Chi ha più potere deve risponderne di più: forza e responsabilità da Hegel a papa Leone
Il confronto sulla Magnifica Humanitas di Leone XIV sta continuando ad assumere forme insolite e salutari.
Il 17 agosto Giovanni Orsina, storico della politica e professore ordinario alla Luiss, ha pubblicato sul Foglio un saggio accusando l’enciclica di rischiare una «morale senza politica»: fini altissimi, ma scarsa attenzione alla coercizione, senza la quale il potere, sostiene, non può governare davvero.
Il 23 agosto Andrea Cavallini, sacerdote romano, studioso del pensiero tardoantico e medievale e docente alla Pontificia Università Gregoriana, gli ha risposto sulla newsletter Appunti, contestando proprio l’identificazione fra potere e capacità di costringere e richiamando la tradizione che da san Tommaso d’Aquino passa per Vitoria, Bellarmino e Suárez.
Il dissenso può forse essere spostato a monte.
Prima di domandarci quale forza sia legittima, dobbiamo riconoscere un dato elementare e misterioso: le forze non sono distribuite in modo eguale. Individui, popoli, Stati, imprese dispongono di capacità diversissime di incidere sulla vita altrui. Il credente può interrogarsi sul perché una creazione buona presenti asimmetrie tanto radicali; il laico le ricondurrà alla natura, alla storia, al caso, ai rapporti economici. Ma il fatto resta. La politica nasce quando questa diseguaglianza diventa una domanda di responsabilità.
Hegel aiuta a precisarla, purché lo si sottragga a un posticcio hegelismo deterministico che del resto gli era estraneo.
Nella Fenomenologia dello spirito scrive che «innocente è soltanto il non agire, come l’essere di una pietra, neppure quello di un bambino»; nelle Lezioni sulla filosofia della religione formula il punto ancora più nettamente: Schuld heißt überhaupt Imputabilität, colpa significa in generale imputabilità.
L’innocenza naturale non è ancora il bene umano, perché il bene dell’uomo deve passare attraverso volontà, scelta e azione.
La colpa, prima ancora della condanna, indica dunque che qualcosa può essermi imputato: è il prezzo e insieme la dignità della libertà.
Il percorso hegeliano non termina però nell’accusa reciproca, ma nella riconciliazione delle coscienze. Non è lontano, per questa via, dal Dostoevskij dello starec Zosima, per il quale ciascuno è colpevole, cioè responsabile, «per tutti e per tutto».
Anche la celebre metafora della nottola di Minerva va letta così.
Il filosofo prende il volo al tramonto perché comprende una forma storica quando essa ha acquistato consistenza, non perché il fatto compiuto diventi per ciò stesso giusto o necessario.
Bodin pensò la concentrazione della forza nello Stato sovrano mentre essa si affermava nell’Europa moderna. Oggi il tramonto mostra altro: una quota crescente di potere è nelle piattaforme, nei monopoli digitali, nei dati, negli algoritmi, nell’intelligenza artificiale e in tecnologie che hanno ormai anche impieghi militari.
Il potere non è scomparso: si è spostato.
Qui san Paolo può parlare anche a chi non crede, senza forzature esegetiche.
Non est potestas nisi a Deo, scrive nella Lettera ai Romani: non c’è autorità se non da Dio. Paolo pensa alle autorità politiche del suo tempo, non alle multinazionali. Ma il principio può essere tradotto così: nessun potere è moralmente autosufficiente.
Il credente dirà che chi può di più risponde di più davanti a Dio; il laico che ogni maggiore potere accresce la responsabilità davanti alla coscienza e agli altri. La forza è un fatto; il diritto di usarla non deriva dal fatto stesso.
A fare una metafisica del molteplice e del conflitto il potere può pensato, nella sua dimensione ideale, come la possibilità di donare la libertà agli altri. È una trasfigurazione dell’antica figura verticale del signore: il conquistatore che, dopo aver assoggettato, poteva concedere franchigie o restituire libertà. La forma più alta del potere non consiste allora nel trattenere libertà ma nel produrla. Una concezione interpersonale deve tuttavia andare oltre il gesto del potente che concede.
Paolo Pagani, professore ordinario di Filosofia morale a Ca’ Foscari, in Appunti su coscienza e relazione legge la dialettica hegeliana di signoria e servitù come patologia di una relazione asimmetrica e arriva, attraverso riconoscimento reciproco e Regola d’oro (Mt 7, 12), a una formula più radicale: «la mia libertà incomincia dove incomincia la libertà altrui».
La libertà dell’altro non è soltanto un confine alla mia: può diventare condizione positiva della mia stessa libertà.
Ma come si riequilibrano davvero le forze?
Le costituzioni, le leggi antitrust, i controlli e le autorità indipendenti sono indispensabili; non bastano. La politica comincia quando esistono persone che desiderano farla e riescono a rendere altri consapevoli del potere che li condiziona, dei rischi che corrono e delle possibilità concrete di reagire. Ogni riequilibrio storico ha avuto bisogno di minoranze responsabili: il giusto del primo libro della Repubblica di Platone, che governa non per il proprio vantaggio ma per quello dei governati; l’intellettuale gramsciano che organizza coscienza; il «resto» della tradizione biblica; il laico del Vaticano II, chiamato a operare nel mondo dall’interno, «a modo di fermento».
Tradizioni diverse, ma una stessa intuizione: vedere più degli altri uno squilibrio non fonda un privilegio, crea un dovere. Platone, proprio nel primo libro della Repubblica, sostiene che il vero governante cerca il vantaggio del governato; la Lumen gentium affida ai laici il compito di trasformare il mondo dall’interno come fermento.
Questo è particolarmente urgente nel digitale. Non basta imporre regole alle Big Tech se intanto si impoveriscono i luoghi nei quali le persone imparano a stare insieme, discutere, fidarsi, dissentire e organizzarsi. La risposta al potere digitale deve essere anche una ricostruzione della socialità: scuola, associazioni, partiti, comunità locali, informazione, spazi reali di confronto. Le regole limitano il potere; la politica forma soggetti capaci di limitarlo.
Forse è qui che Orsina e Cavallini possono incontrarsi.
Orsina ha ragione: senza forza non si governa.
Cavallini ha ragione: la forza non crea da sé il proprio diritto.
Il passo ulteriore è comprendere che la democrazia non elimina l’asimmetria delle forze; la rende continuamente responsabile.
Al tramonto il pensiero deve capire dove il potere si è spostato. Il giorno dopo, però, bisogna tornare a fare politica.








