La giravolta di Trump sull’Ucraina è un successo europeo, ma non italiano

Carmelo Palma
10/07/2026
Orizzonti

Il Trump mai così pro-ucraino visto all’ultimo vertice Nato di Ankara non ha affatto cambiato idea sulla soluzione “ideale” di una guerra che, esattamente come Putin, continuerà a fare di tutto perché si concluda con un esito favorevole al disegno di disgregazione coloniale della sovranità politica europea, di cui Casa Bianca e Cremlino condividono perfino i dettagli.

Semplicemente, a distanza di un anno e mezzo dall’insediamento di Trump, la situazione sul campo esclude la possibilità di giungere all’obiettivo originario del Presidente americano, cioè la rapida capitolazione dell’Ucraina, cui il sostegno finanziario europeo, dopo la fine degli aiuti Usa, ha consentito di rafforzare la capacità militare, anche sul piano industriale, e di mettere nel mirino, come mai prima d’ora era avvenuto, anche le profonde retrovie russe.

Il neo-eletto Trump bullizzava Zelensky perché lo vedeva perdente e pensava di potergli estorcere la resa.
Oggi Zelensky è più forte e ritentare l’estorsione sarebbe vano, perché finché reggerà la coalizione dei volenterosi – Regno Unito, Francia, Germania, Polonia, paesi baltici e scandinavi – l’Ucraina non sarà presa per fame.

Dunque tanto vale per Trump fare buon viso a cattivo gioco e riposizionarsi, affinché, in vista delle elezioni di midterm – considerando il disastro iraniano – non gli sia rinfacciato un ennesimo fallimento. Cosa che il narcisismo trumpiano non tollera – il suo essere vincente implica stare dalla parte di qualunque vincente, a prescindere da tutto – e l’elettorato americano potrebbe finalmente punire.

La morale di questa favola, il cui lieto fine è solo parziale e sempre fragilissimo, è che in questo anno e mezzo è successo un miracolo, di cui non sembrano riuscire a capacitarsi fino in fondo neppure quanti, con l’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione, hanno fatto di tutto per propiziarlo o, più semplicemente, hanno fatto voti perché si verificasse.

Un’Europa infiltrata dagli omini verdi del Cremlino e dai loro replicanti domestici e impegnata in una vera e propria guerra civile ibrida, che potrebbe avere in prospettiva anche esiti cruenti, è riuscita a resistere e a sostenere la resistenza ucraina oltre ogni aspettativa, sia in termini di impegno sia di risultato.

Malgrado opinioni pubbliche istupidite e terrorizzate da una tempesta mediatica perfetta, orchestrata dagli impresari del caos russo-americani, che continuavano a presentare come sola alternativa possibile quella tra la resa ucraina e l’Armageddon nucleare europeo, sia la Commissione Europea che moltissimi stati membri hanno tenuto duro, pur ingabbiati da procedure e liturgie da tempi di pace e non di guerra, e hanno evitato l’isolamento e soprattutto l’affamamento dell’Ucraina, favorendo la resistenza di quello che è oggi al di là di ogni dubbio il più forte esercito europeo e la principale linea di difesa del continente dalle aggressioni russe.

Niente è ancora acquisito, ovviamente, meno che mai una vittoria ucraina ed europea in una guerra che nei progetti di Putin e nei desideri di Trump avrebbe dovuto cancellare l’Ucraina e riportare a una dimensione puramente geografica un’Europa divisa da una nuova Yalta, ma senza più “buoni”, e ripartita tra gli imperi russo e americano.
Un obiettivo che in Russia affonda nel subconscio della frustrazione post-sovietica e negli Stati Uniti nelle convulsioni spirituali dell’America Maga e nel globalismo proprietario dell’ideologia trumpiana.

Ma se niente è acquisito, niente è neppure perduto e questa è la vera notizia di cui ad Ankara Donald Trump ha dovuto prendere atto e di cui i suoi protagonisti devono essere consapevoli.

Di questo risultato l’Italia non può però rivendicare alcun merito, né menare alcun vanto.

Al Governo va riconosciuto di non avere iscritto l’Italia d’ufficio al partito putiniano, cioè di non avere attivamente osteggiato il sostegno a Kyiv e di avere, come la Spagna, contribuito finanziariamente agli aiuti all’Ucraina per puro onore di firma, senza dissociarsi rumorosamente da un vincolo di solidarietà europea.

Dal 2024 ad oggi, però, non c’è stato un solo momento, anche prima dell’elezione di Trump, in cui il Governo Meloni abbia scelto di stare dalla parte dell’Ucraina senza equivoci e senza riserve.
In tutte le occasioni il Governo italiano ha sempre chiarito di non potere (cioè di non volere) fare o dare nulla di più del pochissimo che fino a quel momento aveva assicurato e di non potere (cioè di non volere) assumere alcun altro impegno politico, finanziario e militare per l’Ucraina, né per il presente né per il futuro.

La cosa è diventata ancora più grottesca dopo l’elezione di Trump, quando il Governo italiano ha tentato di quadrare il cerchio proponendo un’estensione de facto dell’articolo 5 del trattato Nato all’Ucraina per il futuribile dopoguerra (quello che la Casa Bianca stava negoziando con Putin, come sappiamo, con la cessione forzosa dei territori occupati e rivendicati dai russi), ma dichiarando di non volere in alcun modo onorarlo, escludendo qualunque impegno a questo fine di mezzi e personale militare italiano.

Se tutti i governi europei all’inizio del 2025 avessero fatto quel che ha fatto e soprattutto non fatto l’Italia, non saremmo a questo punto, ma a quello a cui voleva arrivare Trump.

Quindi è bene che il Governo Meloni si astenga dal festeggiare una vittoria d’altri.