Ucraina, l’ora della verità. Può Trump porre un ultimatum?
18 agosto 2025: il mondo osserva con apprensione l’incontro tra il presidente statunitense Donald Trump e i leader europei.
Dopo l’incontro del 15 agosto in Alaska, dove Vladimir Putin ha ribadito le sue condizioni massimaliste per un cessate il fuoco, la domanda che aleggia è una sola: l’Europa e gli Stati Uniti sono disposti a sacrificare l’Ucraina sull’altare di un accordo con Mosca?
Le richieste del Cremlino – consegna totale del Donetsk, smilitarizzazione dell’Ucraina, esclusione dalla NATO e fine delle sanzioni – sono inaccettabili per Kiev e per gran parte dell’Occidente. Eppure, con Trump al timone della politica estera americana, lo scenario di una resa negoziata sui termini russi non è più fantascientifico.
Le condizioni di Putin
Durante il vertice in Alaska, Putin ha ripetuto una linea che non lascia spazio a compromessi:
- Consegna dell’intero Donetsk, inclusa l’ultima linea fortificata ucraina, che rappresenta l’ultimo baluardo prima delle vaste pianure dell’Ucraina centrale.
- Smilitarizzazione dell’Ucraina, che di fatto la trasformerebbe in uno Stato indifeso e soggetto all’influenza russa.
- Nessuna adesione alla NATO, una richiesta che serve anch’essa a lasciare il paese cosacco vulnerabile di fronte a una futura ripresa delle ostilità.
- Fine immediata delle sanzioni, che arresterebbe un disfacimento dell’economia russa ormai in pieno corso.
Queste condizioni non sono nuove: rispecchiano la dottrina Putin degli ultimi vent’anni, basata sulla sovranità limitata degli Stati ex-sovietici e sul diritto di veto russo sulle loro scelte politiche.
Zelensky tra l’incudine e il martello: perché cedere il Donetsk sarebbe un suicidio
Un ultimatum del genere, tuttavia, non potrebbe essere accettato da Zelensky nemmeno se lo volesse.
I sondaggi mostrano che solo il 10% degli ucraini accetterebbe la cessione di territori non ancora conquistati sul campo dalla Russia. Ma la reazione che il presidente deve temere di più sarebbe quella dei soldati sul campo: dopo aver visto migliaia di loro commilitoni finire mutilati o uccisi per difendere la linea del Donetsk, potrebbero insubordinarsi di fronte all’ordine di abbandonarla senza combattere.
Le garanzie di sicurezza: una promessa vuota
Anche su questo gli ucraini hanno idee molto chiare, sia come opinione pubblica sia come esercito. Pretendono garanzie concrete, non semplici dichiarazioni come nel Memorandum di Budapest (1994) – quando l’Ucraina rinunciò all’arsenale nucleare in cambio di una protezione mai arrivata – o negli accordi di Minsk (2014), violati due volte da Mosca con nuove invasioni.
La posizione di partenza dalla quale vuole negoziare l’Europa, quindi, è semplicemente quella degli ucraini più disposti al compromesso: al compromesso, però, non al suicidio.
L’Europa tra subalternità e possibile riscatto
Ebbene, la delegazione europea che oggi si siede al tavolo con Trump rappresenta il 20% dell’economia globale e tre dei 10 eserciti più potenti del mondo (Francia, Germania, Regno Unito).
Davvero si limiterà a fare da ventriloquo alle pretese di Trump, che a sua volta fa da ventriloquo alle pretese di Putin?
Forse lo farebbe se le pretese fossero realistiche (congelamento del conflitto lungo la linea attuale e rimozione di alcune sanzioni). Ma di fronte a pretese totalmente irreali, che le autorità ucraine non potrebbero assecondare neanche volendolo, un allineamento supino degli europei appare alquanto improbabile.
La destra americana divisa: falchi contro MAGA
A tale proposito, va di moda osservare che gli europei sono deboli e divisi tra loro, e in parte è senz’altro vero. Ma anche l’amministrazione Trump, sulla questione ucraina, è tutt’altro che una corazzata solida.
