Dal Segno al “come”: perché l’umanesimo liberale deve ricomporre il mondo

Stefano Maria Capilupi
19/12/2025
Radici

C’è una storia lunghissima, più antica della filosofia e perfino della scrittura, che oggi dovremmo riascoltare se vogliamo parlare seriamente di umanesimo e di liberalismo.
È la storia del Segno.

Nel Paleolitico, quando l’Homo sapiens sapiens traccia una figura nella caverna, non sta “decorando” una parete: sta inaugurando una forma di conoscenza.
La pittura rupestre, proprio nella sua apparente immediatezza realistica (scene di caccia, animali in movimento, sovrapposizioni), è già una grammatica della polarità: vicino e lontano, visibile e invisibile, nascosto e palese. L’animale disegnato è, per definizione, un assente: non è più lì, ma ritorna nella visione interiore; e la caverna stessa, spazio d’ombra attraversato dalla luce, fa del gesto pittorico un’operazione di “rivelazione” magica, un disvelamento che conserva ciò che sfugge.

Nel Neolitico, quando l’uomo cambia economia, paesaggio mentale e rapporto col tempo, la polarità si dilata: terreno e celeste, ciclo e durata, orizzontale e verticale.
L’avvento dell’agricoltura mostra che il cielo regola la terra, e nello stesso tempo ciò diventa una nuova forma d’arte: l’architettura dei menhir e dei dolmen, fino a Stonehenge.



Ma non solo: divampa al contempo una scintilla metafisica.

Ciò che appare immutabile in alto sembra anche non morire mai, e alla domanda sull’origine della mortalità sulla terra, invece così varia e mutabile, la risposta viene individuata nel semplice fatto dell’inizio: ciò che inizia deve finire, mentre non finisce solo ciò che non è mai iniziato.

È questo il concetto della retta celeste rispetto al segmento terreno della vita, e i filosofi cominciano a cercare l’arché, dall’acqua all’aria al fuoco, ossia quell’elemento immutabile e vario, immanente o trascendente, che trasmette la vita eterna del cielo a quella finita della terra.   

Qui si capisce perché il Logos greco non nasce come semplice “ragionamento”, ma come forma adulta della stessa tensione originaria: la mente impara a pensare insieme i poli senza annullarli, a tenere uniti il vicino e il lontano, il palese e il nascosto, l’immanente e l’oltre.

E non è un caso che la lingua greca custodisca questa idea del conoscere come processo articolato, non come lampo magico.
Lo mostra in modo quasi didattico οἶδα, “io so”, che deriva dalla radice di εἴδω/ἰδεῖν (εἶδον): è un perfetto con valore risultativo, cioè un presente fondato su un vedere compiuto; “so” perché “ho visto”, perché ciò che ho visto resta come effetto nella mente.

Si potrebbe immaginare l’origine preistorica del Logos greco nella celebre sequenza di 2001: Odissea nello spazio di Kubrick. Il primate lancia in aria un osso dopo aver intuito che quell’oggetto può diventare arma: la materia si trasforma in potenza, e Kubrick, con un taglio folgorante, muta l’osso in un’astronave, come a suggerire che una parte decisiva del progresso tecnico nasce dalla violenza.
Eppure il pensiero greco è già più complesso di questa parabola. In Eraclito la guerra è sì principio e motore, ma il fine resta l’armonia, la coincidenza dei contrari. E prima ancora, nella civiltà del σύμβολον, il “simbolo” non è un ornamento mentale: è un rito di amicizia e di patto.
Un oggetto unico — una tessera, un anello, un frammento inciso — viene spezzato in due, perché ciascuno ne custodisca una metà; il legame si prova quando le due parti tornano a combaciare. Se l’osso kubrickiano inaugura la tecnica come dominio, il σύμβολον lo riscatta: l’osso non è più brandito per colpire, ma spezzato e condiviso per riconoscersi.

La cultura medievale quindi inserisce l’arché immanente e trascendente e infine il Motore Immobile artistotelico, al Quale tutto tende, ma al Quale tutto è indifferente, — nel senso che Esso non ha bisogno di niente e di nessuno, — nell’idea di un Dio giudeo-cristiano che è Amore.
Nella teologia, soprattutto nella grande scolastica del XIII secolo, l’unità del reale viene pensata attraverso i trascendentali dell’essere. Se verum e bonum sono formalmente riconosciuti come convertibili con l’ens, il pulchrum emerge come loro manifestazione luminosa: non un ornamento estetico, ma il modo in cui l’essere si rende visibile e desiderabile. In questo senso, la triade medievale Bonum–Verum–Pulchrum non sostituisce l’antica tensione tra Pathos, Logos ed Eidos, ma la ricompone in una visione cristiana dell’unità del reale, in cui verità, bene e bellezza coincidono senza confondersi.

Il Rinascimento, almeno per un momento, tenta di dare forma visibile a questa unità di antico e giudeo-cristiano ripartendo non da Dio, ma dall’uomo: sapere universale, armonia delle vie, fiducia che la conoscenza non sia una guerra civile tra facoltà.


