L’AfD sta per vincere in Sassonia. Brrr, che paura
Nota: questo articolo rappresenta solo il punto di vista del suo autore.
La Sassonia-Anhalt è una regione orientale della Germania, patria di Lutero e di Händel. Ha circa due milioni di abitanti.
Stasera, con ogni probabilità, scopriremo che nelle elezioni per il Landtag (ovvero il parlamento locale) il partito di estrema destra Alternative für Deutschland avrà ottenuto oltre il 40% dei voti e la maggioranza assoluta dei seggi.
La notizia getterà nello sconcerto i commentatori benpensanti di mezza Europa, e rischierà di far deragliare la maggioranza che a Berlino sostiene il cancelliere Merz.
“Oh no, non di nuovo la Germania!”
In teoria non è la prima volta che un partito pagato dalla Russia, ostile all’Unione Europea, feroce contro gli immigrati e con un’idea fantasiosa dello stato di diritto si impone nel voto popolare.
Negli ultimi decenni abbiamo visto partiti analoghi conquistare prede ben più ambite di un francobollo di suolo intorno a Magdeburgo: Ungheria, Cechia, Slovacchia, Georgia, l’Italia col “governo del popolo” a guida Conte-Salvini-Di Maio, il secondo mandato di Trump negli USA.
Ma la Germania, si sa, non viene considerata un paese come gli altri.
E, quel che è peggio, non si considera un paese come gli altri.
Dopo la sconfitta nell’ultima guerra, infatti, i vincitori l’hanno condannata a identificare il proprio passato solo ed esclusivamente col nazismo, in perpetuo e senza redenzione.
Il nazismo è stato ritenuto una sorta di malattia ereditaria specifica dei tedeschi, alla luce della quale sono state lette retroattivamente le loro azioni dei secoli precedenti, e della quale si continua a temere in qualunque momento una nuova esplosione, sempre in Germania e solo in Germania.
Un trattamento così odioso e un pregiudizio così razzista avrebbero fatto gridare all’ingiustizia qualunque altro popolo autore di un genocidio, a qualunque latitudine, dai russi agli zulu.
Soltanto i tedeschi hanno scelto di adeguarsi a questo ruolo, assurdo e unico nel mondo, di portatori sani di dittatura assassina.
E dunque eccoci qua: domattina la vittoria dell’AfD in Sassonia-Anhalt non verrà descritta dalla stampa come una delle tante vittorie della destra populista, ma come il preludio a un ritorno delle parate in camicia bruna.
Perché i tedeschi, si sa, non sono come gli altri: “loro, nel fondo dell’anima, sono sempre stati un po’ nazisti”.
Il vento dell’Est
Chi vuole unirsi a questo coro, si accomodi. Per parte mia, preferisco provare a dare una lettura un po’ più onesta e articolata del successo momentaneo dell’AfD.
Cominciamo dal dato più evidente: il focolaio della sua diffusione è proprio nei Länder orientali dove Alice Weidel e soci godono di un consenso ormai stabilmente superiore al 40%.
Al momento, insomma, l’AfD è diventato il “partito nazionale” dell’ex Germania Est, in una dinamica che in parte ricorda quella del M5S nel nostro Meridione.
(L’unica differenza è che l’AfD si batte per abolire il reddito di cittadinanza, accusandolo di avvicinarsi troppo al salario di lavori usuranti come l’infermiere).
Il risentimento dell’Est contro l’Ovest è in realtà di vecchia data.
Iniziò già negli anni ’90, quando le industrie dell’ex paese comunista scelsero di trasferirsi a Ovest o furono acquistate al ribasso dai grandi gruppi dell’Ovest. Ne seguì un imponente flusso migratorio verso Ovest, la diminuzione delle nascite rispetto a quelle dell’Ovest, e un circolo vizioso che rendeva le province orientali sempre più irrilevanti. (Oggi tra l’Elba e l’Oder, se si esclude Berlino, vive appena il 15% della popolazione tedesca).
Sul piano culturale, poi, non deve essere piacevole sentirsi cittadini di serie B in uno stato che già a sua volta si sente di serie B, per via del solito peccato originale coi baffetti.
La Germania Est, essendo un regime totalitario, insegnava ai suoi sudditi ad adorare la patria. Una volta incorporati nell’Ovest, quegli stessi cittadini hanno trovato una democrazia che insegnava a vergognarsi della patria.