Dopo l’incontro con Putin, il segretario di stato Marco Rubio ha rilasciato una lunga intervista televisiva alla CBS, nella quale gettava acqua fredda sugli entusiasmi per un accordo facile (“Non siamo sull’orlo di un accordo, e nemmeno sulla soglia di un accordo: penso solo che abbiamo fatto alcuni progressi verso un accordo”).
In un’altra intervista dello stesso giorno è sembrato gettare acqua fredda sulle cessioni di territori non ancora occupati dai russi (“Putin sta senza dubbio chiedendo cose che gli ucraini e altri non approvano e che noi non li forzeremo ad approvare, e gli ucraini stanno chiedendo cose a cui i russi non rinunceranno”).
Ora, Rubio rappresenta i falchi “vecchio stile” del partito repubblicano, non i nuovi padroni MAGA catapultati da Trump al suo comando.
Ma i sondaggi mostrano che, sulla guerra che sta infuriando nella lontana Europa, la base del partito ha ricominciato a simpatizzare decisamente per l’Ucraina. Il 51% degli elettori repubblicani chiede più supporto militare all’Ucraina, il 74% chiede più sanzioni contro la Russia e l’84% ha una visione negativa di Putin.
Davvero il presidente americano sceglierebbe una linea politica irreale e avversata dalla maggior parte dei suoi elettori, anche se propria dei suoi fedelissimi, rispetto ad una linea politica realistica e gradita ai suoi elettori, anche se promossa dai vecchi falchi?
Una “guerra sporca” ucraina: l’ultima carta di Zelensky
Nel frattempo il complesso militare-industriale ucraino (col silenzioso aiuto di quello tedesco) ha cominciato a prepararsi al peggio: l’ipotesi di una guerra solitaria, priva del supporto occidentale, ma di conseguenza combattuta in modo più “sporco” rispetto a quella che gli ucraini hanno cavallerescamente combattuto finora.
Nelle due settimane tra il 2 e il 17 agosto, i droni ucraini hanno colpito raffinerie che processavano il 20% del petrolio russo.
L’attacco, più veloce ed efficace che in passato, ha causato un’impennata del prezzo della benzina e l’ha fatta quasi scomparire dalle pompe in quattro regioni (Vladivostok, Primorsk, Buriazia e Transbajkalia) oltre che nei territori occupati di Crimea e Luhansk.
È stata inoltre colpita una stazione di distribuzione dell’oleodotto Druzhba, quello che rifornisce l’Ungheria di Orbán, causando anche ad essa gravi ammanchi di carburante.
Nella notte tra il 17 e il 18 agosto, poi, sono state diffuse le prime foto del missile Flamingo: con gittata di 3.000 km e una testata da 1.000 kg di esplosivo, metterebbe in pericolo un’ottantina di basi militari russe e la stessa fabbrica dei droni russi ad Alabuga.
Si tratta, probabilmente, di un regalo del cancelliere Merz, che, non potendo trasferire i missili Taurus come aveva promesso in campagna elettorale, ha concesso all’Ucraina i brevetti per costruire un’arma autoctona altrettanto capace di far male alla Russia.
Davvero gli americani e gli europei vogliono rischiare che l’Ucraina conduca una lotta disperata da sola e a briglie sciolte, magari cominciando a colpire anche obiettivi civili?
Non è meglio per tutti lasciar durare lo status quo fino alla consumazione delle risorse russe (prevista per la metà del prossimo anno)?
Conclusione: un incontro che cambierà tutto
Insomma: l’esito dell’incontro di stasera non è scontato.
Potrebbe segnare l’ennesima sottomissione dell’Europa alle volontà di Mosca e di Washington, ma potrebbe segnare anche la fine della lunga egemonia americana e russa sul “vecchio” continente.
Una cosa è certa: dopo questo vertice, nulla sarà più come prima.









