Come crescere al tempo dei dazi? Solo liberalizzazioni e innovazione salveranno l’Italia

Sofia Fornari
20/08/2025
Interessi

L’Europa si scopre più fragile di fronte alla nuova ondata protezionistica americana. La presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde, parlando a Ginevra, ha confermato che l’economia dell’area euro, dopo un primo trimestre 2025 in crescita robusta, ha subito un rallentamento nel secondo trimestre, destinato a consolidarsi nei mesi successivi. A pesare è il nuovo scenario commerciale con gli Stati Uniti: le aliquote tariffarie concordate con l’amministrazione Trump risultano più alte del previsto e costringeranno la Bce a rivedere al ribasso le stime di settembre.

La fiammata delle esportazioni europee verso il mercato americano, accelerata nei mesi scorsi in previsione dei dazi, è già alle spalle. Ora l’Eurozona entra in una fase di freno, e per l’Italia il problema si fa ancora più acuto: un Paese che esporta tanto, ma che cresce poco e male, rischia di pagare un prezzo doppio.

Le mosse del governo Meloni e i loro limiti

In questo contesto, la politica economica italiana mostra luci e ombre. Negli ultimi mesi il governo Meloni ha introdotto strumenti potenzialmente utili, dall’IRES premiale al 20 per cento per chi reinveste gli utili, al Piano Transizione 5.0 per favorire la digitalizzazione e l’efficienza energetica delle imprese, fino alla ZES Unica Sud per attrarre capitali nel Mezzogiorno. A queste misure si aggiungono la riforma dell’IRPEF a tre aliquote e la maggiore flessibilità nei contratti a termine. Si tratta di segnali positivi, che provano a spostare il baricentro dalle droghe dei bonus generalizzati a incentivi più mirati alla produttività e all’innovazione.

Eppure non basta. Non ha senso che le imprese chiedano ristori e compensazioni pubbliche per i dazi: di droghe e pannicelli caldi si muore. In un mondo segnato da barriere commerciali, l’unico antidoto è rendere il sistema economico più forte dall’interno. Questo significa liberalizzare i mercati interni e spingere l’innovazione. Finché l’Italia continuerà a proteggere corporazioni e rendite, resterà indietro.

Il governo Meloni, come molti esecutivi del passato, appare frenato dall’illusione del consenso immediato di questa o quella categoria. Si è visto sui taxi, sulle concessioni balneari, sulle utilities locali: nessun passo decisivo, solo microcorrezioni e qualche passo del gambero. La storia ci dice che la protezione corporativa regala consenso effimero e crescita zero. Senza liberalizzazioni vere, gli investimenti resteranno strozzati da inefficienze strutturali e le imprese non potranno competere sui mercati internazionali.



Startup, capitale umano e la sfida della competitività

Accanto alle riforme dei mercati interni, c’è il capitolo decisivo delle startup e del capitale umano. L’Italia ha un ecosistema di nuove imprese tecnologiche promettente, ma ancora troppo piccolo, con procedure complicate e capitali insufficienti. Serve un ambiente normativo e fiscale che premi davvero la crescita e la scalabilità delle imprese innovative, attirando investimenti di venture capital. E serve aprire il Paese all’arrivo di lavoratori qualificati dall’estero: in una nazione che perderà milioni di occupati nei prossimi decenni a causa del calo demografico, attrarre competenze diventa parte integrante della strategia di sopravvivenza.

L’Italia non può rispondere ai dazi con il riflesso dei sussidi o delle chiusure. Deve rispondere con più concorrenza, più libertà economica, più innovazione. Il messaggio che arriva da Lagarde è chiaro: la politica monetaria potrà tamponare, ma la crescita si gioca sulle riforme. Liberalizzazioni e innovazione non sono un vezzo ideologico: sono l’unico modo per salvare il Paese da un declino annunciato.