Cosa c’è da stupirsi, se adesso provano nostalgia per la vecchia patria totalitaria e vergogna per la nuova patria democratica?
Non fanno niente di diverso da quello che gli è stato detto.
Cosa c’è da stupirsi se i candidati dell’AfD, che sulla carta sarebbero di estrema destra, si presentano ai comizi sfrecciando su scooter dell’epoca comunista e intonano l’inno della DDR?

La sfilata dei candidati sassoni dell’AfD in sella alle motociclette Simson, icone del periodo comunista
Nonostante tutto questo, alle ultime elezioni la Sassonia-Anhalt si era ancora affidata al partito cristiano-democratico, tributandogli un 37% rispetto al 20,8% dell’AfD.
Oggi la proporzione si è invertita. Il risentimento post-unificazione, a quanto pare, non spiega tutto.
Una crisi senza precedenti
Va aggiunto, infatti, il malcontento economico.
Dal 2022 ad oggi sono crollati in rapida sequenza i tre pilastri sui quali la Germania aveva impostato la sua crescita: Putin come fornitore di gas, la Cina come mercato di sbocco e l’America come protettrice militare.
Resistere sarebbe ancora stato possibile, se solo una campagna ideologica autolesionista non avesse convinto la Merkel e poi Scholz a spegnere le centrali nucleari tedesche, proprio nel pieno della peggiore crisi energetica dell’ultimo mezzo secolo.
Trimestre dopo trimestre, la manifattura tedesca ha rallentato sempre più, intere fabbriche hanno chiuso, mentre – trattandosi di uno shock esogeno – il costo della vita si impennava comunque.
Il cancelliere Merz sta provando sia a costruire una difesa autonoma che ad aprirsi nuovi mercati nel Sud globale (sull’energia, purtroppo, ha le mani legate dal veto dei suoi alleati di governo socialisti).
Sta tentando di salvare il welfare con una spericolata semi-privatizzazione delle pensioni. Non sono sforzi vani: a metà 2026, finalmente, l’economia è tornata a crescere.
Ma i frutti, se si coglieranno, si coglieranno sul medio periodo. Nel breve il malcontento rimane, e le sirene populiste continuano a sedurre.
Califfato in Germania? Nein, danke
Ma il cuore pulsante della retorica dell’AfD è la battaglia per la “remigrazione”.
La proposta è nota – rimpatriare tutti i cittadini extracomunitari e facilitare la revoca della cittadinanza a quelli naturalizzati – e fino a poco fa sarebbe stata inaccettabile in un paese che per ottant’anni, nel suo discorso pubblico e nei suoi programmi scolastici, ha elevato il razzismo a crimine dei crimini.
Se vogliamo spiegarci un ribaltamento tanto improvviso, non possiamo ragionare col dotto lacrimale: dobbiamo esaminare con onestà che cosa sia cambiato negli ultimi anni.
La mia sensazione è che, in Germania come nel resto d’Europa, le posizioni sull’immigrazione dipendano in misura crescente da un fattore che non è né razziale né economico, ma ideologico: l’islam.
Erano decenni che la presenza di consistenti minoranze islamiche causava problemi di ordine pubblico – tra cui, nel 2016, la molestia di massa a Colonia nella notte di Capodanno e poi la strage a Berlino al mercatino di Natale – accanto a dilemmi senza uscita su come conciliare le libertà occidentali col diritto di famiglia tribale e misogino della shari’a.
Ma la guerra di Gaza e l’hype mediatico che ne è seguito hanno fatto precipitare la situazione, suscitando in una parte delle comunità islamiche un vero e proprio scatto di orgoglio.
L’anno scorso il ministero degli Interni ha dovuto chiudere una rete attiva su Tiktok e Instagram che promuoveva la creazione di un califfato in Germania, organizzando anche manifestazioni pubbliche.
Quando un furgone è stato lanciato sui ragazzi del Pride di Berlino, era ormai poco credibile affermare che si trattasse del delirio di un pazzo isolato.
Milioni di tedeschi, a torto o a ragione, hanno ritenuto quel gesto conseguenza di un clima generale che si stava diffondendo tra le comunità islamiche.
I termini della questione, quindi, non sono più quelli di dieci anni fa.