Ai primi del ’500 il programma più chiaro sta in tre affreschi che non sono solo capolavori, ma manifesto: La Disputa del Sacramento, il Parnaso, la Scuola di Atene. A commissionarli fu Giulio II, il papa che volle Raffaello nelle Stanze vaticane e che immaginò la Stanza della Segnatura come teatro delle grandi facoltà dello spirito (teologia, poesia, filosofia, diritto). Lì l’Europa prova a dire: Fede, Arte e Filosofia non sono nemiche; sono tre strade che, se non comunicano, si isteriliscono.

Poi accade la grande svolta moderna, necessaria e feconda: l’attenzione si sposta dal classico τί ἐστι; “che cos’è?”, — la domanda sull’essenza, — al “come funziona?”.
Galileo è uno dei punti di cristallizzazione: nel Saggiatore separa ciò che è misurabile (figure, numeri, moti) da ciò che è effetto sensibile, fino ad affermare che odori, sapori e suoni «fuor dell’animal vivente… non [sono] altro che nomi». (Galilei, Il Saggiatore, cap. XLVIII, 1623).

Questo non è disprezzo dell’umano: è condizione di possibilità della scienza moderna. Successivamente, e ciò testimonia la complessità della modernità, Manzoni nell’Ottocento ricorda che la luce non è solo quella dell’Illuminismo, e che l’interpretazione cristiana non illumina soltanto Dio, ma anche l’uomo stesso: «E più s’esamina questa religione, più si vede che è essa che ha rivelato l’uomo all’uomo» (in Osservazioni sulla morale cattolica, “Al lettore”).

Questa formula — che riecheggia il Prologo del Vangelo Giovanni (Gv 1,18) — sarà poi ripresa dal Concilio Vaticano II nella Gaudium et Spes (n. 22), dove si legge che «il mistero dell’uomo trova la sua vera luce solo nel mistero del Verbo incarnato»: in tal modo Paolo VI la porrà a fondamento della Costituzione pastorale stessa, e Giovanni Paolo II la riprenderà all’inizio dell’enciclica Dives in misericordia (1980), ribadendo che «Cristo, rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione».
È un’affermazione antropologica prima che apologetica: l’umano diventa leggibile a sé stesso solo quando accetta che la verità non è riducibile a tecnica, né l’etica a valore di propaganda, né la bellezza a intrattenimento.

Il problema nasce quando il “come” diventa l’unico sovrano

Perché l’esclusività del “come” non produce scienza piena, ma una tecnica che, se non dialoga con un’idea di fine, tende a divorare ciò che pretende di servire.
Qui la diagnosi contemporanea è impietosa: Mauro Magatti parla di un “capitalismo tecno-nichilista” in cui la libertà si vive come espansione illimitata del possibile, ma spesso si rovescia in dipendenza e disgregazione interiore; il sistema tecnico e lo “spazio estetico mediatizzato” impongono la triade connessione–accelerazione–traduzione, trasformando esperienza, relazione e persino identità in flusso e dato (Mauro Magatti, Mauro. Libertà immaginaria. Le illusioni del capitalismo tecno-nichilista. Milano: Feltrinelli 2009).

Ecco perché oggi serve, politicamente e culturalmente, una contro-mossa che non sia reazionaria: recuperare una tensione verso l’unità.
Non per sacrificare la scienza (di cui, paradossalmente, manca spesso perfino un’educazione vera: si insegna “storia della scienza”, ma raramente cosa essa insegna essere utile o nocivo all’uomo), bensì per restituirle il suo respiro: non solo sapere, ma pensiero scientifico. In altre parole: se dall’antico intreccio di EidosLogosPathos siamo scivolati verso una triade impoverita di Immagine–Tecnica–Valore, dobbiamo chiederci dove sia finito il Fine.
E il fine non è un algoritmo: è l’uomo.

Ma “l’uomo” non è uno slogan comodo. È unità di forza e vulnerabilità; è individuo e comunità; è libertà e legame; è diritto e responsabilità. Per questo un umanesimo liberale degno del nome non può accontentarsi di sommare ambiti separati (scienze dure, scienze umane, etica, politica) come reparti di un supermercato culturale.
Deve imparare l’arte difficile del distinguere senza separare e dell’unire senza confondere: cioè tornare a una ragione capace di fidarsi dell’informazione autentica, ma anche di riconoscere che la realtà non è solo ciò che si misura.
La realtà è anche l’Altro: la sua dignità, il suo dolore, la sua promessa. Una ragione, dunque, non meno rigorosa, ma più completa: visionaria ed empatica al contempo.

In fondo, esiste una lezione che ci viene da colui che possiamo chiamare Homo Signans, prima ancora della Storia: il realismo magico delle grotte era già simbolo, perché teneva insieme presenza e assenza, qui e altrove, memoria e attesa. Se la modernità ha costruito la potenza del “come”, il compito dell’Europa oggi — nelle scuole, nei laboratori, nelle università, nel dibattito pubblico — è riaprire lo spazio del “che cosa” e del “per chi”.
Non per tornare indietro, ma per andare avanti senza smarrirsi: perché una civiltà che sa solo funzionare, prima o poi smette di vivere.