Il compagno e il sovranista, separati alla nascita
Dai salotti accademici ai comizi di piazza: la bizzarra alleanza tra l’intellighenzia nostalgica e il populismo sovranista
Si detestano, si insultano e giurano di non avere nulla in comune. Poi arrivano Putin, l’Europa, la guerra e la modernità. E, misteriosamente, cominciano a parlare la stessa lingua.
C’è qualcosa di commovente nel vedere certi intellettuali della sinistra più stagionata e certi sovranisti della destra più rumorosa litigare.
Si detestano con metodo. Il primo dà del fascista al secondo. Il secondo dà del comunista al primo.
Uno frequenta i salotti televisivi e le cattedre universitarie per pontificare sulla complessità. L’altro arringa le piazze e i social contro le élite. Uno cita Gramsci, l’altro la Patria.
Poi compare Putin e, come per magia, si ritrovano seduti allo stesso tavolo. Naturalmente per ragioni opposte — il modo più elegante per viaggiare insieme senza dover ammettere di condividere lo stesso vagone.
Parliamo di una provincia culturale della sinistra italiana, spesso accademica, rimasta sentimentalmente domiciliata nel Novecento; e di una componente sovranista che considera la complessità una macchinazione e il pluralismo un fastidio. Mondi apparentemente siderali, accumunati da un’unica, disperata passione: la nostalgia dell’ordine.
Il professore e il Capo
Il professore nostalgico e il sovranista hanno lo stesso problema con la società contemporanea: è troppo disordinata.
La gente cambia mestiere, identità e opinione. Le decisioni si negoziano tra Stati, tribunali, mercati, parlamenti e istituzioni sovranazionali. Nessuno comanda davvero da solo. Una tragedia.
Per l’intellettuale di sinistra c’era un tempo in cui la Storia aveva una direzione, i “saggi” il compito di spiegarla e il popolo quello di obbedire. Per il sovranista c’era un tempo in cui lo Stato decideva, la frontiera divideva e qualcuno, con voce baritonale, comandava. Cambiano le fotografie sul comodino, ma il comodino resta lo stesso.
Entrambi diffidano di ciò che non può essere controllato da un centro autocratico. Siccome la realtà si ostina a non collaborare con i loro schemi, la accusano di essere decadente.
Mosca, capitale della nostalgia
È qui che la Russia di Putin diventa il loro teatro ideale.
Per gli orfani del Novecento, Mosca conserva ancora un residuo, incomprensibile profumo di alternativa all’Occidente.
È un prodigio dell’amnesia: scambiano un regime ultranazionalista e reazionario per una succursale della vecchia causa anti-imperialista, pur di non ammettere che il loro modello si è sbriciolato da un pezzo.
Dall’altra parte, il populista sovranista non ha bisogno di scavare nella memoria. A lui la Russia piace per quello che è oggi: Stato forte, leader eterno, esercito in parata e zero pazienza per le “debolezze” liberali.
Gli itinerari ideologici sono opposti, ma la stazione d’arrivo è identica. Da una parte l’intellettuale da salotto, dall’altra il generale da caserma o il politico di pancia: entrambi affascinati dalla verticale del potere.
La pace come scusa per la resa
Poi arriva la guerra, ed entra in scena la parola più comoda del vocabolario contemporaneo: Pace.
Nessuno osa dirsi contrario. Il problema è che per questi strani compagni di viaggio la pace non è un processo politico, ma un alibi morale.
Invocare il “blocco delle armi” e la “fine del conflitto” senza distinguere tra invaso e invasore significa teorizzare la resa altrui dal comfort del proprio divano. È un pacifismo televisivo e a basso costo, che consiste nel chiedere moderazione sempre e solo a chi subisce l’aggressione, per evitare che l’aggressore si innervosisca.
Applicata alla vita quotidiana, sarebbe una teoria morale grottesca: “Signora, suo marito la picchia, ma lei eviti di provocarlo”. Oppure: “Le hanno occupato casa? Cerchi di non esasperare l’occupante”.
I nemici gemelli della democrazia
Il punto non è stabilire che destra e sinistra siano la stessa cosa. Il punto è che due culture politiche apparentemente nemiche hanno sviluppato la stessa allergia alla democrazia liberale.
L’intellettuale nostalgico sogna una Storia con la maiuscola dove lui fa da guida morale. Il sovranista sogna una Nazione con la maiuscola dove un uomo forte mette tutti in riga.
Entrambi disprezzano le fatiche del mondo aperto: i compromessi, i trattati, le alleanze, la sovranità dei popoli.
La democrazia, del resto, ha questo grave difetto: non marcia. Discute.
E mentre la tecnologia viaggia nel futuro, la nostra discussione politica continua ad alimentarsi con le categorie del 1956. Sono cambiate le piattaforme, ma certi ragionamenti funzionano ancora a gettone.








