Mai più e di nuovo. Il Giorno della Memoria nell’Italia antisemita
Oggi si celebra per la ventiseiesima volta il “Giorno della Memoria”, che, secondo quanto stabilì la legge istitutiva della ricorrenza, ha il fine di “conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere”.
L’appello a una memoria condivisa e pacificata sulle tragedie della storia nazionale si presta a strumentalizzazioni ed equivoci tanto ricorrenti, quanto inevitabili, perché la memoria dei fatti della guerra civile italiana, che non iniziò con la Resistenza ma con il Fascismo, è una memoria divisa e le sue divisioni hanno attraversato l’intero dopoguerra e si sono trascinate fino ad oggi. L’Italia non ha mai fatto pace con sé stessa perché si è sempre risparmiata le più tristi verità, anche a proposito dell’antisemitismo.
Pure in Germania, dove la questione della colpa fu affrontata con ben altro rigore e il nazismo non fu derubricato a increscioso incidente e fu al contrario riconosciuto come un frutto mostruoso, ma tutt’altro che fortuito dell’identità tedesca, le memorie con il passare del tempo, anziché avvicinarsi, tendono ad allontanarsi e le divisioni a riemergere e a ibridarsi in modo inaspettato. Si pensi al clamoroso revival di posizioni neonaziste in particolare nella Germania postcomunista.
Figurarsi se rigurgiti antisemiti di massa potevano mancare in Italia, dove le responsabilità storiche degli italiani – dei singoli italiani – non sono mai state al centro di una riflessione esigente e veritiera e il fascismo, con tutto quello che ha portato con sé, non è mai stato considerato, quale era, l’autobiografia della nazione, ma un complotto ordito contro la nazione, subito da milioni di italiani come un disgraziato sortilegio, un colpo di Stato del destino contro una storia che avrebbe in sé meritato tutt’altro sviluppo.

Anche nel dopoguerra democratico le leggi razziali vennero quindi considerate una conseguenza dell’alleanza con la Germania hitleriana e una gravissima responsabilità del regime e dei suoi gerarchi, a partire da Mussolini, ma non una gravissima responsabilità dell’Italia e degli italiani, che con piccole eccezioni, politicamente irrilevanti, in parte sposarono con entusiasmo e in parte accettarono di buon grado il decreto di cancellazione degli ebrei dalla società e assistettero impassibili alla loro, fortunatamente incompleta, cancellazione dalla faccia della terra.
Questo pervicace rifiuto di considerare le leggi razziali e il contributo nazionale allo sterminio degli ebrei come il frutto di un antisemitismo radicato e per così dire “naturale” è quello che impedisce – oggi in particolare a sinistra, con un paradosso solo apparente, come vedremo – di vederne le nuove manifestazioni, compresa quella di usare la stessa memoria dello sterminio come dispositivo antisemita, trasformando la questione della colpa della Shoah di ieri nella questione della colpa degli ebrei di oggi.
Oggi celebriamo la Giornata della Memoria in un Paese in cui essere ebreo è tornato a essere pericoloso e dove gli episodi di denigrazione, di discriminazione e di violenza sono quotidiani; dove indossare la kippah è una provocazione che non passa inosservata e comporta, praticamente sempre, conseguenze spiacevoli, a meno che non si sia “tra ebrei”; dove gli ebrei sono tornati a essere “voi ebrei” – cioè il demoniaco ebreo collettivo della propaganda antisemita – anche nei discorsi della buona società democratica e dove ciascun ebreo è chiamato a rispondere per ciascun altro e tutti per qualunque atto compiuto dal governo dello Stato di Israele; dove gli ebrei hanno un diritto molto condizionato alla responsabilità individuale e alla dignità collettiva e hanno un onere speciale per meritarlo.
Visto che nella vulgata diffusa l’antisemitismo in Italia è stato solo un epifenomeno fascista e il fascismo … non c’è più, gli italiani sono stati vittime e non autori del fascismo e comunque gli antifascisti non possono essere antisemiti, il risultato è che gli scrupoli a essere o apparire antisemiti sono ormai di meno a sinistra che a destra e l’esclusione degli ebrei non “autocritici” e delle loro simbologie dalle piazze cosiddette antifasciste, che siano quelle del 25 aprile o dei Gay Pride, è considerata intransigenza anti-coloniale e legittima difesa anti-imperialista e dove non è apprezzata e sostenuta è per lo meno tollerata e giustificata come prezzo da pagare per l’unità democratica contro la destra.
La giornata del “mai più” è diventata quella del “di nuovo” e facciamo italianamente finta di non accorgercene.
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