro, sua moglie e suo figlio — primo membro in carica del gabinetto Marcos ad essere colpito in questo modo — dopo che il ministro aveva definito Pechino una “minaccia severa” per l’integrità territoriale e politica delle Filippine. Teodoro, per tutta risposta, ha definito la Cina “wicked”, ovvero, malvagia.

Ad agosto lo scontro si è riacceso in maniera molto forte, quando la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, prima, e il portavoce Guo Jiakun poi, hanno accusato Teodoro di “attaccare e diffamare sistematicamente” la Cina, sostenendo che le sue dichiarazioni danneggiano non solo le relazioni bilaterali ma “gli interessi stessi dello Stato e del popolo filippino” — un modo elegante per insinuare che Teodoro remi contro l’interesse nazionale del proprio Paese. Teodoro ha risposto bollando l’accusa come “tattica del calamaro”, disinformazione attraverso l’evasione, e ha definito le azioni cinesi contro cittadini filippini “pura e semplice estorsione e ricatto”.

Non è la prima volta che Teodoro smonta pubblicamente la propaganda cinese davanti a una platea internazionale. Al Shangri-La Dialogue di Singapore, nel giugno 2025, rispondendo a due colonnelli dell’Università Nazionale di Difesa cinese che gli chiedevano se le Filippine stessero agendo come “proxy” di potenze esterne, aprì la sua replica ringraziandoli “per le tirate propagandistiche travestite da domande” — tra le risate e gli applausi della sala.

Come Pechino prova a screditarlo e perché il bersaglio vero è Marcos


Il punto più interessante, per chi guarda da fuori, è capire perché la Cina investa così tanta energia, retorica e risorse su di un singolo ministro della Difesa di un Paese di 115 milioni di abitanti.

La risposta è semplice: colpire Teodoro è un modo per colpire, indirettamente, l’intera amministrazione Marcos, che dal 2022 ha abbandonato la linea accomodante del predecessore Duterte per riallinearsi con Washington, Tokyo e Canberra sulla difesa del diritto internazionale nel Mar Cinese Meridionale.

La strategia cinese di delegittimazione segue uno schema riconoscibile: dipingere Teodoro come un elemento ossessivo, “anti-Cina per partito preso”, capace di trascinare l’intero Paese in una postura irrazionalmente ostile che danneggerebbe gli interessi economici filippini.

È lo stesso canovaccio usato contro chiunque, in Asia sud-orientale, scelga di non allinearsi silenziosamente a Pechino: prima si offre aiuto e cordialità pubblica — la Cina ha donato oltre 2,4 milioni di dollari alle Filippine dopo i tifoni Tino e Uwan dello scorso autunno — poi si isola chi resiste, dipingendolo come l’ostacolo personale ad una relazione altrimenti armoniosa.

Lo stesso presidente Marcos, dal canto suo, ha definito “per nulla utili” le sanzioni contro il suo ministro, senza però mai smentirne la linea né distanziarsene politicamente: un dettaglio che dimostra come l’attacco a Teodoro non abbia sortito l’effetto sperato di spaccare il fronte interno filippino.

Questa storia riguarda anche l’Europa


C’è una lezione, in tutto questo, che va oltre Manila e Seoul.

Le Filippine sono un Paese enormemente più piccolo ed economicamente più fragile della Cina, eppure hanno scelto, attraverso la voce di un singolo ministro ed in un singolo pomeriggio a Seoul, di non abbassare la testa davanti a un bigliettino di propaganda recapitato in diretta.

Non hanno derubricato l’episodio a incidente da ignorare.
Lo hanno affrontato, in pubblico, con “nome e cognome”, davanti ad una folta platea internazionale, e ne sono usciti in standing ovation.

È esattamente la lezione che l’Europa, troppo spesso, fatica ad imparare.
Quando si tratta di rispondere a Pechino — sulle rivendicazioni territoriali, sulla disinformazione di Stato, sulle pressioni economiche mascherate da cortesia diplomatica — il continente culla della democrazia e del diritto internazionale finisce quasi sempre per scegliere la prudenza, il linguaggio smussato, il classico “non vogliamo escalation”.

Le Filippine, che di quella pressione subiscono ogni settimana le conseguenze più dirette e concrete — navi speronate, militari feriti a bastonate, secche annesse con la forza — ci mostrano che si può rispondere con fermezza senza precipitare nel conflitto.

Pechino non è il padrone del mondo.

Le Filippine lo hanno detto ad alta voce, in una sala piena, e sono state applaudite.
Forse è ora che anche l’Europa impari a farlo o quantomeno abbia il coraggio di agire in tal modo.