Già allora l’AfD era contro l’immigrazione, e lo era per pregiudizio etnico. Ma oggi ha la fortuna di poterlo essere per autodifesa contro un’ideologia politica organizzata e nemica della Repubblica.
E questo messaggio, persino nella pudica e penitente Germania, fa breccia.
Peraltro non va sottovalutato un altro effetto collaterale: l’impazzimento collettivo su Gaza ha rotto il tabù dell’odio contro gli ebrei, togliendone il vergognoso monopolio all’estrema destra e rendendo quest’ultima più presentabile.
Era difficile farle un favore più grande.

Alice Weidel, leader dell’AfD, è sposata con Sarah Bossard, una produttrice cinematografica svizzera di origini srilankesi. Insieme stanno crescendo due figli.
Il pregiudizio etnico è sempre meno rilevante nel determinare le posizioni anti-migratorie dell’AfD e dei suoi sostenitori.
Papà, come faccio ad essere un uomo?
L’ultimo dato è quello che mi colpisce di più come insegnante di liceo: l’AfD spopola tra i giovani maschi.
La sua sezione giovanile, anzi, è il vero laboratorio dove – a ritmo di techno – vengono fatti velati riferimenti all’estetica nazista, a tal punto che il partito “adulto” ha pensato di chiuderla per evitare problemi legali.
Ma le difficoltà di essere un ragazzo in Germania sono inimmaginabili per chi non ci vive.
Basti pensare che tra le promesse elettorali dell’AfD c’è “incentrare i programmi scolastici sulle glorie passate della Germania e non solo sugli orrori del nazismo”: un’ovvietà in qualunque altro paese, che però dai partiti tedeschi mainstream è ritenuta una proposta controversa.
La radicalità – e l’impunità – con cui l’identità nazionale è stata cancellata nelle scuole tedesche farebbe orrore se fosse avvenuta contro un qualsiasi popolo indigeno o colonizzato.
I docenti esitano a raccontare chi era Bismarck, accusato di avere già tratti proto-nazisti. La differenza tra luterani e cattolici è ignota ai più. Nessun alunno di nessun indirizzo saprebbe citare una tesi di Kant o di Nietzsche.
In compenso, ci sono scuole dove per un anno intero si studia la storia della Russia e della Cina “valutando i pro e i contro delle politiche di Mao”.
La reductio ad Hitlerum, però, non colpisce solo la scuola ma si estende alla vita quotidiana.
Sventolare il tricolore nazionale allo stadio è sospetto. Vestirsi con eleganza è giudicato male. Ogni accenno alla forza, alla disciplina e all’onore è subito in odore di Reich.
Un documentario, anni fa, rivelò l’esistenza di “campi di mascolinità” a pagamento, dove gli uomini andavano per sperimentare liberamente la propria natura in un ambiente protetto e per sviluppare finalmente un minimo di autostima.
Per gente nata negli anni 2000 tutto questo è, giustamente, incomprensibile.
Per colpa di un regime creato dai loro trisnonni nati nel XIX secolo, si ritrovano ingabbiati in una società che marchia d’infamia tutto ciò che il loro istinto li porterebbe a essere.
Ma l’istinto, si sa, è insopprimibile.
Se la Germania democratica non lascia aperto alcun canale per sentirsi prestanti, coraggiosi, fieri di sé e leali alla propria patria, i ragazzi si collegano ai social, si iscrivono all’AfD e vanno a recuperare l’unico immaginario disponibile per farlo, che sfortunatamente è proprio quello nazista o paranazista.
Dopotutto, se per ottant’anni il tuo governo, i tuoi professori e tutti gli altri popoli del mondo hanno continuato a ripeterti che sotto sotto sei un nazista, perché non accontentarli diventandolo davvero?
Conclusione
La sofferenza non giustifica il male.
Dal mio punto di vista, chi vota l’AfD è comunque inescusabile.
Come risposta ai disagi che ho elencato, sarebbe molto più razionale votare i cristiano-democratici – tanto più ora che hanno assunto, con Merz, una linea più combattiva di quella che ebbero con Merkel.
Forse, una volta passato il peggio della crisi economica, il consenso dell’AfD si sgonfierà.
Ma resta un fatto: un paese ferito da decenni di autocensura sulla propria identità, soprattutto nelle sue fasce più giovani e più periferiche, può sempre riservare qualche brutta sorpresa.








