La scuola italiana prepara i cittadini del futuro o del passato?
L’istruzione scolastica ha il compito di educare i giovani. Lo fa per due scopi principali: garantire loro le capacità tecniche e intellettuali necessarie per trovare un lavoro e, soprattutto, crescere una generazione di cittadini attivi. Questi ultimi necessitano, per essere tali, di conoscere il mondo in cui vivono, i fenomeni che l’hanno reso tale, le principali correnti di pensiero recenti, come è cambiato il modo di vedere il mondo e le istituzioni che lo governano.
L’istruzione scolastica, invece, non spiega agli alunni il mondo in cui vivono, ma quello dei loro nonni. Ciò avviene poiché i programmi scolastici reali, ossia quelli effettivamente svolti, sono fermi alla metà del Novecento.
I dati del sondaggio di Skuola.net sulla maturità 2026 lo dimostrano: il 41% delle classi si è fermato alla Seconda guerra mondiale, il 10% al periodo tra le due guerre e il 3% addirittura alla Prima guerra mondiale. I dati segnalano inoltre una tendenza negativa: infatti, nel 2026 solo il 22% è riuscito a completare il programma, contro il 37% del 2025.
Anche per la letteratura italiana si ha lo stesso fenomeno: il 23%, contro il 28% del 2025, completa il programma, mentre il 42% si è fermato agli autori del primo Novecento e il 2% non ha superato l’Ottocento. Le altre materie umanistiche seguono lo stesso corso.
La maggior parte degli studenti italiani, dunque, studia fenomeni più adatti a comprendere il mondo dei propri trisnonni che il proprio.
I dati non mostrano solo un sistema incapace di fornire gli strumenti adatti alla comprensione del mondo attuale, ma anche un sistema che non riesce a completare gli obiettivi e i programmi posti da esso stesso.
Ciò è riconducibile a due fattori.
I programmi nominali dell’ultimo anno si estendono sempre di più, mentre quelli degli anni precedenti rimangono immutati. Si aumenta così la mole di studio esclusivamente in un anno, scatenando di conseguenza una lotta contro il tempo per terminare quanto prefissato, lotta che viene, tra l’altro, persa.
Il secondo fattore è l’atteggiamento degli insegnanti, i quali tendono a proporre, nel corso della loro carriera, lo stesso programma, anche a distanza di decenni, aumentando il divario tra programma reale e nominale. Ma ciò è una diretta conseguenza della cattiva organizzazione della scuola italiana: il Ministero preferisce scaricare sui docenti l’onere di strutturare i programmi, oggi chiamati formalmente Indicazioni Nazionali, piuttosto che realizzare una seria riforma.
Le riforme
Di riforme ne sono state fatte negli ultimi anni. Ad esempio, è stata introdotta l’educazione civica. La riforma ha, come riportato dalle linee guida ministeriali, il fine di sviluppare «la conoscenza e la comprensione delle strutture e dei profili sociali, economici, giuridici, civici e ambientali della società», ossia fornire agli studenti gli strumenti per comprendere il loro mondo.
La riforma prevede 33 ore annue e, citando le direttive ministeriali, «l’insegnamento è affidato ai docenti delle discipline giuridiche ed economiche, se disponibili nell’ambito dell’organico dell’autonomia. In caso contrario, in analogia a quanto previsto per il primo ciclo, l’insegnamento è affidato in contitolarità ai docenti del consiglio di classe».
Ciò fa sì che, nei casi di contitolarità, i docenti, che già non terminano i loro programmi, debbano farsi carico di un’ulteriore mole di lavoro. Quello che ai vertici ministeriali appariva come un gol al novantesimo si rivela un autogol.

L’effetto sugli studenti
Un alunno di quinta superiore si trova a dover leggere il mondo contemporaneo attraverso le opere di Kandinskij, il Manifesto di Marx, le poesie di D’Annunzio, le correnti politiche del primo dopoguerra… Non sono questi i mezzi adatti per comprendere il suo mondo.
Ciò comporta che un diciottenne, basandosi sugli strumenti scolastici, difficilmente avrà le capacità per trovare una propria direzione nel mondo in cui vive. Quando si tratterà, quindi, di votare, sarà facilmente manipolabile, specie dai partiti populisti. Questi ultimi, come dimostrano i dati CISE del 2022, raccolgono più consenso tra le fasce meno istruite e hanno, allo stesso tempo, un’alta presenza di giovani.
Non c’è da stupirsi, dopotutto, che un giovane privo degli strumenti già menzionati affidi il proprio voto ai propri sentimenti: bonus economici, immigrazione, tradizione, finto pacifismo, ecc. possono diventare elementi di forte attrazione.
Un altro fenomeno legato alla mancanza degli strumenti di comprensione è l’astensionismo. L’indagine del Consiglio Nazionale dei Giovani condotta con l’Istituto Piepoli rileva che nel 2024 solo il 47% dei giovani era propenso a votare.
E l’Europa, in tutto ciò?
Se si provasse a chiedere a un maturando che cosa si festeggia il 25 aprile, risponderebbe: la Liberazione dal nazifascismo (auspicabilmente). Se si provasse a fare lo stesso con il 2 giugno, risponderebbe: la nascita della Repubblica. I più attenti in classe si ricorderanno anche del 17 marzo, festa dell’Unità d’Italia, del 4 luglio americano e del 14 luglio, presa della Bastiglia.
Ma se si provasse a chiedere allo stesso maturando che cosa si festeggia il 9 maggio, non saprebbe rispondere. Anche aggiungendo l’anno 1950, il risultato non sarebbe diverso. Eppure il 9 maggio è la Festa dell’Europa. Certo, non è un giorno rosso sul calendario, ma ciò non cambia l’importanza che questa data ha.
Questa mancanza deriva dai programmi reali precedentemente menzionati: dell’UE non si parla sui banchi scolastici o, meglio, se ne parla solo in termini di Erasmus+, oltre 9.700 progetti attivati in dieci anni, o di fondi da spendere.
Come risultato, i diplomati non hanno la reale consapevolezza di cosa sia l’Unione Europea, di quali siano i suoi organi e di quale sia la sua influenza sulle loro stesse vite.
Un cittadino italiano, in quanto cittadino dell’UE, deve avere la possibilità di studiare fin dalla scuola dell’obbligo il percorso di integrazione europea, le idee che hanno portato alla sua nascita e gli effetti che l’Europa ha avuto nella nostra storia e che continua ad avere.
La necessità di una riforma
Il sistema necessita di un cambiamento. Una buona riforma deve agire in primis sulle Indicazioni Nazionali alias programmi, distribuendo i periodi storici studiati in modo diverso, aumentando il focus del quinto anno sull’epoca contemporanea più recente, dal primo dopoguerra a oggi, e suddividendo le epoche restanti negli altri quattro anni.
Naturalmente, ciò vorrà dire diminuire la mole di studio degli altri argomenti; d’altronde, questo è un procedimento necessario che si presenta in ogni epoca storica ed è impossibile fare altrimenti.
La ridistribuzione deve valere per tutte le discipline umanistiche, seguendo il principio di interdisciplinarità, già in uso nel nostro sistema.
La riforma deve inserire anche l’Europa, introducendo nelle varie discipline, congruamente alla materia, riferimenti all’UE, ossia ai suoi pensatori, alla sua storia e alle sue istituzioni.
Guardare al futuro insegnando il recente passato più che il passato remoto è una ricetta, non la panacea a tutti i mali. Certamente, un primo passo necessario per curare la nostra scuola acciaccata, ovvero l’Italia di domani.











